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Un romanzo da capogiro. “Dominicana” di Angie Cruz

Un romanzo da capogiro. “Dominicana” di Angie CruzÈ da capogiro, Dominicana di Angie Cruz. Pubblicato da Solferino e tradotto in italiano da Lucia Fochi, è straordinario l’effetto prodotto dall’aver mantenuto alcuni termini in lingua originale. Si è nel Sud America e, al contempo, nel Nord America. Si sperimenta esattamente quello che Ana e i suoi cugini e fratelli fantasticavano come mondo possibile. Perché, appunto, Ana poteva essere lì, su quella Terra, ma anche altrove, su un altro pianeta. Proprio come le stelle nel cielo che ci sono sebbene siano anche altrove.

Inizialmente ci troviamo in un paesino sperduto della Repubblica Dominicana. Siamo nei primi anni Quaranta del Novecento. C’è miseria e povertà nel mondo di Ana. La sua casa è l’unica ancora in piedi dopo una serie di uragani. Assieme a lei, oltre alla sorella Teresa e ai genitori, vivono anche dei cugini, rimasti orfani a causa di un’alluvione.

È dura la vita di Ana. Ma anche dannatamente bella. Va a scuola, e lì c’è Gabriel, un suo coetaneo, dolce e rispettoso. Sono amici, anzi, più che amici. Si amano teneramente, in silenzio, intimiditi dalla forza loro stesso sentimento.

 

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La prima volta che le viene chiesta la mano, però, Ana ha undici anni. Non è Gabriel il pretendente, ma Juan. Ha almeno quindici anni più di lei, vive negli Stati Uniti assieme ai suoi fratelli, ed è il sogno di ogni ragazza. Pellicce, borsette, scarpe, vasca da bagno in casa, macchine. Il lusso. Contro la miseria, la fame, la disperazione.

Ana non è questo tipo di ragazza. A lei, le cose semplici, piacciono. Non può, però, sottrarsi al proprio destino. La mamà ha molte aspettative. Vuole andare negli Stati Uniti, avere una vita migliore, più confortevole, più bella. Ana, la bambina insolitamente bella, dagli occhi verdi e grandi, deve fare la sua parte per realizzare il sogno della mamma.

Un romanzo da capogiro. “Dominicana” di Angie Cruz

Ha quindici anni quando Juan torna da New York e la sposa. Lei veste un abito fatto da una sarta, rosso con pizzo bianco. Pensa ci sia una festa, ospiti, musica, cibo. C’è solo una locanda, un sandwich e un passaporto che racconta che è sposata e ha diciannove anni.

Oltre a questo, c’è l’inverno newyorkese. Neve, gelo, vento che ti mozza il fiato. Ana e Juan arrivano in aereo, l’impatto con la nuova realtà è forte. La casa in cui deve abitare odora di muffa, di aria stantia, di sporcizia. Non è affatto come se l’immaginava.

È questo il momento in cui inizia l’avventura di Ana. Il momento in cui cresce di colpo, diventa donna, con tutto ciò che la condizione di essere donna, sposata con un uomo molto più grande, possa significare. Ed è sempre qui che si delinea la tempra di Ana. Che è la tempra di molte donne immigrate, strappate via da una specie di paradiso, sì sozzo, ma pur sempre un paradiso, e trapiantate nel regno asettico del benessere.

Un romanzo da capogiro. “Dominicana” di Angie Cruz

La storia fluisce, gli occhi corrono lungo le pagine, la mente è travolta dalle immagini vivide, dalle emozioni intense e forti che Ana prova, e con lei il lettore. Ha il sapore dell’autentico, Dominicana, ed è un sapore aspro, persistente e buono.

 

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Infatti, Angie Cruz racconta la storia della propria famiglia e, al contempo, racconta la grande Storia, quella degli anni Sessanta, dell’occupazione della Repubblica Dominicana da parte degli Stati Uniti, quella delle donne domenicane che hanno contribuito a tratteggiare i contorni di New York. È una storia universale che mescola spezie e aromi, accorcia le distanze cucinando come forma di resistenza, di espressione, di unione. Diventa così la storia di tutti, perché l’immigrazione non è solo uno spostamento di masse da uno Stato all’altro. L’immigrazione è ogni forma di sradicamento, di riadattamento, di tentativo di strapparsi alla condizione naturale per trovare un nuovo spazio, o, meglio ancora, uno spazio da dove fare sentire la propria voce.

Dal punto di vista stilistico, Angie Cruz, in Dominicana, riesce a creare una narrazione fluida, i personaggi parlano in modo riconoscibile, i dialoghi scorrono senza inciampare in segni grafici, come le virgolette, e questo crea una sensazione di lettura quasi in apnea. Il mondo intorno ad Ana è sempre una specie di specchio e questo dà ancora più potenza alla narrazione.


Per la prima foto, copyright: Valeriy Labushkin su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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