Conoscere l'editing

Consigli di lettura

Interviste scrittori

Come scrivere un romanzo in 100 giorni

“Una disperata vitalità”, i sessant’anni secondo Giorgio Van Straten

“Una disperata vitalità”, i sessant’anni secondo Giorgio Van StratenUna disperata vitalità (HarperCollins, 2022) è il nuovo romanzo di Giorgio Van Straten, che esce a sei anni di distanza dall’interessante e fortunato saggio Storie di libri perduti (Laterza, 2016).

Ci racconta di Giorgio, agente letterario e scrittore che vive a New York, con occasionali ritorni a Firenze, conducendo una vita in apparenza soddisfacente tra incontri interessanti e amori più o meno estemporanei. C’è però qualcosa che non funziona perfettamente agli occhi di un uomo che si vede sempre come uno “splendido quarantenne, ed è il corpo che, attraverso segnali sempre più decisi, gli ricorda di essere, in realtà, alla vigilia del sessantesimo compleanno.

Non è facile adeguarsi ai cambiamenti, accettare l’ineluttabilità del tempo che passa e che finisce per modificare molto altro oltre al nostro corpo, a partire dai rapporti familiari e sociali. Una disperata vitalità affronta il tema con una buona dose d’ironia, offrendo sullo sfondo della vita del protagonista un divertito ritratto degli ambienti intellettuali in cui si muove e alternando con equilibrio toni leggeri e riflessioni profonde.

 

Desideri migliorare il tuo inedito? Scegli il nostro servizio di Editing

 

Ne abbiamo parlato con Giorgio Van Straten in questa intervista.

 

Leggendo Una disperata vitalità mi sono ritrovata spesso nei pensieri del protagonista, che è più o meno mio coetaneo. Questa scissione tra una mente che vorrebbe agire da quarantenne e un corpo che reagisce da sessantenne mi sembra una caratteristica prettamente contemporanea: nelle generazioni precedenti c’era forse un maggiore adattamento, o rassegnazione, all’invecchiamento fisico?

C’era più accettazione del fatto che invecchiare è un processo naturale e inevitabile. Per certi versi credo che la differenza nasca da una retorica giovanilistica che è stata alla base dell’identità generazionale di chi è nato negli anni Cinquanta: si partiva dall’età come elemento di contrapposizione e rottura con i propri genitori e con i fratelli maggiori, prima di tutto a partire dalla politica, ma anche in letteratura, per esempio, in polemica con il piglio avanguardistico degli anni Settanta.

La conseguenza è stata che siamo passati per giovani (e noi ci siamo trovati benissimo nel ruolo!) fino a cinquant’anni e a sessanta abbiamo ricevuto la tessera per lo sconto sui treni. È ovvio che dieci anni di vita da adulti sono risultati insufficienti per abituarsi all’idea di invecchiare.

“Una disperata vitalità”, i sessant’anni secondo Giorgio Van Straten

In questo comportamento c’entra anche una riduzione del divario generazionale, visto che quarantenni e sessantenni di oggi sembrano meno distanti tra loro, come idee e stile di vita, di come fossero in passato?

Sì: come ho detto nella risposta precedente, quel divario di gusti e di idee che era alla base della nostra scelta di vita, non è altrettanto forte se rivolto alle generazioni che ci hanno seguito, persino a quelle dei nostri figli. Questa riduzione nasce paradossalmente dal fallimento del nostro progetto di cambiamento che spesso ci viene rimproverato per le conseguenze che ha finito per riverberare sulle generazioni successive. Perché è vero che non siamo riusciti a costruire un sistema politico, economico, ambientale che funzionasse meglio di quello contro il quale ci siamo battuti, ma allo stesso tempo gli stili di vita individuali sono stati profondamente modificati da quelle battaglie e da quegli anni, sostituendo ai valori dei nostri genitori, quelli che ancora oggi costituiscono i riferimenti più diffusi nelle vite degli individui.

 

Al protagonista del romanzo e a diversi altri personaggi, come nella realtà contemporanea, manca la stabilità di una famiglia, in cui mantenere un ruolo preciso: è più facile ammettere di avere sessant’anni e oltre se ci si confronta spesso con figli che diventano a loro volta adulti e con nipoti che crescono?

Penso che la continuità, il succedersi delle generazioni, aiuti a dare un senso al proprio percorso, a rendere meno traumatica la consapevolezza del passare del tempo, questo soprattutto per chi, come me, non crede nella sopravvivenza dopo la morte. Avere figli e nipoti alimenta un racconto familiare, una catena di ricordi che possono venir trasmessi negli anni. Una forma quasi naturale di narrazione che è particolarmente comprensibile per uno scrittore.

La mia famiglia è di origine ebraica per parte di padre: dunque, secondo le regole religiose, io non sono ebreo, ma senza dubbio quella tradizione culturale ha costituito per me un riferimento, meglio un elemento di fascinazione, nel considerare una discendenza patrilineare come uno strumento di “sopravvivenza” e la parola scritta come una forma superiore di trasmissione dell’esperienza.

“Una disperata vitalità”, i sessant’anni secondo Giorgio Van Straten

Anni fa il professor Veronesi dichiarò che con i progressi della medicina l’esistenza umana sarebbe potuta arrivare fino a centoventi anni, dimenticandosi però di sottolineare che questo avrebbe significato vivere metà della propria vita da anziani, perché una maggiore longevità non comporta un allungamento della giovinezza. Lei accetterebbe?

Già oggi viviamo molto più a lungo che nel passato e questo ha portato a dilatare i tempi delle nostre vite: per esempio si fanno figli molto tardi, si passano più anni nel percorso di formazione, e così via. Non credo che vivere un paio di decenni in più abbia questo gran significato, anche di fronte al fatto che la capacità di rallentare il deterioramento dei processi cognitivi mi pare non abbia fatto grandi passi avanti: così il rischio maggiore non è passare più anni da anziani (perché anche l’anzianità è un concetto che si modifica), ma più tempo da rincoglioniti.

Detto questo, se qualcuno mi proponesse di essere il primo uomo immortale, potrei anche prendere la proposta in seria considerazione.

 

La sua descrizione degli ambienti intellettuali, al di qua e al di là dell’Oceano, appare piuttosto ironica, a volte anche un po’ impietosa. In base alla sua esperienza, e fatte le debite proporzioni, è meglio il mondo editoriale americano o quello italiano?

Quello americano è senza dubbio più forte e più ricco: usa una lingua internazionale che ormai moltissimi parlano, se non come prima, come seconda lingua, è capace di affermarsi con forza a livello mondiale per la forza economica dei suoi paesi di riferimento. Questo ha una conseguenza positiva per gli scrittori americani, da noi quasi del tutto sconosciuta: che i lavori intellettuali, in particolare quelli connessi alla scrittura, vengono pagati come lavori normali, sono spesso sufficienti a sostentarsi, cosa che in Italia è ormai, tranne rarissimi casi, impossibile.

La vastità del mercato ha anche un altro effetto: una maggiore percezione della differenza fra qualità e quantità, fra Philip Rothe Wilbur Smith, per dirne una. Da noi, invece, troppo spesso, si considerano di alta qualità i libri che vendono molto, il che non è necessariamente vero.

 

Vuoi collaborare con noi? Clicca per sapere come fare

 

Il suo romanzo si svolge nel 2018. Torneremo a muoverci e ad agire con la stessa libertà e disinvoltura oppure resteremo segnati ancora a lungo dai cambiamenti operati nel nostro vivere quotidiano dalla pandemia, e per raccontare una storia come questa dovremo per forza ambientarla nel passato, per quanto recente?

Quando ho cominciato a scrivere questa storia e per gran parte della sua stesura, il COVID non esisteva. Raccontavo quel mondo, con ironia e sarcasmo, descrivendolo in presa diretta, anche perché fino al 2019 vivevo a lavoravo a New York. Poi è arrivato il virus che ha finito per proiettare sugli ambienti che stavo descrivendo una sorta di patina nostalgica, il rimpianto per qualcosa che stava sparendo e in fondo non era poi così male! Mi viene sempre in mente una frase di Talleyrand: Chi non ha vissuto prima della rivoluzione (quella francese del 1789) non può sapere cosa sia la dolcezza del vivere.

Torneremo a quel mondo, a quelle abitudini? Non so. L’uomo è un animale adattabile, sembra che le abitudini modificate non debbano tornare mai. Allo stesso tempo immagino che quando avremo dimenticato le mascherine e i vaccini, come formiche dopo un allagamento, cominceremo a mettere i nostri musi fuori dalla tana e a vedere se si può ricominciare a vivere normalmente.

Una cosa è sicura: la socialità non è sostituibile dalle connessioni in remoto, il partecipare insieme richiede una vicinanza anche fisica agli eventi. È incontrare gli altri, non come eccezione ma come regola, quello che in questo momento mi manca di più.

Leggi tutte le nostre interviste a scrittori e scrittrici.

Il tuo voto: Nessuno Media: 5 (2 voti)
Tag:

Il Blog

Il blog Sul Romanzo nasce nell’aprile del 2009 e nell’ottobre del medesimo anno diventa collettivo. Decine i collaboratori da tutta Italia. Numerose le iniziative e le partecipazioni a eventi culturali. Un progetto che crede nella forza delle parole e della letteratura. Uno sguardo continuo sul mondo contemporaneo dell’editoria e sulla qualità letteraria, la convinzione che la lettura sia un modo per sentirsi anzitutto cittadini liberi di scegliere con maggior consapevolezza.

La Webzine

La webzine Sul Romanzo nasce all’inizio del 2010, fra tante telefonate, mail e folli progetti, solo in parte finora realizzati. Scrivono oggi nella rivista alcune delle migliori penne del blog, donando una vista ampia e profonda a temi di letteratura, editoria e scrittura. Sono affrontati anche altri aspetti della cultura in generale, con un occhio critico verso la società contemporanea. Per ora la webzine rimane nei bit informatici, l’obiettivo è migliorarla prima di ulteriori sviluppi.

L’agenzia letteraria

L’agenzia letteraria Sul Romanzo nasce nel dicembre del 2010 per fornire a privati e aziende numerosi servizi, divisi in tre sezioni: editoria, web ed eventi. Un team di professionisti del settore che affianca studi ed esperienze strutturate nel tempo, in grado di garantire qualità e prezzi vantaggiosi nel mercato. Un ponte fra autori, case editrici e lettori, perché la strada del successo d’un libro si scrive in primo luogo con una strategia di percorso, come la scelta di affidarsi agli addetti ai lavori.