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"Una giornata al Monte dei Pegni" di Elena Loewenthal

Una giornata al Monte dei PegniI finalisti al Premio Chiara (3)

 

Dopo la lettura piuttosto deludente dei primi due, è con un po’ di scetticismo che ho preso tra le mani il terzo finalista al Premio Chiara 2011: Una giornata al Monte dei Pegni (Einaudi) di Elena Loewenthal. Ebbene, non ne sono rimasto affatto deluso: sono storie di ordinaria disperazione inanellate l’una all’altra, poiché tutti i loro protagonisti – incluso il narratore testimone – condividono un medesimo spazio, quello della sala d’attesa del Monte dei Pegni, e sentimenti affini di imbarazzo, orgoglio, amarezza.

Una donna che insegue la giovinezza e la bellezza perdute (ma la chirurgia estetica costa cara…), il garzone di un pescivendolo che non riesce più a pagarsi l’affitto, un rappresentante di generi alimentari che specula in borsa (prima che la moglie lo abbandonasse investiva in gioielli d’oro), la compagna di un operaio in cassa integrazione e i loro tre figli, alcuni giostrai nomadi che vogliono rilanciare la propria attività e non hanno che un antico tappeto per procurarsi un po’ di denaro: sono alcuni dei personaggi costretti a impegnare, più che un oggetto, un simbolo o un ricordo, con la speranza a volte vana di riscattarlo; del resto «gli oggetti non muoiono. Neanche vivono», i fremiti di vita che li attraversano quando li abbiamo tra le mani appartengono infatti a noi.

Un testo, dunque, che si dimostra di stringente attualità, vista la devastante crisi economica che coinvolge il nostro Paese e l’impoverimento di nuove classi sociali; ma pregio ancor maggiore della Loewenthal è quello di aver saputo trascendere il pretesto narrativo di ogni brano, per raccontarci storie di un’umanità dolente e combattiva, ironica e ancora irrinunciabilmente capace di (auto)illudersi, di sentirsi immune da ogni forma di miseria. «Il conta numeri fa clic. Ma non è ancora il suo turno. È quello dei poveri cristi che portano i loro quattro ori al Monte dei Pegni e non li rivedono più. Lei invece il piatto ce lo lascia un mese, massimo due. Garantito. Come fosse una cassetta di sicurezza in banca, certo. Due mesi, non di più, massimo tre. Poi troverà i soldi per riprenderselo. Ma certo. Non è mica una poveraccia, lei. È una professoressa, e tutti la chiamano così. Prof qui e prof là, persino il verduriere».

Accennavamo al narratore testimone: è lì al Monte dei Pegni e osserva i movimenti ansiosi di coloro che attendono il proprio turno, ascolta i loro dialoghi con i commessi; si esprime in prima persona nei brevi brani in corsivo che fungono da raccordo tra i diversi racconti, ciascuno dei quali ha per titolo l’oggetto che verrà impegnato. È onnisciente, può penetrare gli animi dei suoi personaggi, cogliendone le paure e le aspettative, con una sola curiosa eccezione: Posacenere argento gr 140 (E smetto di fumare), che ha per protagonista uno scapestrato cui è data direttamente la parola; forse l’autrice ha provato un certo imbarazzo a esprimersi con il suo linguaggio scurrile, o ne ha condiviso la pena al punto da dargli la possibilità di esprimere la sua verità? Poco importa del resto, perché tutto scorre in maniera intima e godibile.

A questo punto non vi sarà difficile intuire la mia personale classifica del Premio Chiara: primo Una giornata al Monte dei Pegni, secondo Mosche d'inverno, terzo Guida agli animali fantastici; quella ufficiale verrà proclamata durante la serata di premiazione del 23 ottobre (ore 17.00, Ville Ponti, Varese). Comunque vada… lunga vita ai racconti!

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