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Dana Spiotta, Versioni di me[Articolo pubblicato nella Webzine Sul Romanzo n. 4/2013, La forza della memoria]

Per una serie di ragioni troppo banali perché possa essere interessante parlarne, i miei libri sono non solo sparpagliati in più case, ma perfino contenuti alla rinfusa in eterogenei ammassi di tele di varie fogge e colori, e penso: Non sarebbe bellissimo ricordarli tutti senza il bisogno ossessivo di averli fisicamente accanto? Senza la necessità compulsiva di aprirli, maltrattarli, vedere cosa ho sottolineato, consultarli per citarli? Perché, invece, non ricordo nulla? Peraltro, lo sparpagliamento mentale e fisico che subisco – e che mi costringe a condividere un’abitazione con cinque estranee, una delle quali mi ha appena proposto una grigliata sul terrazzino, proprio-appena-mi-ero-messa-a-scrivere-con-le-migliori-intenzioni – mi ha reso necessario impormi la lettura del libro di cui vorrei parlare, e che tratta di memoria, e di versioni di sé da dare al mondo, il che ha moltissimo a che fare con le troppo banali ragioni del suddetto, nocivo, mefitico sparpagliamento. Se il ricordo di una scadenza – non rispettata, peraltro – non mi avesse tormentato nell’ultimo mese, non sarei forse nemmeno riuscita a leggerlo, questo libro. E, quindi, la lettura richiede stabilità, e la scrittura richiede stabilità – o una memoria eccezionale. Cose che non ho.

Versioni di me, di Dana Spiotta, edito da minimum fax (2013) con la traduzione di Francesco Pacifico, dichiara già dal paratesto intenti soggettivi, e questo influisce nel farlo salire nella scala delle mie priorità di lettura (La realtà non esiste!). Si inserisce, peraltro, in quello che credo possa essere un filone, o quantomeno una tendenza: scrivere romanzi che abbiano un tema di fondo, sviscerato (ma narrativamente) come si farebbe in un saggio (per il momento non ho prove a sufficienza a supporto di questa tesi. Penso a Jennifer Egan: Il tempo è un bastardo e Guardami sono esplorazioni romanzesche del concetto di tempo e sguardo, e così la memoria è, evidentemente, l’argomento del libro della Spiotta).

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Nik e Denise sono i due fratelli protagonisti del romanzo, nonché i poli opposti del continuum ideale oggettività-reinterpretazione creativa: lei si sforza di stilare una cronaca veritiera, lui inventa la sua esistenza in una biografia che costruisce un mondo a sé, autosufficiente (recensioni, articoli di giornale, detrattori e seguaci della sua opera: tutto frutto della sua penna). Eppure Denise il primo dell’anno si disfa di una gran quantità di oggetti, mentre Nik ha una tensione catalogatoria maniacale.
A latere di questo continuum, diramazioni o variazioni sul tema, l’Alzheimer della loro madre, che è fin troppo semplice commentare, e la decisione di Ada di girare un documentario su suo zio Nik: anche lei ha un’opinione sulla possibilità di raccontare storie: «Ada non intendeva fare un documentario dove il regista fosse invisibile, stile fratelli Maysles. Non avrebbe finto che la sua fosse una versione oggettiva della realtà».

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