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Una biblioteca: impressioni a distanza di tempo

biblioteca di thieneIl nostro paese appare, o meglio, è oggi senza remi, al largo nell’oceano dell’incertezza. Basti pensare alle recenti tristi vicende che accadono all’interno del Parlamento, dove una persona scaglia oggetti contro un collega o un’altra, esagitata, manda a quel paese la terza carica dello Stato. Ministri che corrono in tutta fretta per un voto, schiamazzi continui, urla da curva d’uno stadio. Le sedi istituzionali divengono così teatri dell’assurdo, nelle quali la contraddizione funge da regola e il buon senso un concetto da predicare, soltanto da predicare. L’Italia non è molto diversa, ne è lo specchio.

Il nostro sembra un paese che non cambia mai, cento anni fa, nel 1911, il tasso di analfabetismo del 37,9% ci poneva agli ultimi posti della classifica europea; a distanza di tempo soffriamo di un analfabetismo di ritorno dirompente, che rende la cultura sempre più orpello, non sostanza. Ma non occorre tornare troppo indietro nel tempo.

 

Forse avete vissuto un’esperienza simile alla mia. Nel 1996 frequentai per mesi ogni giorno la biblioteca che si trovava vicino al mio liceo, ricordo tantissime persone, giovani soprattutto, in particolare studenti che erano più grandi di me, universitari. Il mattino meno frequentata, il pomeriggio con difficoltà si trovava un posto. La biblioteca si trova a Thiene, un paese di circa 20.000 abitanti nell’alto vicentino, lontano da centri universitari, per intenderci, una classica biblioteca di provincia, rifugio di studenti pendolari di Padova o Verona o Vicenza (città dove vi sono sedi universitarie), nulla a che vedere con la Nazionale di Roma o la Marucelliana di Firenze, per citare due esempi che conosco bene per averle frequentate.  

Da qualche tempo trascorro alcune ore ogni giorno – il mattino o il pomeriggio o entrambi – nella medesima biblioteca (anche se si è spostata nel frattempo in un altro edificio e ha sale più ampie rispetto all’altra sede), a quindici anni di distanza osservo con curiosità le differenze.

 

La prima. C’è molta meno gente, il mattino quasi tutte le sedie sono vuote, il pomeriggio la situazione cambia, ma niente di simile ai ricordi liceali, strana la sensazione di vuoto. E non è legato alle sale di diversa metratura, è proprio numerica la questione, meno gente, molta meno gente. Curioso tuttavia notare che negli anni sono aumentati i prestiti.

 

Seconda differenza. I giovani tendono a fare più pause durante lo studio. Ogni occasione è buona per lasciare i libri e uscire per chiacchierare con gli amici. Il via vai è continuo. Un ragazzo seduto di fronte a me qualche giorno fa, con il quale ci si saluta sempre, mi sussurra: – Tu non stacchi mai? –. Gli spiego a bassa voce che sono lì per lavorare, i miei orari sono rigorosi, si entra in biblioteca, ci si siede e si inizia. Una o due pause veloci per andare in bagno e si continua con il lavoro. La pausa è all’ora di pranzo, alle 12.30, quando esco, se vado il mattino. Lui mi guarda spaesato. Credo che una parola renda l’idea, cazzeggio, i ragazzi di oggi cazzeggiano mediamente di più, o almeno questa è la mia esperienza da quando ho ricominciato a frequentare la biblioteca con assiduità. Sui tavoli vedo libri di funzioni matematiche, figure di opere d’arte, nomi di filosofi, formule chimiche, non vedo alcuna differenza di settore di studi, il cazzeggio è diffuso in ogni campo.

Mi sono chiesto se sia un problema di Thiene o se invece riguarda anche gli altri luoghi italiani, e, ripeto, si parla di una biblioteca di provincia.

 

Terza differenza. Attorno a me c’è più maleducazione. Il silenzio quindici anni fa regnava, se qualcuno doveva parlare usciva dalla sala. E non c’erano cellulari, o meglio, le vibrazioni dei cellulari a distrarre l’intero tavolo. Non pochi ragazzi d’oggi appaiono spudorati, menefreghisti, non sentono qualcosa dentro che li preoccupa se disturbano chi sta loro vicino, magari si scusano, ma si vede la formalità artefatta. Nell’aria c’è arroganza, convinti, anche nell’errore, di potere avere delle giustificazioni.

 

L’oceano dell’incertezza forse è frutto dell’anarchia generalizzata. Le regole si aggirano, le regole possono essere cambiate quando lo si desidera, le regole non possiedono l’importanza di un tempo. Mi chiedo con serietà se avere da anni un premier che cambia di continuo le carte in tavola, in quanto a regole, non abbia inciso sulla società. Ognuno risponda come meglio crede, certo è che la questione, da un punto di vista peculiare e limitato come il mio, da una biblioteca provinciale lontanissima dai centri importanti, mi appare seria, serissima.

 

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