Virginia Woolf racconta i tribunali civili
È uscito da pochi giorni Londra di Virginia Woolf, edito da Bompiani nella traduzione di Mario Fortunato, che già si era occupato dei racconti della scrittrice inglese, raccolti sempre da Bompiani in Lunedì o martedì.
Per la prima volta in un unico volume e in una nuova traduzione, si tratta di una serie di articoli, saggi, pagine di diario, riflessioni e memorie che hanno un unico fulcro intorno al quale ruotano: Londra, appunto.
La capitale londinese diventa il centro degli interessi di Virginia Woolf che per prima ha visto in Londra il cuore della modernità, oltre a quello della propria scrittura.
Qui di seguito vi doniamo in anteprima, su gentile concessione dell’editore, un estratto dal volume (Copy Bompiani/ Giunti Editore Spa):
Tribunali civili
La curiosità mi ha spinto a mettere piede in un tribunale perché avevo letto di un sacerdote che sembrava avere una fede incrollabile, tanto da portare la religione a contatto con la sua vita più privata. Sembrava qualcosa degno di nota: faceva pregare con lui i suoi nemici. Comunque, devo ammettere che da principio pareva di assistere a una tortura. L’uomo era in piedi di fronte a noi tutti e gli venne chiesto di descrivere i suoi rapporti con la moglie. Era la natura umana che rendeva conto alla natura umana. Stava a noi giudicare. Per fortuna, l’uomo era sorretto evidentemente da una specie di formalismo; in tal modo le sue parole non erano così private e quindi così penose come avrebbero potuto essere. Rivendicò il ruolo del marito ideale, che deve insegnare, sopportare e aiutare la parte più debole.
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Diceva la semplice verità e la corroborava con giuramenti. Era stato sempre attento a non peccare mai: allo stesso tempo, era inflessibile. La moglie si sentiva annoiata; e lui si era fatto un dovere, contro i suoi stessi princìpi, di farla andare a teatro; egli era molto preso dai doveri parrocchiali – sempre a predicare, e con troppo lavoro. Lei era caduta nelle mani di Miss Lewis che le aveva fatto comprendere di essere incompresa. “Che parola orribile, incompresa,” disse il parroco, scoprendo con qualche compiacimento che i propri erano problemi comuni. Miss Lewis mi sedeva accanto. Aveva un volto deciso, volgare, tirato dallo sforzo di sfidare il mondo apertamente. Appariva anziana e priva di gioia; ma forse non aveva quarant’anni.
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Il suo unico scopo era stato di plagiare completamente Mrs Whittingstall; ma non era in cerca di soldi. Aveva distrutto il matrimonio fra la donna e il parroco con il più vile dei colpi. Mrs W. era una donnetta isterica, occupata solo dalla cura di se stessa, con un temperamento da bisbetica; ma era pur sempre una signora e (forse) non del tutto a suo agio con quella volgare amica del cuore; ed era solo Miss Lewis quella che prendeva le decisioni. Mr Whittingstall era dalla parte della ragione, come al solito; e Mrs W. si sentiva sconfortata dal fatto che nessuno vedesse quanta crudeltà implicava la rettitudine del marito. Per lei era un incubo. Miss Lewis, una o due amiche e un’infermiera erano le uniche a capire; l’intero mondo maschile era contro di lei. Nessuno poteva dubitare di un uomo che teneva a mente ogni singola data; che era tanto scrupoloso da riconoscere la propria caratterialità – anche se aveva provato a controllarsi con la preghiera e il silenzio; un uomo che aveva immediatamente affermato di “adorare” la moglie; ma il suo ruolo di sacerdote della Chiesa Anglicana era per lui più importante; un uomo che aveva chiaramente sofferto e che, a quanto poteva vedere, si era comportato nella maniera giusta. Veniva da credergli; ma, mentre parlava, egli dava espressione anche all’altro punto di vista. Era un uomo privo di pietà o di immaginazione; uno che badava solo alla forma e, con ogni probabilità, un egoista. Inoltre, il suo credo religioso lo aveva plasmato. La religione, credo, aveva molto a che fare con tutta la faccenda. Infine si preoccupava di quello che i parrocchiani pensavano di lui.
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Senza dubbio, lei era la meno convenzionale dei due; e tuttavia la più criticabile. Lui era ovviamente confortato nel rivendicare la correttezza del suo comportamento e dalla consapevolezza di aver agito bene e detto la verità. Si può supporre che lei si agiterà per un poco; poi verrà la disillusione, quando Miss Lewis la abbandonerà per un’altra donna; allora tornerà sui suoi passi e sarà accolta con la dovuta carità cristiana; e qualche penitenza le verrà inflitta per la vita.
Due cose mi hanno colpita: una è stata il modo in cui lui ha detto: “Come può davvero chiedermi, Sir Edward, se nel corso di quattordici anni di vita matrimoniale mi sono mai avvicinato a mia moglie mentre piangeva?” Sembrava mostrare la realtà della vita coniugale; il tipo di rapporto tedioso e naturale che è; due esseri umani così concreti, che si danno l’un l’altro un po’ di conforto, dopo esser passati attraverso tutti i disinganni, e soffrendo entrambi. Entrambi oppressi.
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L’altra cosa che mi ha colpito era il suo racconto di un’appassionata lite con la moglie, quando lui aveva brandito un crocefisso per “rendere la scena più solenne”; lei aveva detto che era un sacrilegio, e lui aveva preso un candelabro di ceramica e aveva cominciato ad agitarlo “come si agita una penna o una matita”. Ma il candelabro apparteneva a lei e così aveva dovuto posarlo quando lei glielo aveva chiesto; c’era però una ciotola che apparteneva a lui, e allora cominciò ad agitarla e lei non poté indurlo a metterla giù. Era bizzarro che in un momento come quello tutto ciò avesse occupato le loro menti; che cioè dovessero riconoscere a chi apparteneva il candelabro e a chi la ciotola.
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