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William Golding e Salman Rushdie – BINARI (17)

BambiniIl signore delle mosche” e “I figli della mezzanotte”: bambini contro

 

Altro che età dell’innocenza! Sono tantissimi i testi che ci rivelano il lato oscuro della giovinezza, l’incapacità di non replicare la cattiveria sin da bambini: oltre che del Signore delle mosche di William Golding e dei Figli della mezzanotte di Salman Rushdie, occorrerebbe tener conto anche della Crociata dei bambini di Ilis Florina (che non ho letto, ma mi ripropongo di farlo dopo la bella intervista a Fahrenheit su Radio 3), di Signori bambini di Daniel Pennac (ma mi ha lasciato un ricordo piuttosto labile), del Tamburo di latta di Günter Grass (che mi sono già “giocato” in Binari (9)) con il piccolo mefistofelico Oskar Matzerath e, perché no, del Pinocchio di Carlo Collodi (su cui credo ormai sia stato scritto – quasi – tutto).

 

Veniamo dunque al Signore delle mosche, pubblicato nel 1954 dall’inglese William Golding (1911-1993), premio Nobel per la Letteratura nel 1983. Tanto semplice l’intreccio quanto geniale l’intuizione narrativa: un manipolo di ragazzini, a seguito di un incidente aereo, si ritrova su un’isola deserta, senza adulti. Possono rifondare una società civile senza alcun condizionamento apparente, ed è ciò che fanno: istituiscono delle regole per convocare l’assemblea, si dividono i ruoli ed eleggono un capo, il mite e ragionevole Ralph. Lentamente però s’insinua tra loro la discordia; l’arroganza di Jack e la sua capacità di fare proseliti spacca il gruppo, il suo modello è basato sull’istinto prevaricatore e sulla violenza e Golding ci suggerisce che sono le “doti” che affascinano l’uomo ad ogni età, tanto da rendere idolo degli imberbi ribelli una testa di porco infissa su un palo: il signore delle mosche, appunto.

 

«Abbiamo visto il vostro fumo. Che cosa avete fatto? Una specie di guerra?»

Ralph annuì.

L’ufficiale esaminò il piccolo spauracchio che gli stava davanti. Quel ragazzo aveva bisogno d’un bagno, tagliargli i capelli, pulirgli il naso e un bel po’ d’unguento.

«Non avrete ammazzato nessuno, spero. Ci sono dei morti?»

«Solo due. E il mare li ha portati via.»

L’ufficiale si chinò e guardò Ralph da vicino.

«Due? Ammazzati?»

Ralph annuì di nuovo.

(William Golding, Il signore delle mosche, traduzione di Filippo Donini, Mondadori)

 

Ben più ampio e complesso l’impianto romanzesco dei Figli della mezzanotte (1981), del prolifico scrittore indiano Salman Rushdie: il surreale si alterna alla storia, la verità all’invenzione, con un ritmo effervescente e attraverso una brillante commistione di forme (dal divertissement letterario alla storia di formazione, dalla fiaba moderna al reportage); il tutto è poi amalgamato dalla frequente ironia e dalla peculiarità strutturale dell’opera, con periodi narrativi che si incrociano, si interrompono, si ripetono senza sfasature. È il protagonista stesso Saleem a raccontarci, dopo gli antefatti sulla propria famiglia, la sua straordinaria esistenza e quella degli altri bambini nati come lui alla mezzanotte del 15 agosto 1947 (giorno della proclamazione di indipendenza dell’India): tutti sono dotati di poteri sovrannaturali e la loro vita sarà indissolubilmente legata alle magmatiche vicende del subcontinente indiano.

 

I bambini della mezzanotte possono essere molte cose a seconda del vostro punto di vista: si può considerarli l’ultimo sprazzo di tutto ciò che c’era di antiquato e di retrogrado nella nostra nazione infestata di miti, e ritenere la loro disfatta totalmente auspicabile nel contesto di una modernizzata economia novecentesca; o la vera speranza di libertà, ora definitivamente spenta.

(Salman Rushdie, I figli della mezzanotte, traduzione di Ettore Capriolo, Mondadori)

 

Qualunque cosa i bambini della mezzanotte rappresentino, resta però significativa l’insorgenza anche tra loro di fazioni contrapposte, a Saleem si oppone Shiva, nell’eterna lotta – senza confini geografici e temporali – non solo tra bene e male, tra ragione e impulsività, ma anche tra individui, a prescindere dalla loro giovane età: perché i bambini sono i recipienti in cui gli adulti versano i loro veleni (S. Rushdie, I figli della mezzanotte). Con buona pace del fanciullino pascoliano…

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