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Violenza sulle donne – parte II

Violenza sulle donne – parte II[Leggere la prima parte di ieri]

 

 

Ritrovo Isabella nel parco dopo pochi giorni, seduta in una panchina. D’istinto voglio cambiare strada, vorrei starmene solo con me stesso, una di quelle giornate nelle quali preoccupazioni e pensieri si sono incancreniti nella testa producendo solo tristezza. Ma lei alza il volto, mi vede e accenna un sorriso. “Fregato”, mi dico, e mi avvicino a lei.

Il caffè che avevamo preso ha aperto il canale della confidenza, ci diamo sempre del lei, ma gli argomenti scivolano da una parte all’altra senza formalismi, conversiamo liberamente come se ci conoscessimo da tempo.

 

“A volte, Morgan, avrei voluto un’altra vita…”

“In che senso?”

“Nel senso che quanto ho davanti agli occhi tutti i giorni non mi rende felice…”

“Dobbiamo per forza essere felici? Non possiamo cercare la serenità?”

“Eh, ma per me serenità e felicità coincidono, allora non ho neppure la serenità!”

“Posso chiederle, oltre ai confini dati dalle parole, se mi può fare un esempio?”

“Lei è sposato o solo fidanzato?”

“Fidanzato…”

“Vedrà quando sarà sposato, nascono vincoli difficili da travalicare, in particolare quando arrivano i figli…”

“Continuo a non capire…”

“I figli impongono una quiete obbligatoria da sopportare”

“Questo lo posso capire, ma che cosa c’entra il discorso di volere un’altra vita?”

“No no, non equivochiamo, i figli sono gioia anche quando ci sono difficoltà, mi riferivo al rapporto con mio marito…”

“Le va, Isabella, di raccontarmi un po’? Altrimenti davvero non riesco a capire. Noi non ci conosciamo, non ci frequentiamo, potrebbe avermi detto che si chiama Isabella e invece magari si chiama Carla, insomma, mi faccia qualche esempio concreto…”

 

Non so che cosa sia accaduto nella sua testa dopo le mie frasi, certo è che qualcosa cambia, inizia a raccontarmi la sua vita famigliare con una forza comunicativa da farmi rimanere a disagio. Una delle poche volte in vita mia in cui rimango senza parole. Ascolto e penso a che cosa poterle dire, e non trovo parole.

 

“Morgan, ha mai subito violenze di qualche tipo?”

“Di che tipo? Psicologiche o fisiche?”

“Entrambe”

“Purtroppo sì…”

“Allora forse mi può capire, il rapporto con mio marito non è come vorrei, lui è molto preso dal lavoro, per la verità non so se è sempre a lavoro quando torna tardi la sera… certo è che quando torna la mia vita piomba nell’inferno quasi sempre”

“Non mi dica che…”

“Già…”

“…”, guardandola negli occhi con vicinanza emotiva.

“Ho provato a farlo ragionare, a parlargli, a scrivergli mail, a mandargli sms, nulla, non è servito a nulla. E lo sapevo, lo sapevo stupida che non sono altro, non mi aveva mai sfiorata quando eravamo fidanzati, tranne un unico spintone violento un giorno, ma certo non potevo immaginare che saremmo giunti a questo punto… è sempre stato manesco…”

“Isabella, io non so bene cosa dire e non so neanche se mi posso permettere di dire qualcosa, perché ognuno ha la propria storia e purtroppo conosco quanto certi cassetti interiori siano pericolosi da aprire, però le chiedo se pensa di continuare a stare con un uomo che la tratta così e perdoni se glielo chiedo…”

“È il padre dei miei figli e loro si stanno integrando nell’asilo e nella scuola elementare, io vivo qui sola perché la mia famiglia è lontana, sono casalinga per stare vicino ai figli, come faccio a lasciarlo? Dove andrei? E chi baderebbe alle loro necessità economiche?”

 

Devo ammettere che queste sue domande stanno per farmi esplodere, mi mordo la lingua per non parlare.  

 

“Ormai siamo in confidenza… vero?”

“Temo di sì…”

“Mi sta parlando di qualche ceffone o altro?”

 

Isabella comincia a piangere, mettendosi i palmi delle mani negli occhi. Forse ho sbagliato a fare quella domanda. Forse devo solo ascoltare. Le porgo un fazzoletto di carta. Mi ringrazia.

 

“Mi scusi se la coinvolgo su faccende che non la riguardano, qui non ho nessuno, non ho amiche, sono sola e non posso certo parlarne con la mia famiglia. Mi scusi…”

“Isabella, non deve scusarsi, non c’è problema, davvero, penso sia normale sentirsi empatici con qualche persona e sapere di poter avere delle confidenze senza temere il giudizio, non pensa?”

“Vero!”

“E allora mi dica senza problemi, cercherò di ascoltare, non la sto giudicando…”

“Mi vergogno un po’ a dirglielo, anche nell’intimità è manesco mio marito, mi fa fare cose che non voglio e soprattutto lui fa cose che non voglio, mi fa male…”

 

Isabella subisce violenze ogni giorno dietro le mura di casa. Lei va avanti sofferente. No ha il coraggio di denunciare? Non ha il coraggio di separarsi da un marito violento? Domande legittime. Eppure, dopo averla conosciuta, ho rafforzato in me l’idea che a volte certe donne, prima del coraggio, prima della denuncia, prima di una separazione, prima di tante altre cose, non hanno la forza interiore per agire, hanno troppa paura delle conseguenze e accettano un presente doloroso. Preferiscono subire e non agire per un cambiamento.

Quante situazioni simili? Quanti mariti si prendono libertà che non avrebbero il diritto di prendersi? Quanti dolori nelle vite di tante donne?

 

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