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Una farsa medievale, tra sorriso e riflessione

Una farsa medievale, tra sorriso e riflessioneNell’abbazia benedettina belga di San Pietro di Gembloux, nell’XI secolo, un anonimo autore, probabilmente un chierico di buona formazione culturale, compose un’opera poetica ritmica in latino di carattere farsesco, i Versus de Unibove, ossia La beffa di Unibos.

Il poema si compone di 216 strofe, tutte quartine, per un totale di 864 ottosillabi accentuativi a rima baciata. Il poema è molto divertente, e in esso si può individuare un anticipo di quella che sarà la novella dei secoli successivi, e accentrato attorno alla beffa, all’astuzia del protagonista che ordisce i suoi inganni spassosi. Non va scordato che l’opera è prodotta in un contesto monastico, dunque non è fine a se stessa, e porta con sé anche la riflessione edificante tipica della scrittura monastica: la risata che il testo suscita non è l’obiettivo, ma è il mezzo che l’autore utilizza per trasmettere un messaggio tutt’altro che ridicolo, correlato alla morale cristiana.

Il protagonista della vicenda è il contadino Unibos, così chiamato in quanto gli è rimasto un solo bue. Egli lo scuoia e ne vende la pelle al mercato, ricavando solo otto denari. Tornando a casa, si deve fermare in un prato per un bisogno fisiologico. Terminato il tutto, strappa un ciuffo d’erba per pulirsi e trova tre vasi pieni di monete d’argento. Appena torna a casa, manda il figlio dal sovrintendente del paese a chiedere lo strumento per pesare il suo tesoro. Insospettito, il sovrintendente segue il ragazzo e, sbirciando dalle finestre della casa, scorge Unibos pesare le monete. Subito lo accusa di furto. Unibos sceglie di non dire la verità, ma afferma che al mercato del paese vicino le pelli di bue si vendono ricavandone una fortuna come quella. Il sovrintendente ha due amici, anche loro rappresentanti delle istituzioni, il sindaco e il prete; tutti e tre decidono di andare al mercato con un carico di pelli e fare fortuna. Quando un calzolaio si avvicina per chiederne il prezzo, rimane sconcertato dalla cifra chiesta dal sindaco, e gli chiede se sia uno scherzo. Il diverbio diventa una rissa, e i tre sono arrestati dalle guardie e portati davanti al giudice. Costretti a pagare per ottenere la libertà, e a lasciare tutte le pelli, i tre tornano a casa decisi a farla pagare a Unibos. Ma egli ha pronto il secondo inganno: ha fatto distendere a terra la moglie, l’ha cosparsa di sangue di maiale, e dinanzi ai tre stupefatti compie una danza attorno al corpo della donna suonando un corno magico. Sua moglie si rialza, viva e vispa, perfino più bella. I tre chiedono a Unibos di vendergli il corno, in modo da fare lo stesso con le loro mogli. L’epilogo è tragico, le tre donne ovviamente non resuscitano. I tre sono decisi a uccidere il contadino, ma questi prepara il terzo inganno: fa credere che la sua cavalla sia capace di defecare monete.

 

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Di nuovo i tre acquistano la cavalla a caro prezzo, e naturalmente al mattino non trovano che escrementi e appena una monetina che Unibos aveva inserito nell’ano dell’animale. A questo punto, quando i tre si presentano da Unibos, egli non sa più che fare e si lascia catturare. Legato mani e piedi viene chiuso in una botte, che sarà gettata in mare. Giunti sulla scogliera, sentono la voce del contadino che dall’interno della botte dice di avere ancora dodici monete, e li invita a farsi una bevuta. I tre, sicuri che non possa fuggire dalla botte, lo lasciano e vanno a bere. Passa di lì un porcaio coi suoi maiali, e il contadino è pronto a sfruttare l’insperata fortuna: racconta al porcaio che i suoi compaesani l’hanno chiuso là dentro perché non vuole accettare la nomina a sovrintendente.

Una farsa medievale, tra sorriso e riflessione

Il porcaio ci casca e lo libera facendosi chiudere al suo posto nella botte. I tre amici tornano, gettano la botte in mare e se ne vanno soddisfatti. Tre giorni dopo, i tre non credono ai loro occhi vedendo Unibos che passa per il paese col branco di maiali. Il contadino racconta che nell’abisso marino ha trovato i maiali, e afferma che da quel posto si torna più felici ed esperti di prima. I tre decidono di imitarlo, si gettano in mare e muoiono.

Certamente a una prima lettura, qualsiasi lettore non avrebbe dubbi: si deve tifare per Unibos, modesto contadino oppresso, contro i potenti e benestanti che lo tormentano. Ma per comprendere meglio il tutto, è necessario soffermarsi sull’ultima quartina; il nostro autore anonimo ci dice:

«Inimici consilia

non sunt credenda subdola:

ostendit ista fabula

per saecolorum saecula.»

«Non bisogna credere ai subdoli consigli del Nemico, questa favola lo mostra nei secoli dei secoli.»

 

Impossibile non avvertire un deciso cambio di prospettiva. Sovrintendente, prete e sindaco non sono più gli avversari, ma simboleggiano semplicemente l’umanità, la presunzione e la sprovvedutezza degli uomini; il mite contadino rivela invece la sua vera natura: egli è il diavolo, e le sue divertenti beffe sono tranelli demoniaci. Usare il termine “inimicus”, nel Medioevo, non lascia spazio a fraintendimenti: non ci si può che riferire al demonio.

Dopo questa rivelazione finale, è facile attribuire ad altri versi lungo il poema un significato che svela l’identità reale di Unibos:

«Confusionis trux faber,

nos seduxisti nequiter»

«Bieco artefice di rovina, ci hai malamente ingannato»

Una farsa medievale, tra sorriso e riflessione

Unibos è creatore di confusione, dunque rovina, non a caso è il caos che crea il male, come avvenuto nella confusione babelica; inoltre, viene scelto un verbo particolare, “seducere”: il diavolo è il seduttore per antonomasia, e attraverso il suo ammaliamento crea gli inganni. Ancora, in un altro verso, i tre amici gridano fuori dalla casa di Unibos:

«Exi, sceleste fraudifer!»

«Esci, maledetto ingannatore!»

 

È la classica formula dell’esorcismo. Il nostro autore più che mai sottolinea cosa sia in realtà Unibos, attraverso le grida dei tre apparenti antagonisti. A confermarlo ancora una volta, giunge l’ultimo episodio, quando i tre incoscienti si gettano in mare perché sul fondo ci sono i porci: si rimanda chiaramente al Vangelo di Matteo, dove Gesù libera due indemoniati e i demoni entrano nei porci che stanno pascolando, che si getteranno poi tutti in mare.

 

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Dunque i Versus de Unibove sono un testo complicato, dove è necessario non soffermarsi alle apparenze che lo presentano come divertente e farsesco. Infatti, a un certo punto della narrazione, l’autore decide di interrompere il flusso degli eventi e di fare una pausa in cui rivolge al lettore un messaggio:

«Insania, prudentia / respondent per ludibria»

«Follia e saggezza si manifestano attraverso le beffe»

 

 

Se allora il componimento è scherzoso, allo stesso tempo è anche serio. Infatti, gli inganni di Unibos sono simili, si ripetono, ma i tre continuano a restarne vittima, mentre già dovrebbero sapere con chi hanno a che fare. Il racconto è una costante spirale, dove Unibos ripete la costruzione dei suoi inganni, che sarebbero anche facilmente riconoscibili, se appunto i tre ne avessero accortezza. Invece di anticipare le sue mosse, i tre si stupiscono ogni volta, e non riescono a comprendere quel contadino-demonio che puntualmente li raggira.

 

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Riferimenti bibliografici

La beffa di Unibos, a cura di F. Bertini e F. Mosetti Casaretto, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2000.

F. Mosetti Casaretto, Il riso come meccanismo: la pseudo-resurrezione nei «Versus de Unibove».

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