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Viaggio tra le librerie indipendenti scozzesi, tra Glasgow e Wigtown

Viaggio tra le librerie indipendenti scozzesi, tra Glasgow e Wigtown_Voltaire_and_RousseauGli scozzesi prendono sul serio la questione della lettura. Visitare le librerie indipendenti di Glasgow e Wigtown l’ha dimostrato. Sebbene la capitale Edimburgo e la sua sorella disconosciuta siano costellate di Waterstone e WHSmith, le librerie indipendenti non mancano di farsi sentire, soprattutto se si tratta di libri di seconda mano. Più a sud delle due grandi città, Wigtown è la designata «città del libro di Scozia».

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«Achh well» è tutto quello che riescono a dirmi prima di prendersi una lunga pausa per guardarmi meglio. Capisco che le risposte non saranno amichevoli. Di fronte a me due indiscutibilmente veraci cantankerous men – «il tipico uomo anziano scozzese che se ne frega di niente, è abbastanza vecchio da comprendere che le vite di tutti, compresa la sua, sono inutili e sbagliate e va in un pub per ubriacarsi e aspettare la morte nel disprezzo. E non lo fa necessariamente solo la sera», secondo l’autorevole descrizione datami da un uomo la cui massima ispirazione – mi è stato detto davanti a un bicchiere di whisky – è diventare uno di quegli anziani lì – sepolti sotto un intenso strato di lana di un maglione sbiadito anni ’70, leggermente sporti in avanti per visibili deformazioni dovute all’età, si prendono entrambi tutto il tempo che gli è concesso per trovare una risposta. Sento il peso dell’umidità, le pagine ingiallite, i chilometri percorsi, le ali delle molteplici mosche che ci circondano e diamine non si fermano un attimo, e i loro occhi blu, tondi, leggermente opachi e disperatamente diffidenti su di me. Sono fratelli.

Solo venti minuti prima ero in Otago Street, in quella zona di Glasgow che circonda l’Università e il Kelvingrove Park, quindi tutto era leggermente più patinato. La luce bianca e pungente di uno di quei fulminei tramonti invernali scozzesi acceca riflettendosi nelle pozzanghere su cui cammino, e appiattisce la vista dei grigi tenements della città che non vengono né esaltati, né abbruttiti da quella luce. Ora non piove più, ma la fredda goccia d’acqua che mi cade esattamente dietro le lenti degli occhiali proviene dagli scheletri degli alberi in fila sul marciapiede, trasportata da un vento ferino. Svolto in Otago Lane, e Glasgow di qui sembra più un remoto villaggio che una città industriale. Qualche uccello si azzarda a cantare. L’insegna Voltaire and Rousseau Bookshop sta ferma lì sbiadita e gocciola anch’essa, una promessa allettante mentre lo scoppio di qualcosa in lontananza ti riporta immediatamente nel freddo diabolico della città. Il grigiore disarmante di fuori viene interrotto dalla vista di una finestrella che dà sull’interno della libreria – pregusto le montagne di libri che raggiungono il soffitto dagli angoli dei vetri, ma la vista è resa difficile da un cartello di un blu intenso – blu Scozia – con al centro un yes di un bianco fosforescente – non sono mai riusciti a superare tutta la storia del referendum.

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La porta cigola sbattendo alle mie spalle, qualcuno in un pesante cappotto di feltro all’interno della prima saletta della libreria muove leggermente la testa verso di me, ancora curvo nell’intento di raccogliere un libro dal pavimento, e vengo colpita dall’odore pungente di pagine umide. Tonnellate di giallo ovunque. Ma anche questo non riscalda. Il tamburellare delle gocce di pioggia sul selciato ha lasciato il posto a un silenzio ovattato, disturbato da un ronzio insistente non troppo lontano. Devo sollevare il capo per seguire le pile di libri sparsi ovunque. Ci sono degli scaffali, questo è poco ma sicuro, trasudano libri e pagine di ogni tipo, di ogni età, di ogni grandezza. E pile di libri che partono traballanti dal suolo e raggiungono il soffitto, non molto alto, della piccolissima struttura. So che non potrò mai sapere cosa si nasconde dietro la base degli scaffali, ma so di per certo che ci sono altri libri incastrati. Sì, sul legno tarlato delle mensole ci sono delle etichette per dare ordine alla folla– ma quando trovo un fumetto degli anni ’50 nello scaffale etichettato poetry capisco che a un certo punto della storia di questo posto l’ordine s’è ammuffito col freddo e s’è fatto mandare a benedire. L’uomo col cappotto di feltro ha deciso che non si sposterà dal suo quadratino sicuro tra pubblicazioni sul sistema ferroviario britannico e libri d’epoca veri e propri, di quelli con il titolo stampato in dorato sul dorso, e io sono costretta a farmi piccola per poter accedere tramite una porticina a vetro nella stanza più grande – il passaggio è una semplice serpentina di pavimento piastrellato che sbuca tra altri libri.

Quando mi rendo conto che la gente si è fermata a guardarmi per via della quantità di tempo spesa a bocca aperta di fronte allo scenario che mi si è presentato, decido di riprendermi dallo shock e di cominciare a fare quello che stanno facendo tutti – passare in rassegna ogni colonna/scaffale/cumulo/ di libri che mi si presenta sott’occhio. Comprendo la natura del ronzio che impesta la stanza – un pugno di mosche non per niente insignificanti è al centro del primo tunnel di libri e segue movimenti squadrati o a spirale. Il ronzio più soffuso di una stufetta elettrica fuori campo visivo costringe il pure banter dei due uomini dietro una scrivania a alzarsi di volume. Ancora libri di poesia, sono davvero tentata da un’edizione stropicciata di Wordsworth. Il dizionario di italiano Zanichelli, anno di pubblicazione risalente agli anni ’70 occhieggia sgargiante vicino a un dizionario Oxford Press che mi promette di illuminarmi sui phrasal verbs inglesi. Una chimera – mi dico mentre scopro Tabucchi tra qualche romanzo di Camilleri; tradotto. Afferro il Tabucchi, «1 £» scritto a matita sulla prima pagina, tra frasi in italiano. Piacevole spaesamento.

Ci sono libri di ogni tipo. Medicina, per esempio. Dell’Ottocento. E una montagna traballante – letteralmente montagna, e letteralmente traballante – classificata come fiction. Granta spaginati, e un’antologia completa della letteratura americana del Novecento siedono spavaldi di fronte allo scaffale di filosofia – la Critica della ragion pura però sbuca da un cartone sul pavimento con su il logo di una marca famosa di banane. Il cartone è molto umido. Le pagine dei libri puntellate di nero. Edizione non definita ma che mi dico essere della metà del secolo scorso.

Mosche anche qui, ma meno rumorose. La stufetta emana luce calda da dietro una scrivania, dove un uomo è seduto, sommerso da giornali, buste, cartoline, altri cartoni pieni di libri – sorseggia del tè da una tazza sordida e prende con molta calma un libro da una delle pile attorno a lui – l’angolo è talmente caotico che l’occhio non registra nulla in particolare, solo una quantità abnorme di oggetti e pagine, qualche quadro, qualche foto, qualche ritratto, tutto illuminato dalle luci gialle, e riverbero di stufetta elettrica. Non arriva calore. Anzi, sto congelando lì dentro.

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«Achh well» mi dicono, e si bloccano dal fare quello che stanno facendo. Si guardano con complicità e si stanno chiedendo perché io, di fronte a loro, gli abbia chiesto di raccontarmi come sia nata la libreria Voltaire and Rousseau. 1972, mi dicono, i due fratelli – non si assomigliano, ma lo spessore dei loro maglioni, dei loro occhiali e delle loro rughe è lo stesso – è quello l’anno in cui hanno iniziato. Solo loro due, comprando libri alle aste, accaparrandosi lasciti di qualche defunto – e questo li diverte moltissimo, si mettono a ridere, lasciano immaginare un intero cimitero di lettori che abbandonano libri sottolineati e impolverati. Uno dei due si fa serio all’improvviso, posa il libro che ha in mano, si abbassa gli occhiali per guardarmi meglio. Stringo più forte il mio Tabucchi. L’altro mi dice che si occupano della libreria da sempre, «o meglio, lui da sempre… Io solo quando posso» e ride ancora, e che c’è un altro loro amico che si prende cura del posto. Fa molto freddo lì dentro, mi dicono, e si avvicinano alla stufetta. Cerco di strappare loro altre parole, mi fanno capire che non è per niente il caso. Provo a scherzare, dare tempo di studiarmi e cercare di fidarsi. Mi rispondono con grugniti. «Questo posto è un paradiso per i lettori». Sorridono. I libri pesano molto quando i donatori li mettono nei cartoni e bisogna portarli lì, questo è quello che mi dicono. Pago i miei libri, l’uomo mi porge una busta di Asda sgargiante di verde per aiutarmi col peso della mia antologia americana. Sconfitta, ma esaltata, metto un piede nel buio di fuori. Piove di nuovo, aria tersa ed elettrica. Le luci della città feriscono con la loro nitidezza. Ma è tutto piatto. Glasgow ti colpisce come una cartolina a due dimensioni in cui ogni riflesso è solo luce che cade sulla patina della superfice. Il resto è nero.

I pomeriggi di ozio invernali a Glasgow sono nel Voltaire and Rousseau Bookshop. Di gran lunga la mia meta preferita. Ché alla fine è proprio quello ciò che un appassionato di libri vuole: silenzio e tempo per scegliersi una storia da leggere. Il mega-Waterstone in Argyle Street è uno specchietto per allodole a tre piani e coffee shop incluso. Niente a che vedere col claustrofobico bilocale nascosto in un lane qualsiasi di Glasgow.

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Il mio regalo di compleanno, invece, arriva dal sud – così come la primavera. Avviluppato in una vistosa carta sgargiante che ti grida nelle orecchie Nottinghill Bookshop. The bookshop book, di Jen Campbell è nelle mie mani – «stava lì e ti abbiamo pensata», mi è stato detto. E il primo capitolo è sulle librerie indipendenti e di libri di seconda mano scozzesi. Il paragrafo su Edimburgo viene accuratamente saltato, ché quando si sta nella sfera d’azione di Glasgow, non si può fare a meno di essere inghiottiti dal suo fascino decadente. E si comincia a guardare Edimburgo di sottecchi. Ma forse lo si fa più per pura sopravvivenza e spirito d’adattamento. Sta di fatto che nei paragrafi successivi si inciampa nella voce «Wigtown, the National Booktown of Scotland». Tempo due mesi, e in una più che mai inaspettata giornata calda, davvero calda, sono in un pullman diretta a sud.

Seduto sulle rive di una baia mozzafiato, dopo chilometri e chilometri di puro nulla verdeggiante, Wigtown è il villaggio dei sogni di ogni lettore. Il sole delle tre del pomeriggio sorprende per la sua forza – dopo cinque ore di viaggio scendo da un autobus sgangherato, mi guardo attorno – le case sono davvero tutte color pastello come avevo letto in un articolo del «Guardian» – l’autobus si sposta e si va a nascondere subito dopo l’angolo, la visuale ora è più ampia, e io sono direttamente di fronte a The Bookshop – dove l’articolo the suona come un monito – Scotland’s largest second-hand bookshop. Alle mie spalle una placca metallica dalle dimensioni imbarazzanti mi mostra la minuscola pianta della città. Ci sono più librerie che case, qui. Più libri, che abitanti. Non può che essere un paradiso, mi dico. Solo girando su me stessa a 360° ho già contato cinque insegne di librerie. Sono talmente eccitata che continuo a girare.

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Wigtown è Shaun. Shaun Bythell. Il proprietario della libreria più grande di Scozia. «Quindi, sei qui. La vuoi una tazza di tè?», mi dice incredulo di vedermi – la telefonata da parte mia del giorno prima deve averlo un po’ spiazzato, così come è spiazzato dal mio implorante sì – «Non è molto italiano accettare del tè» mi dice ridendo. Ho già bevuto due caffè, gli dico. E sembra ancora più divertito. Fumo del tè che mi appanna gli occhiali, lui stringe la sua tazza – su cui è scritto a caratteri cubitali Death to the kindle – che stringe in maniera tipicamente scozzese: più come fonte di calore; cominciamo a chiacchierare. È felice. Di essere un libraio. È molto più felice ora che nel passato. Lavorare nella Bezos-era non è semplice, certo. «Ma stamattina ho venduto un libro proprio tramite Amazon. Non puoi sfuggirne. Lo uso anche per comprare alcuni libri di cui ho bisogno. Quando vivi in un posto così…», e lo capisco, ricordando quando in Italia la Feltrinelli più vicina era a un’ora di treno di distanza. Cominciamo a parlare della comunità di librai di Wigtown. Nessuna competizione, solo sinergia che culmina con il Festival annuale che porta molta attenzione inter/nazionale, e la città si anima. Tutti sono intenti a lavorare intorno ai libri, agli scrittori, a valorizzare il luogo. «Più si parla di libri, più si lavora insieme per i libri, più lettori sono attirati a venire qui. Tu ne sei la prova». Non ha torto. Eppure non è semplice sopravvivere. «Quando ho iniziato avevo molti più dipendenti di ora. A un certo punto a malapena riuscivo a pagare le mie bollette». Dice pragmatico, mentre mi fa uno sconto su un libro di viaggi in lungo e largo in quel di Scozia. Veniamo interrotti da un anziano che porge un altro libro alla cassa profondendosi in complimenti per il posto. Shaun deve aver già capito perché lo guarda con diffidenza. «Fai 20», quando il totale conta 25 £, dice l’uomo. Shaun mi guarda sarcastico, «Visto?», poi rivolgendosi all’uomo «Questi libri non li trovi in un Waterstone qualunque». «Sii magnanimo», è la risposta che si vede arrivare. «Dillo al mio consulente bancario» lancia Shaun sinceramente divertito mentre porge uno scontrino da 20 £.

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Il tè non fuma più nelle nostre tazze mentre gli dico che in un posto del genere, seppur eccezionale, ci si sente nel mezzo di una folla. 65 000 libri, tolti i puri tesori, e tolte le edizioni d’interesse strettamente “archeologico”, conterranno sicuramente titoli meno interessanti. Si rischia di far diventare il libro un mero oggetto. «Sì, è vero. Ma l’esperienza mi dice che ci sarà sempre un lettore per ogni libro che è qui. Saresti impressionata dal numero di libri sul sistema ferroviario che vendo». Capisco ora perché ce ne sono a tonnellate. Comincia poi a dirmi che il suo lavoro è più complicato di come si possa immaginare. Molto più lavoro fisico di quanto ci si possa aspettare. Mi indica una pila di cartoni contro una parete della prima sala, subito dopo lo scaffale delle primissime edizioni Penguin color pastello. Una quantità davvero abnorme di libri, solo a vederla così. «Devo riordinarli tutti. E queste sono solo le acquisizioni di questa settimana». Non c’è d’annoiarsi. Il suo modo di parlare è pratico e per niente trasognato. La conversazione si blocca solo quando decide di volermi mostrare dei video su Youtube. Alle spalle si sente il vociferare di una coppia di ragazzi sicuramente non Scozzesi nella sezione «Africa». Più in là qualcuno sta sfogliando delle cartine d’epoca. Qualcun altro va e viene da uno dei corridoi non smettendo di sorridere e guardarsi attorno. Capisco quello che prova. Prima di potermi concentrare su uno scaffale qualsiasi ho girato tutta la libreria per ben tre volte. Una signora si sistema gli occhiali e chiede aiuto a Shaun per un libro di letteratura scozzese che non riesce a trovare nella sala in fondo all’edificio. Shaun la segue. Il posto è davvero immenso. Un altro sta cercando di capire se può sedersi sulle poltrone vicino al camino per gustarsi il suo libro su Gorbacëv. Non ho il coraggio di chiedere cosa ci faccia uno scheletro appeso al soffitto e soprattutto perché il suddetto scheletro sia nell’intento di suonare un violino. Lo scaffale con i Penguin sta suscitando vera e propria frenesia in me, soprattutto perché mi sembra di aver intravisto un Nabokov, e cerco di ignorarlo pur tenendolo sott’occhio. Shaun torna dalla stanza più grande e mi guarda scusandosi. Tornerò presto, non ti preoccupare, mi ripeto mentre esco in strada e vengo assalita dal sole.

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Visito altre quattro librerie, tutte nella stessa strada. La gente mi saluta e sorride – lo sanno perfettamente che non sono autoctona. Sono tutti un po’ sorpresi, mi guardano come se fossi una calamità fuori stagione, fuori contesto: troppo tardi per l’ultima edizione del Festival del Libro di Wigtown, troppo in anticipo per la prossima. A quanto pare, di gente come me ne arriva a ondate durante quei giorni. Eppure, nessuna libreria è vuota. Di lettori ce ne sono. E molti. E sono entusiasti. Fuori fa molto caldo. E questo aiuta.

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Voltaire and Rousseau Bookshop e The Bookshop non sono, ovviamente, le uniche perle nascoste di Scozia. Ci sono innumerevoli luoghi da visitare, piccole e grandi librerie che fanno delle loro peculiarità la loro forza. Una semplice ricerca su Google mostra liste intere di luoghi d’interesse. In caso foste interessati alle librerie indipendenti tra Glasgow e Wigtown.

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