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Una storia tra sogno e realtà. “L’anno che a Roma fu due volte Natale” di Roberto Venturini

Una storia tra sogno e realtà. “L’anno che a Roma fu due volte Natale” di Roberto VenturiniRoberto Venturini è uno scrittore che da subito si è fatto apprezzare con il suo primo romanzo Tutte le ragazze con una certa cultura hanno almeno un poster di un quadro di Schiele appeso in camera. Si ripresenta in libreria con un libro altrettanto unico, ovvero L’anno che a Roma fu due volte Natale pubblicato da SEM edizioni.

La storia è ambientata a Roma come dice il titolo e precisamente a Torvaianica.

Il primo personaggio che ci viene presentato è Alfreda. Questa è una donna affetta da demenza senile che è diventata col tempo un’accumulatrice di cose, rendendo la sua casa un luogo dove è quasi impossibile abitare, strapieno di oggetti.

«Ma ora quella materia esisteva, aveva un odore, una consistenza che Alfreda tastava, annusava, attribuendole significati che probabilmente non aveva: erano le metastasi della sua infelicità. Le piaceva sfogliare le vecchie riviste accatastate in colonne alte come un cristiano, anche se la polvere la faceva starnutire. Si sedeva sul bracciolone della poltrona bevendo acqua dal bicchiere sbeccato della Nutella con i Puffi dipinti a mano, per evitare che la gola le si seccasse, impiegando un tempo infinito a pensare a quale avrebbe potuto essere la giusta collocazione di quell’ammasso di carta, perché ormai se ne rendeva conto anche lei che quelle pile sarebbero crollate da un momento all’altro.»

 

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Insieme a lei, al piano superiore vive il figlio Marco che si prende cura della madre. Ma, quando la possibilità dello sfratto si affaccia alla loro porta a causa dell’Ufficio d’igiene, questo cerca di iniziare a svuotare il villino.

Alfreda è una donna che vive in un mondo tutto suo, prima era un’insegnante di materie umanistiche mentre il marito Mario era direttore commerciale di uno dei più grandi store musicali romani ed era lui che quando faceva dei viaggi comprava ogni tipo di cianfrusaglia, sfortunatamente però muore troppo presto e lontano da casa.

Da questo momento la moglie inizia a provare un profondo dolore a causa della perdita, di un allontanamento voluto dal destino e mai accettato. L’unico modo che ha per sentirsi ancorata al passato e alla memoria del marito sono proprio tutte quelle cose che le rimangono di lui.

Una storia tra sogno e realtà. “L’anno che a Roma fu due volte Natale” di Roberto Venturini

Continuando con la lettura vediamo che il personaggio inizia ad avere delle paralisi del sonno oltre alla demenza che non fanno altro che accentuare la distanza che si va a creare tra lei e la realtà. Durante queste paralisi le appare Sandra Mondaini, la quale si lamenta poiché il marito è stato sepolto lontano da lei. Le salme dei due sposi infatti sono separate: la donna si trova al Nord mentre, Raimondo si trova a Roma. Così, Alfreda racconta al figlio dei suoi sogni e gli chiede di poter aiutare Sandra a riconciliarsi con il marito trafugando il suo corpo.

All’inizio Marco rimane sbigottito da quello che la madre gli sta chiedendo ma poi questa pronuncia una frase che lo fa balzare dalla sedia e accettare il ricatto: «Se non mi aiuti io mi ammazzo». L’accettare questa “missione” ci fa comprendere fino in fondo quanto Marco sia legato alla madre e quanto il suo unico desiderio sia proprio quello di farla vive serenamente.

Una storia tra sogno e realtà. “L’anno che a Roma fu due volte Natale” di Roberto Venturini

L’anno che a Roma fu due volte Natale è un romanzo in cui all’inizio ho trovato difficile immergermi, ma pian piano questo libro ha la capacità di portarti in un mondo passato, un mondo fatto di memoria e sogni. Venturini ci descrive la storia famigliare di due personaggi, entrambi con lo stesso peso, sembra quasi infatti che nessuno sia il vero protagonista ma tutti raccontano la loro storia, vivono la loro vita e parlano da sé.

 

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Il libro è scritto in modo non raffinato proprio come il luogo che descrive e con alcune parti in dialetto. Mai artefatto ma sempre reale anche nelle parti più fantasiose.

«Fu in quel momento che il dolore di Marco iniziò a tramutarsi in rassegnazione. Se ne accorse perché, per quanto grottesco, da vuota che era stata l’assenza della madre in vita, negli ultimi anni e ora da morta, diventò di colpo qualcosa di concreto di presente.

[…]

Ché la felicità mica si riproduce per talea: non funziona quasi mai, come col glicine.»


Per la prima foto, copyright: Jr Korpa su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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