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Una favola pastorale, l’Aminta di Torquato Tasso

Una favola pastorale, l’Aminta di Torquato TassoL’Aminta è un’opera composta da Torquato Tasso nel 1573, e stampata in seguito da Aldo Manuzio nel 1581. Nell’anno della sua composizione, l’opera venne rappresentata sulla piccola isola di Belvedere sul Po, nei giardini della villa estense, alla presenza di tutta la corte di Ferrara, e il successo fu immediato, tanto che l’anno successivo fu richiesta alla corte di Urbino.

La rappresentazione teatrale è di tema bucolico, un dramma pastorale diviso in cinque atti, i cui versi sono strutturati in settenari ed endecasillabi.

Il modello di Tasso è classico, infatti al termine di ogni atto è previsto un coro, come accadeva nella tragedia greca, e vengono rispettate le regole aristoteliche della rappresentazione; l’opera si può leggere come manifesto della concezione di Tasso di un mondo utopico, ideale, fuori dalla storia, che dà sfogo ai sentimenti, all’amore, pienamente correlato alla sensibilità umanistico-rinascimentale.

 

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La vicenda si svolge in una favolosa ambientazione arcadica, e narra dell’amore di Aminta, un pastore, per una bella ninfa, Silvia, che però non ricambia il sentimento e si dedica esclusivamente alla caccia. Aminta chiede allora consiglio a Tirsi, personaggio saggio, mentre Dafne tenta di convincere Silvia ad accettare l’amore di Aminta, ma senza ottenere risultati. Tirsi consiglia ad Aminta di recarsi presso una fonte dove si trova Silvia e parlarle apertamente dei suoi sentimenti; nel mentre, Silvia subisce l’aggressione di un satiro. Quando il satiro sta per farle violenza, giunge Aminta e la salva; Silvia, invece di ringraziarlo, fugge nel bosco.

Poco tempo dopo, la ninfa Nerina narra che Silvia è scomparsa, e di lei resta solo un velo insanguinato. Aminta cade nella disperazione, e pensando di aver perso per sempre Silvia, si getta da una rupe. Silvia però è viva, e non appena sa del gesto di Aminta si addolora della sua indifferenza verso l’amore del pastore.

Il finale è lasciato al poeta Elpino, che racconta come tutto abbia avuto lieto fine: Aminta è caduto su un cespuglio e si è salvato, e, quando si è risvegliato, Silvia era con lui, pentita e in lacrime. Aminta e Silvia si abbracciano mentre il coro celebra la loro felicità e la gioia dell’amore.

 

Il tono dell’opera non è tanto drammatico quanto lirico, e solo in apparenza essa è una tipica produzione cortigiana; va sottolineato come sia possibile, in effetti collegare ogni personaggio dell’opera a un personaggio reale della corte: Tasso può essere Tirsi in quanto poeta, ma anche Aminta in quanto uomo sensibile, Silvia è Leonora d’Este o la Bendidio, Mopso è lo scrittore Sperone Speroni, Elpino è Giovan Battista Pigna, Dafne è Lucrezia d’Este. Nell’opera si rispecchia il Ducato ferrarese, e gli stessi dialoghi, i comportamenti, determinati atteggiamenti dei personaggi rispecchiano proprio il mondo cortigiano.

 

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Lo scritto di Tasso non è rivolto solo all’élite della corte, ma al mondo dell’Accademia, ai letterati. Fino all’epoca di Tasso, il dramma pastorale era tutt’altro che un genere codificato, non avendo modelli antichi su cui basarsi ed essendo dunque libero da particolari vincoli, molto più malleabile rispetto alla commedia e alla tragedia. Come detto, Tasso cala la sua opera nella rigida struttura aristotelica della tragedia, ogni atto preceduto da prologo e seguito da coro, ma elementi tragici tipici sono accompagnati da elementi tipici della commedia, in una armoniosa amalgama dei due generi.

Una favola pastorale, l’Aminta di Torquato Tasso

Il livello è medio, denso di musicalità, una sorta di precursore di quello che in seguito diventerà il melodramma; il dramma pastorale tassiano è stato, infatti, musicato più volte.

Nonostante i rimandi ai classici, dall’Arcadia di Sannazaro all’Orfeo di Poliziano, fino ai poeti elegiaci latini, come Ovidio e Catullo, e soprattutto alle celebri Bucoliche virgiliane, l’Aminta non può essere considerata solo una fine esercitazione letteraria, ma una vera dimostrazione della lirica tassiana, con il mondo pastorale perfettamente adatto alla sensibilità dell’autore, in quanto è prevista la consolazione dopo il dolore, e si giunge alla concretizzazione di un mondo utopico prima solo sperato.

Il mondo presentato da Tasso è raffinato, semplice, fonde bene fantasia e realtà, e mostra le tensioni che agitano la concezione amorosa, da quella dolce di Aminta a quella animale del satiro.

Il lirismo che contraddistingue l’opera è marcato da vari elementi, tra cui spiccano l’esilità della trama, la scelta del settenario più che dell’endecasillabo per rendere il testo più musicale, la scena statica, la prevalenza dell’argomento amoroso.

 

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Nelle parole del coro, l’amore è opposto all’onore, nel senso di forma morale; se nel celebre capolavoro di Tasso, la Gerusalemme liberata, l’amore era uno dei temi della vicenda, nell’Aminta esso è il tema dominante, fulcro di tutta l’azione, come esplicitamente traspare dai bellissimi versi finali del coro del primo atto, modellati sul carme 5 di Catullo:

 

Amiam, ché ʼl Sol si muore e poi rinasce:

a noi sua breve luce

s’asconde, e ʼl sonno eterna notte adduce.

 

Amiamo, perché il Sole muore e poi sorge ancora: la sua breve luce si nasconde a noi e il sonno della morte porta la notte eterna.

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