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Valentina Ferrari ci racconta “L’arte di restare a galla”

Valentina Ferrari ci racconta “L’arte di restare a galla”L’arte di restare a galla è un’arte che sembra propria di Amelia, una ragazza che sta per compiere i trent’anni e che, nella personale lista di cose sognate e realizzate, sembra aver accumulato solo fallimenti. È sempre stata un animo responsabile, sin da bambina, ma questa qualità non pare possa bastare nel mondo che la circonda.

Il romanzo lo firma Valentina Ferrari, ed è pubblicato da Mondadori, e lo stile con cui racconta la storia di Amelia è frizzante e coinvolgente; a tratti, pittoresco. Diventa pittoresco quando a orbitare intorno ad Amelia ci sono le signore che trascorrono il loro tempo sulla panchina del parco dove la ragazza porta a spasso il cagnolino di un’anziana che non ha più le forze per far sgmabettare la sua unica compagnia. Fa la dogsitter, Amelia. Pure la cameriera, la sera. Ama un poeta che dedica le sue energie all’ispirazione. E quando ha ancora un po’ di tempo, prova con tutte le sue forze a farsi un nome nel vasto mare del giornalismo. Quando il lettore la incontra, Amelia è proprio alle prese con un articolo affatto semplice. Impossibile non percepire simpatia per lei.

Di com’è nato il romanzo, dei cambiamenti, dell’insicurezza del mondo in cui viviamo e di tanto altro abbiamo parlato con Valentina Ferrari in occasione dell’uscita deL’arte di restare a galla.

 

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Come nasce L’arte di restare a galla?

L’arte di restare a galla nasce da un’urgenza. Avevo il desiderio di parlare di una cosa importante, come può essere la crisi di una qualsiasi ragazza alla soglia dei trent’anni, e farlo a modo mio, con tanta ironia.

Molti mi chiedono se questo libro sia autobiografico, la risposta è no. Certo, c’è tanto di me, le paure, le ansie, il tempo che scorre e il rapporto con esso, non lo nego, ma questo libro è nato per raccontare un sentimento comune. Quando le ragazze dopo averlo letto mi scrivono per dirmi “mi sento molto Amelia” ho la conferma che anche loro erano parte di quell’urgenza.

 

L’altro, che mette in dubbio, che sporca i pensieri, che si dimostra essere, in modo naturale, un tango fluido, se solo si osasse accettare di ballare. Che sentimenti provoca, però? In Amelia, in generale?

Il cambiamento spaventa, ci vuole coraggio per accettare di ballare, per capire d’essere pronti.

Perfino quando sappiamo che è l’unica cosa giusta da fare, non risulta mai così semplice, in particolar modo se, come nel caso di Amelia, si è abituati da tempo a ballare insieme a qualcun altro, a cui si vuole un sincero bene. Ci facciamo andare bene anche i passi che hanno smesso di seguire il ritmo, finché riusciamo. Il coraggio è un elemento importante del libro, il libro stesso è un invito ad avere coraggio, “non dimenticate d’avere coraggio”, non per niente l’ho scritto nella dedica.

Valentina Ferrari ci racconta “L’arte di restare a galla”

Studenti brillanti di giorno, camerieri di notte: una specie di eroi rovesciati. Chi sono questi eroi?

Sono i tanti ragazzi che tutti i giorni cercano di costruire il loro futuro, in balia dei tempi incerti che stiamo vivendo, lavorando sodo, e sperando in una svolta meritata, pur nell’assenza di segnali esterni certi sulla direzione giusta da prendere.

 

Un tempo si diceva che per fare il giornalista occorresse un periodo di gavetta. A leggere le peripezie di Amelia, più che gavetta, pare serva scendere a compromessi, accettare le dinamiche della richiesta. È solo un’impressione o in qualche modo il passaggio ora è scandito da questo?

Sicuramente oggi è importante saper scendere a compromessi, accettare le condizioni, ma, quanto questo sia giusto, credo, dipenda dall’entità della richiesta che scandisce il suddetto passaggio: un conto è scrivere un articolo su alcune paperelle disperse nell’oceano, un altro è fermare la propria vita privata per sperare di essere assunta. Nessuna donna dovrebbe mai trovarsi nella condizione di scegliere tra figli e carriera. Per me questo concetto è fondamentale e doveva trovare il suo spazio nel romanzo.

 

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Da dove ha tratto ispirazione per descrivere una così variegata vastità di personaggi; mi riferisco in primis a quelli sulla panchina?

C’è un buon equilibrio tra vita reale e fantasia. A volte i miei personaggi sono il risultato di più persone che si sovrappongono nella mia testa, la stessa Amelia è frutto di un’operazione simile, in molti credono che Amelia sia io, e non è del tutto vero, tutta la parte sull’essere perfetta è stata ispirata da una persona che amo, non certo da me, io rivendico solo il sarcasmo e le paranoie. Nello specifico poi, per quanto riguarda gli “amici del parco”: le panchine esistono, i miei genitori si ritrovano ogni giorno lì con i proprietari degli altri cani di quartiere, sono partita da quell’idea e ho trovato i personaggi che potessero affiancare Amelia nel suo viaggio.

 

Dovesse dare una definizione dell’artista, del poeta, se vogliamo, oggi: chi sono i poeti e in che modo trovano un loro spazio in mezzo alle richieste di paperelle, su cui Amelia, per esempio, si ritrova costretta a indagare?

Definirei l’artista come colui, o colei, che possiede la capacità di guardare nel profondo del suo essere, e tenta costantemente di preservare questa capacità, impegnato in un esercizio innato di sensibilità, di fronte alla confusione esterna, generata da un mondo che non aspetta e più volte schiaccia. Amelia alla fine riesce a trovare la poesia nell’ultimo posto in cui credeva di trovarla, forse è questa la chiave per tutelare la propria essenza artistica.


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Per la prima foto, copyright: Jure Siric su Pexels.

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