Una Roma inedita e malinconica. “Come una storia d’amore” di Nadia Terranova
Dieci racconti brevi con un unico filo conduttore: Roma e l’amore. Nel suo ultimo libro, Come una storia d’amore (Giulio Perrone Editore), Nadia Terranova affronta i territori sconfinati di questo sentimento, attraverso un punto di vista inedito: i protagonisti vivono a Roma ed è la città stessa che entra nelle vite di ognuno, modellandone le emozioni.
Storie di persone differenti ma accomunate da una sorta di solitudine esistenziale, come se si trovassero nella terra di mezzo della loro esistenza, girovagando senza meta, estranei alla loro vita esteriore e in contatto con un’interiorità in fuga, che per un momento si ribella alla quotidianità.
«Ma la mia vita, ora, è tra parentesi. In questo bar mezzo vuoto e riempito dal vuoto transitorio che precede i giorni rossi sul calendario, nel quartiere che conosco a memoria e dentro il quale ogni giorno vivo e mi nascondo, davanti a un bicchiere di bollicine scarse mi chiedo chi sono e la domanda, mentre sorge, smette di avere importanza.»
In questa spaccatura esistenziale si snodano le storie delle protagoniste, tutte donne, brevi momenti perlopiù, attimi di vita quotidiana; Roma e i suoi quartieri si svegliano e si interfacciano con quelle vite, diventandone il palcoscenico.
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Ci sono due sorelle che trascorrono sole la mattina di Natale a Porta Maggiore, mentre i genitori rimangono a casa impegnati a litigare, c’è una donna che entra nella lavanderia sbagliata, gestita da una donna bengalese che sorride sempre, ma nasconde un dramma.
«“Nilima, perché ridi?”.
Nilima ride sempre con gran rumore. Socchiude gli occhi e ride. Nel retro della lavanderia dorme suo figlio quando non va a scuola. Non l’ho mai visto giocare, a volte protesta o la chiama. Nilima ride e non smette di parlare con me.»

Si viaggia nel ghetto ebraico con una ragazza che lo conosce molto bene, ne ha fatto la sua via di fuga dalla realtà: vuole imparare una lingua che va al contrario e al contempo capire come si manifesta la felicità.
«Io il corso di ebraico non lo abbandonerò̀ mai, che bisogno c’è di precisarlo? Io devo tornare a scuola, è un imperativo. Ho bisogno di studiare. Una lingua che si scrive al contrario è perfetta per me. Ho bisogno di invertire le cose, nascondermi da qualche parte e spiare che succede.»

L’attimo, in questo volume, diventa il racconto di una vita intera, nel quale si catalizzano le emozioni e l’autrice, fra le righe, comunica con un linguaggio semplice ma profondo sia il dolore sia la velata voglia delle protagoniste di buttarsi il passato alle spalle e voltare pagina. Ma non ci riescono, perché Roma, la città nella quale hanno scelto di vivere, le trattiene. L’attimo passa in fretta e il dolore ritorna.
«Del resto neanch’io me ne andrò̀. Non ho mai abbandonato né città né case né lavori né uomini. Ho lasciato che ogni situazione dentro cui mi ero ritrovata si staccasse da me con una gradualità che mi sembrava necessaria. Non sono tipo da lacerazioni, mi dicevo, e intanto scavavo la mia palude.»
In tutti questi attimi di vita Roma è presente a forgiare il destino dei protagonisti. Talvolta consola, altre volte si fa spietata, in taluni casi è solo il contorno di un momento.
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«L’unica è raccontarsela come una storia d’amore»,scrive Nadia Terranova. Accettare la vita con tutte le sue prime volte, gli innamoramenti, i sogni infranti, le delusioni. Seguitare a esistere, a guardare Roma e perdersi fra le sue strade, passare oltre le malinconie e fare ancora un passo avanti.
Per la prima foto, copyright: Christopher Czermak su Unsplash.
Per la terza foto, la fonte è qui.
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