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Uno sguardo inedito sul Risorgimento. “L’elmo di Scipio” di Jacopo Lorenzini

Uno sguardo inedito sul Risorgimento. “L’elmo di Scipio” di Jacopo LorenziniJacopo Lorenzini, ricercatore in Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze Politiche, della Comunicazione e delle Relazioni Internazionali dell’Università di Macerata, ha da poco dato alle stampe, per Salerno Editrice, L’elmo di Scipio. Storie del Risorgimento in uniforme. Un’opera che disegna in modo corale le aspirazioni di quanti presero parte al Risorgimento indossando un’uniforme. In particolare Lorenzini si sofferma sulle vite di Salvatore Pianell, Enrico Cosenz e Cesare Magnani Ricotti, ripercorrendone il cursus honorum in ambito militare che diventa così il pretesto per entrare nel vivo del Risorgimento italiano.

 

Qui di seguito proponiamo il prologo del testo.

Sul finire del 1819, stretta nella morsa del gelo, l’Europa è immersa nel suo millenario letargo invernale. San Martino ha portato via con sé i contratti agrari scaduti; chi non è stato in grado di procurarsene di nuovi cerca di non morire assiderato in una baracca da bracciante o sotto il portico di un’opera pia. Gli uomini di lavoro si radunano la sera davanti al fuoco nella stanza comune della loro cascina, o nel retro della loro officina, della loro bottega. Gli uomini di guerra sono chiusi nelle loro caserme: non c’è ancora il petrolio ad alimentare massacri e fatica tutti i giorni dell’anno. Per fare venti chilometri su strade fangose o ghiacciate occorre organizzarsi con qualche giorno di anticipo, avere buone gambe o una buona bestia, sperare di non restare impantanati o bloccati dalla neve. I passeggeri di un paio di diligenze postali

sono scomparsi anche quest’anno sull’altipiano delle Cinque Miglia, nel cuore della dorsale appenninica tra Adriatico e Tirreno. Tra i loro scheletri sbiancati dal gelo brucheranno le capre in aprile. Quando finirà l’inverno bisognerà sperare che non scoppi una guerra, ché se si è poveri, e specialmente se si è contadini, è facile rimetterci la casa, i beni, la vita: tanti ne hanno fatto esperienza nei trent’anni precedenti, quando il demone napoleonico scorrazzava libero per l’Europa. Proprio i contadini pregano perché piante e animali non si ammalino con i primi caldi, che i primi caldi non diventino siccità: altrimenti sarà carestia, una condanna a morte certa.

 

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Questo inizio di diciannovesimo secolo è scandito da ritmi lenti, e annega in spazi enormi. È un tempo di tradizione immutabile e di morte facile, familiare. Le notizie impiegano giorni, settimane o mesi per arrivare all’orecchio del re, e una banale infezione impiega un paio di giorni per mandare il re al creatore. Malgrado le prime macchine a vapore che sbuffano e fanno vorticare bielle e telai nelle officine londinesi, malgrado i lumi della scienza e della filosofia, esistono ancora parti del pianeta che sulle mappe vengono rappresentate con qualche mostro marino stilizzato e la dicitura terra incognita. In piena Europa ci sono uomini e donne che vivono nelle capanne e nelle grotte, e che ci vivranno ancora per un secolo e mezzo.

Uno sguardo inedito sul Risorgimento. “L’elmo di Scipio” di Jacopo Lorenzini

La maggior parte delle persone, lungo tutto l’arco della propria esistenza, non conosce nient’altro che il tragitto tra il podere dove vive e lavora e il mercato piú vicino, o i vicoli della città nella quale abita. A meno di non essere nobili, o abbastanza ricchi per far finta di esserlo, il mondo nel quale la maggior parte delle persone trascorre la propria esistenza è veramente piccolo, e antico.

Alcuni però hanno vissuto di piú, molto di piú. Che sia stato al seguito dell’Imperatore dei francesi, o di coloro che per vent’anni hanno cercato freneticamente di abbatterlo, in quel mondo lento e minimo chi ha indossato un’uniforme è diverso: ha vissuto a un’altra velocità, con un’intensità incommensurabilmente superiore. Ha visto le ceramiche di Lisbona e le torri del Kremlino. Ha bevuto l’acqua delle fonti alpine e attraversato la vastità delle pianure russe. Si è tuffato nel mare caldo dell’Italia meridionale, o in quello gelido dell’Oceano Atlantico. Ha calpestato le Terre Australi, tra una folata e l’altra della sabbia che acceca ha scorto le Piramidi e la Chiesa della Roccia. Ha ghigliottinato un re, ha tradito una repubblica, a volte piú d’una, ha contribuito a deporre i regnanti di mezza Europa calpestando le loro sacre insegne. Qualcuno, come il figlio di locandiere Joachim Murat, è diventato re a sua volta.

 

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Migliaia di uomini in tutto il continente hanno approfittatodell’uragano napoleonico per fare ciò che la natura stessa dell’ancien régime aveva sempre impedito loro di fare. Con le armi o con la penna, ufficiali e funzionari hanno scalato in massa la piramide sociale, e dopo la caduta dell’Imperatore francese non si rassegnano a tornare persone comuni.

Anche per questo, nel bel mezzo del suo sonno invernale, l’Europa è scossa da un brivido caldo. Il 3 gennaio del 1820 un ufficiale spagnolo, Rafael del Riego, annuncia il suo pronunciamiento contro la monarchia assoluta. Con l’arrivo della primavera, nelle terre affacciate sul Mediterraneo il brivido si trasforma in terremoto. All’inizio di marzo alcuni influenti generali decidono di appoggiare il moto di Riego, costringendo il re di Spagna a concedere la costituzione e a convocare le Cortes. Il 1° luglio la rivoluzione contagia Napoli, dove anche Ferdinando I delle Due Sicilie è costretto a concedere la costituzione spagnola. Nove mesi dopo è il turno di Torino.

Le tre rivoluzioni del 1820-’21 sono diverse per tempi, modi e vicende, ma hanno una caratteristica in comune: alla loro testa si pongono quegli ufficiali e quei funzionari che hanno vissuto l’epoca di Napoleone e che non si rassegnano al ritorno dell’antico regime.

Sono uomini relativamente giovani, i rivoluzionari italiani del 1820. In massima parte figli di mercanti, negozianti, letterati e notabili di provincia, nelle loro lettere piene di riferimenti ai miti classici si chiamano l’un l’altro con nomi di dèi greci.4 Parecchi devono a Napoleone un titolo nobiliare che li ha resi baroni o conti, ma non dimenticano da dove provengono.

 

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Come scrive il generale napoletano Giuseppe Rosaroll, «il mio stemma non ha corona, n’è circondato da geroglifico per dimostrare che non l’aristocrazia altrui, ma il proprio personale merito l’ha formato». Molti di loro hanno aderito alla massoneria, e alcuni hanno contatti stretti con la carboneria e con altre società segrete dagli ideali piú o meno repubblicani. Tutti mal sopportano l’atmosfera asfittica nella quale è ripiombata la penisola dopo la sbornia napoleonica.

Purtroppo per loro, entrambe le rivoluzioni italiane si concludono col ritorno sul trono dei monarchi assoluti. Carlo Felice di Savoia e Ferdinando I delle Due Sicilie riprendono il controllo dei loro stati grazie alle baionette austriache e alla passività di gran parte delle élites dirigenti piemontesi e napoletane. Dopo il crollo del sogno costituzionale, da Torino, da Napoli e da Palermo parte la prima delle tante ondate di esuli politici che segneranno la storia dell’Ottocento italiano.

Uno sguardo inedito sul Risorgimento. “L’elmo di Scipio” di Jacopo Lorenzini

In particolare re Ferdinando di Borbone non perdonerà mai quegli ufficiali che avevano osato imporgli la costituzione. Non potendo mettere le mani sulle loro persone, ne distrugge la carriera, i patrimoni e la memoria. Nella chiesa di Pizzofalcone la tomba di Antonietta Hilaria Scorza, moglie del generale Rosaroll, viene aperta per ordine del re, e i resti della donna sono sparsi nei canali di scolo del Pallonetto Santa Lucia.

Anche per i costituzionalisti piemontesi inizia l’esilio, eper il Regno di Sardegna la vera restaurazione. A suggellarne il trionfo è il tragico principe Carlo Alberto, il nipote del re che nel marzo del 1821 si era illuso di poter cavalcare la rivoluzione per ascendere al trono. Per espiare il proprio peccato, il principe partecipa come soldato semplice alla spedizione militare francese che invade la Spagna sotto gli auspici della Santa Alleanza e sprofonda nel sangue la costituzione dalla quale tutto aveva avuto inizio. Il 7 novembre del 1823 Rafael del Riego, ferito in battaglia, tradito da un compagno e massacrato dai carcerieri del re, viene impiccato in Plaza de la Cebada a Madrid.

 

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Espulsi anche dalla penisola iberica, nel 1823 gli esiliati italiani sono costretti a spostarsi ai confini di quell’Europa che non sembra avere un futuro. Alcuni la abbandonano definitivamente per cercare fortuna nelle Americhe.8 Alcuni, come il generale Rosaroll e il leader dei costituzionalisti piemontesi Santorre di Santarosa, vanno a morire in Grecia combattendo per l’indipendenza di quel popolo. Solo i piú giovani, guidati dall’irriducibile Guglielmo Pepe, restano immersi nelle reti cospirative che covano sotto la cenere delle rivoluzioni sconfitte: ma sono pochi, dispersi, e smarriti.

È in questa Europa nella quale si è appena chiuso quello che è contemporaneamente l’ultimo atto dell’epopea napoleonica e l’alba del romanticismo politico, ma dove nei fatti è appena iniziata la vera Restaurazione, che vengono al mondo Salvatore Pianell, Enrico Cosenz e Cesare Ricotti.

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