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Una preziosa lezione di vita. “La signorina Crovato” dI Luciana Boccardi

Una preziosa lezione di vita. “La signorina Crovato” dI Luciana BoccardiSiamo abituati a vederla intervistare gli stilisti e seguire le passerelle internazionali. Una vera icona del settore, Luciana Boccardi, giornalista veneziana esperta di moda, è anche scrittrice. In libreria dal 25 febbraio scorso con La signorina Crovato, per Fazi Editore (collana Le strade) ci porta con tatto ed eleganza in un mondo che tra usi, costumi e tradizioni è cambiato nel profondo, e la copertina è specchio fedele di quel mondo.

La citazione in esergo, del navigatore e regista Jacques-Ives Cousteau, introduce alla perfezione la storia. Ovvero: «Se qualcuno, per qualsiasi ragione, ha l’opportunità di condurre una vita straordinaria, ha il dovere di non tenerla per sé», e non solo per l’aggettivo “straordinaria”, ma quanto per la parola “opportunità”.

La lettura è infatti avvolta da un sentimento di gratitudine che sgorga da ogni parola usata per descrivere i fatti narrati.

Un po’ romanzo di formazione, un po’ memoir in una dimensione da saga familiare, il cui inizio è datato 1938. Luciana Crovato all’età di sei anni torna nella sua Venezia per frequentare la prima elementare dopo aver vissuto per un po’ di tempo nella casa di campagna ospite della tata per riprendere le proprie abitudini interrotte bruscamente da un terribile incidente occorso al padre. Evento che imparerà a conoscere con l’appellativo «la disgrazia», che segnerà per sempre lei e i suoi cari.

 

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È cresciuta nell’amore e nell’affetto di genitori con sensibilità artistico-musicale, ma di estrazione sociale diversa: Marcella Salvadori, «una delle più belle donne della città», ha studiato pianoforte, è di carattere mite e dolce, figlia di un barone austriaco, Iginio Salvadori, nato e cresciuto a Fiume quando era città dell’Impero austro-ungarico, e di Angela Berton, detta Gina, proveniente da una famiglia di commercianti.

Una preziosa lezione di vita. “La signorina Crovato” dI Luciana Boccardi

Raoul Masin Crovato ha studiato clarinetto e sax, è chiamato «lo zingaro», ed è figlio di un tenore celebre ai suoi tempi, Gianni Masin Crovato, ormai caduto nell’oblio, ma soprattutto è un ateo convinto, antifascista militante in una Italia governata dal Duce e ha partecipato alla fondazione del Partito Comunista Italiano insieme ad Amedeo Bordiga.

“«La disgrazia si poteva evitare», avrei sentito ripetere per tutta la vita in casa, soprattutto dalla nonna Gina e dalla zia Mary, la sorella di mamma. «È stata il frutto della sua impulsività», ripeteva la nonna come un mantra, per rassicurarsi che ciò che era successo non fosse altro che la conseguenza di quel caratteraccio che gli era costato arresti, botte, denunce, prigione e quant’altro. «Come si può sostenere che Mussolini è un delinquente, un farabutto, contro un’intera nazione che lo applaude e lo ammira? Se vogliamo chiamarlo coraggio, il suo, è stato un coraggio da incosciente, che è costato a lui gli occhi e a tutti noi il dolore: e ha causato una tragedia, soprattutto per quella povera bambina senza futuro».”

 

Luciana ha un bel legame col padre, e quando il giorno della “disgrazia” rimane ustionato in modo grave mentre tenta di salvare delle persone durante un incendio nel teatro dove lavorava, diventa il suo eroe ancora di più.

Da quel momento in poi cambia tutto tra mille difficoltà e un alternarsi di persone e posti in cui vivere poiché la mamma, che non può seguirla come prima, deve stare in ospedale per la lunga degenza del marito:

«Era il mio destino, ormai, quello di cambiare vita e luoghi: appena cominciavo ad affezionarmi, dovevo andarmene di nuovo. Intanto mi abbandonavo al sogno di poter diventare una ballerina o una pianista».

Una preziosa lezione di vita. “La signorina Crovato” dI Luciana Boccardi

La signorina Crovato, a dispetto dell’età, è matura e determinata. Prende tutto quel che le capita come un’occasione, con una tenacia e una forza che le fa affrontare qualsiasi cosa.Una sfida che affronta con coraggio, e quando si affaccia lo sconforto lo caccia via con l’azione, senza rimuginarci troppo. I miracoli non le piovono dall’alto ma li fa accadere lei, pur se il destino si accanisce sulla sua famiglia.

Marcella si arrangia con diversi lavori: commessa, segretaria o insegnante privata, mentre Raoul, inabile, annega la propria sofferenza e la frustrazione nel vizio del bere, sino a che i litigi tra coniugi si fanno piuttosto aspri. La presenza della morte aleggia come un’ombra nell’esistenza giovanile della protagonista eppure, malgrado tutto, traspare luce e speranza. Non semplice ottimismo fine a se stesso ma molto di più:

«Quella sensazione che mi ha accompagnato tante volte nella vita – e forse mi accompagna ancora: la consapevolezza, nonostante tutto, di essere una persona fortunata».

 

Anche la visione dell’uomo ricoperto di bende dove sbucano solo gli occhi, anzi «due buchi neri», viene raccontato come un’esperienza da custodire per andare avanti con fiducia.

Il filo della narrazione è tenuto vivace dal ritmo e dal senso dei giorni. I titoli dei capitoli scandiscono il tempo e lo spazio: le case, le persone che le abitano, i giochi liberi a piedi nudi nei campi e con gli animali, i pranzi con la polenta e alla domenica con il pollo. Alla sera, per cena, «di nuovo una fetta di polenta con latte, una fetta di salame o un pezzetto di formaggio (si chiamava puina, quella buona ricotta campagnarda)» alternata alle diverse abitudini nel capoluogo lagunare, bello e sfuggente, aperto ma misterioso.La nascita del fratellino Giorgio, la partenza con lui per la prima colonia quando l’Italia entra in guerra:

«Era il 10 giugno 1940: dalle finestre del salotto aperte sul campo Sant’Agostin, dove erano stati posizionati dei grandi altoparlanti, la voce di Mussolini arrivò nitida, forte, prepotente, decisa».

 

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E poi soprattutto il dovere, affrontato con trasporto ed energia, di aiutare la propria famiglia.

Luciana infatti non solo è una brava studentessa ma lavora; riuscirà a fare entrambe le cose con profitto, Dà persino ripetizioni alle figlie di una ricca famiglia ungherese dove la mamma insegnava pianoforte. Tuttavia non mancano, oltre le difficoltà, le umiliazioni esternate dagli altri con sentimenti di pietismo dettate in particolare dalla condizione del padre che già veniva visto con sospetto prima e che poi con l’incidente ha un aspetto che incute timore. Per giunta è figlia di gente che “suona nelle orchestrine”, che all’epoca era ritenuta un’attività disdicevole.

Un nuovo impiego presso la Biennale costituirà la vera svolta: «Il sole finalmente splendeva anche sulle nostre finestre».

Grazie alla velocità acquisita con una vecchia macchina da scrivere Remington con cui aveva fatto pratica per un corso, la cui frequenza era essenziale svolgendo lavori in prevalenza d’ufficio, entra in contatto con personaggi stimolanti, per la maggior parte artisti, più adatti al suo temperamento.

Con un linguaggio semplice La signorina Crovato è un’immersione nei ricordi e al contempo è proiettato al futuro e a ciò che esso riserva. L’autrice – che all’anagrafe è Luciana Crovato – lascia in tal modo al lettore una preziosa testimonianza che ha il sapore della favola e una preziosa lezione di vita.


Per la prima foto, copyright: Sharon McCutcheon su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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