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“Una sirena a Settembre”, il nuovo appuntamento con Maurizio De Giovanni

“Una sirena a Settembre”, il nuovo appuntamento con Maurizio De GiovanniUna sirena a settembre (Einaudi, 2021) è l’ultima pubblicazione di Maurizio De Giovanni, scrittore che ogni anno propone ai propri affezionati e numerosi lettori un nuovo capitolo di avventure dei suoi personaggi seriali: i poliziotti del commissariato di Pizzofalcone, l’ex agente dei Servizi Segreti Sara Morozzi e Mina Settembre, assistente sociale nei Quartieri Spagnoli di Napoli, protagonista di questo nuovo romanzo.

Questa volta la vivacissima Mina, oltre a condurre come sempre una vita piuttosto complicata, stretta tra la convivenza con una madre impossibile, l’attrazione inespressa per il bel ginecologo che lavora con lei al consultorio e i rancori nei confronti dell’ex marito magistrato, si trova alle prese con due fatti di cronaca apparentemente diversissimi e privi di un collegamento: c’è una signora anziana che è stata brutalmente scippata da due ragazzi in motorino, cadendo rovinosamente per strada e finendo ricoverata in rianimazione, e c’è un programma di una televisione locale che ha trasmesso il video di un bambino dei Quartieri Spagnoli costretto a contendere il cibo a un cane, cosa che ha suscitato l’indignazione degli abitanti della zona. In entrambe le situazioni sembra però esserci qualcosa di poco chiaro, tanto da spingere Mina a cercare di comprendere come siano andate veramente le cose, nonostante lo scetticismo di chi la circonda, mentre il misterioso e affascinante personaggio della Signora, splendida e poetica invenzione che fa di questo romanzo qualcosa di diverso rispetto ai precedenti della serie, accompagna il lettore da un capitolo all’altro.

Come ama ribadire spesso, Maurizio de Giovanni considera di estrema importanza il riscontro che può avere dai lettori, ma in tempi di pandemia e di appuntamenti con il pubblico ancora vietati si deve limitare a radunare i blogger negli incontri online.

 

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La Signora, questo personaggio così particolare che cucina e racconta storie, rappresenta in qualche modo la città con tutte le sue voci?

È prima di tutto una riflessione sulla madre: io ho perso la mia nel settembre scorso e questo ha inciso sulla mia scrittura recente.  

La tradizione culturale di Napoli prevede che sia nata dalla morte della sirena Partenope, annegata sotto al Vesuvio: è una vergine madre, che nutre col suo corpo il popolo che cresce e si moltiplica attorno a lei sulla collina davanti al mare. La sirena nella mitologia è originariamente un uccello, non un pesce, altrimenti non avrebbe potuto uccidersi gettandosi nel mare e non canterebbe.

Le modalità di amore di una madre nei confronti di un bambino sono essenzialmente due: nutrirlo e raccontargli storie, che è un’altra forma di nutrimento. La Signora prepara del cibo mentre racconta, perché è un suo bisogno primario, è il suo modo di essere madre.

Ogni storia si riflette su tutte le altre storie, perché siamo tutti in correlazione: così anche le due vicende apparentemente lontane tra loro si riveleranno poi connesse. Con la Signora, in fondo, ho mostrato il lavoro di noi romanzieri: unire i fili di tanti elementi per costruire storie.

“Una sirena a Settembre”, il nuovo appuntamento con Maurizio De Giovanni

In questo libro si ha l’impressione di trovare riferimenti a tutti i suoi romanzi e personaggi precedenti. È così?

Dopo la morte di mia madre ho scritto l’ultimo romanzo della serie di Sara e questo di Mina. In entrambi ho avuto la sensazione di cambiare il percorso della scrittura, di includere in qualche modo la bellezza del dolore. Io non ho ambizioni letterarie, non m’interessa vincere premi o passare ai posteri: sono contentissimo di avere i miei lettori e che siano soddisfatti di quello che scrivo per loro. Mi ha fatto piacere, ad esempio, apprendere dal presidente delle Biblioteche italiane che i miei libri sono in assoluto i più prestati, una cosa che secondo me vale più della vittoria a un Premio Strega.

Questo è in assoluto il mio libro più napoletano. Nei romanzi di Ricciardi ho narrato una Napoli del passato, nella serie dei Bastardi descrivo una Napoli caotica, dove si indaga e basta, mentre la Napoli di Sara è grigia e distante, una città che quasi non c’è.

Mina chiedeva un racconto diretto: i Quartieri Spagnoli sono i veri protagonisti, con le loro miserie e la loro arte di arrangiarsi. In questo libro, al di là delle vicende di Mina che è un personaggio che fa sorridere, ci sono anche un secondo e un terzo livello, anche se non so se sono riuscito a renderli reperibili al lettore.

 

In questo libro lei sembra prendere a schiaffi molte realtà distorte di Napoli, come se volesse spiegare i Quartieri Spagnoli a chi vive altrove. Alle periferie e ai quartieri difficili si tende ad associare un’incuria degli affetti, ma è davvero così?

Il punto è la qualità del degrado. Noi ne parliamo dall’alto di posizioni generalmente più o meno privilegiate, ma di quale degrado parliamo? C’è la miseria, c’è la piccola criminalità, ci sono anche il lavoro nero, i commerci illeciti, la droga, ma diverso è parlare di degrado dei valori e delle strutture sociali. Ci sono reati come la pedofilia che non sono tollerati neppure dai criminali, tant’è vero che i pedofili nelle carceri vengono spesso isolati perché rischiano di essere picchiati dagli altri detenuti.

La cura per l’infanzia resta primaria anche in contesti di apparente degrado, anche in quartieri che noi consideriamo da sempre degradati. Per questo il quartiere dove Mina lavora si rivolta al pensiero che un bambino possa contendersi del cibo con un cane randagio, perché la cosa viene giudicata inammissibile.

“Una sirena a Settembre”, il nuovo appuntamento con Maurizio De Giovanni

In questo romanzo Mina non appare più come protagonista assoluta ma lascia maggiore spazio ad altri personaggi, e sembra che cambi qualcosa nel suo modo di essere: è sempre prigioniera della sua rabbia, ma sembra prendere coscienza del dover modificare la propria vita.

Io volevo che Mina dimostrasse di essere capace di non rimanere perennemente in balia delle correnti, ma lottasse per le proprie scelte senza ricevere di continuo consigli da tutti. È sottomessa alla madre, all’ex marito, alle amiche… Forse sono riuscito a farla uscire dalla farsa dei primi libri per passare alla commedia.

 

In questo romanzo hanno un grande ruolo i media, in particolare la televisione, di cui si dice che per tante persone rappresenta l’unica verità. E i libri, allora, cosa possono fare? Hanno una responsabilità nell’influenzare i lettori?

Io ho una visione romantica dei lettori. Per me chi prende in mano un libro è già superiore al marasma di chi fruisce di questa pornografia costante della televisione. Sono orripilato da un certo tipo di trasmissioni, ed è proprio questo che ho cercato di dire nel romanzo.

Le informazioni sono manipolate e i soggetti televisivi mi sembrano sempre peggiori. Io ho chiesto al mio ufficio stampa di non accettare inviti da certe televisioni, perché proprio non ce la faccio: ho partecipato a un paio di trasmissioni via Skype durante la pandemia, quando mi sembrava brutto dire di no, ma dopo quelle esperienze non ne voglio più sapere. A proposito dei vaccini, ad esempio, ho sentito dire cose così false da risultare delittuose.

Parlare delle televisioni in principio doveva essere un elemento secondario, ma poi è diventata una delle storie portanti e sono contento che sia così. Eppure resto convinto che sia possibile fare informazione senza sparare idiozie.

 

Lei racconta una Napoli a compartimenti: la borghesia, i quartieri popolari, la microcriminalità, ma poi qui si ritrovano insieme personaggi di estrazioni diverse. Merito della Signora e di Mina che fungono da collante?

Solo a Napoli succede che possano ritrovarsi compagni di banco due ragazzi come Marco ed Ettore, che compaiono nella trama: uno povero, l’altro di famiglia ricca. In qualsiasi altra città non solo non sarebbero compagni di banco, ma non frequenterebbero neppure la stessa scuola o due scuole vicine. A Napoli, in realtà, le classi sociali si mescolano più che altrove e l’informazione più forte che ho dato di questa città è proprio questa: Marco ed Ettore che sono compagni di banco, e che determinano una serie di collegamenti futuri, di cose che li riuniranno nel corso della vita.

 

Cosa pensa delle scene di sesso nei romanzi, visto che nei suoi non ne inserisce praticamente mai?

Mina e Mimmo si avvicinano come le placche geologiche, mi ha detto un amico, ed è vero. Avrebbero tutti i motivi per avvicinarsi, ma sono profondamente insicuri. Se dovessi raccontare una scena di sesso tra loro forse mi verrebbe perfino da ridere, ma non si sa mai. Tutto quello che esiste in un libro deve far avanzare la storia, ma in molti scrittori c’è anche il voyerismo. Leggiamo spesso molte descrizioni non necessarie, mentre per me è più importante il non detto. Le scene di sesso vanno descritte per quello che servono.

 

Tutte le storie che ha raccontato finora con i vari personaggi convergono secondo me in un’unica grande narrazione della sua Napoli. Quale di queste sfaccettature di Napoli ha portato nel personaggio della Signora?

Napoli cambia in continuazione ed è difficile raccontarla. Se fosse un personaggio sarebbe una di quelle madri volgari e sopra le righe di cui uno si vergogna, che entra nei fatti tuoi, fruga nei tuoi cassetti e invade il tuo spazio, però alla fine sai comunque che non la cambieresti con nessun’altra. Ci litighi e soffri, ma ne puoi parlare male solo tu. Napoli è invadente, la vorresti usare solo come ambientazione ma poi diventa un personaggio.

Se non fossi stato napoletano non avrei scritto neanche una riga.

 

La scrittura è un fatto genetico?

Io sono contro la scrittura fine a sé stessa. Ci sono personaggi nati solo per fare i cavalli di Troia ed esprimere le opinioni dello scrittore. Per me noi scrittori dobbiamo solo raccontare storie, belle o brutte, significative o meno e non importa. Quando torno a casa la sera non esprimo le mie riflessioni filosofiche, ma racconto in famiglia quello che mi è capitato e che penso possa interessare gli altri.

L’attitudine a raccontare può senz’altro essere un fatto genetico. Della mia infanzia ricordo che potevo restare a bocca aperta con i soldatini in mano e dimenticarmi di giocare per ascoltare le storie di mia madre, quando di giorno non c’era ancora la televisione, che trasmetteva solo la sera. Stavo sul pavimento della cucina ad ascoltarla mentre cucinava.

Ogni libro per me è un atto d’amore nei confronti dei miei personaggi e dei miei lettori.

 

La scissione che si è creata tra il personaggio televisivo di Mina e quello letterario la condiziona in qualche modo nel momento in cui inizia a scrivere un nuovo romanzo?

Mi ricordo che Andrea Camilleri inizialmente descriveva Montalbano secondo un suo modello mentale, che era poi Pietro Germi, e così viene rappresentato nella statua di Montalbano che c’è a Porto Empedocle. Quando però Luca Zingaretti è diventato il Montalbano televisivo ne ha cambiato radicalmente l’aspetto e Camilleri, per non rinnegare il passato, smise di descrivere l’aspetto fisico del personaggio nei suoi romanzi.

Io non posso fare la stessa cosa con Mina perché il suo aspetto fisico è troppo importante all’interno delle storie. Le serie televisive dei Bastardi e di Ricciardi sono abbastanza fedeli ai romanzi, a parte qualche leggera differenza narrativa: nei Bastardi ha assunto un ruolo maggiore Lojacono, mentre per Ricciardi avrei visto una Enrica più dimessa e una Livia più frivola, ma per il resto rimangono abbastanza fedeli ai romanzi.

In una serie televisiva sono in tanti a dire la loro e tu autore non puoi fare sempre quello che vorresti: a volte ti tocca fare un passo indietro ed è quello che ho fatto con Mina, togliendo la mia firma dalla serie perché non concordavo su molte scelte.

 

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Un punto importante di questo romanzo riguarda la possibilità di ottenere giustizia anche se questa non coincide esattamente con la legalità, come deve ammettere anche Claudio, l’ex marito di Mina che è un magistrato sempre rigoroso.

Il personaggio di Mina esiste come possibilità di scrivere con tono di commedia, è il mio vestito colorato nell’armadio da tirare fuori ogni tanto. Però il suo tema di fondo rimane sempre quel territorio che rientra nella giustizia ma è al di fuori della legge. La legge è un insieme di regole, ma la giustizia può anche non essere sempre legale.

Come assistente sociale, Mina si muove in un territorio che spesso si trova in qualche modo al di fuori della legge, mentre Claudio come magistrato la deve applicare: in quest’ultimo romanzo si trova anche lui costretto a cercare una forma di giustizia che non coincide del tutto con quella legale.


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Per la prima foto, copyright: Danilo D'Agostino su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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