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Un non-manifesto fantasy

[Puntata 0 della Rubrica Nella pancia del drago]

Fantasy, Nella pancia del dragoGentili viandanti,

se vi trovate qua e la logica non inganna, è perché il drago vi ha mangiati.
Non temete, vi ha inghiottiti per interi e nella pancia si sta comodi, a parte la limacciosità della superficie calpestabile, le zaffate di umori solforosi e il frignare di quello là, sì, quel burattino dal naso lungo che continua a lamentarsi di aver ricevuto false indicazioni per ritrovare il suo “babbino”, che, invece, si trova dentro un’altra cavità gastrica. Se non siete stati inghiottiti, be’, siete venuti abbastanza vicini da sbirciare tra le fauci e intravedere l’ugola e ciò che c’è più in là, nel buio. Si farà il possibile per farvi fare un passo falso.

Di cosa stiamo parlando? Ma di fantasy, ovviamente. Quale creatura più meritevole di simboleggiare un intero genere letterario, se non il drago? Quale lo stereotipo da sempre meglio cavalcato e riconosciuto? Rispondere «Elfi» non vale, perlomeno non ancora, e chiamare la rubrica Nella pancia dell’elfo sarebbe suonato leggermente morboso.

Seconda domanda: che funzione hanno un drago, il suo stomaco e i suoi contenuti su un rispettabile blog letterario e forum editoriale come Sul Romanzo? La risposta è, neanche a dirlo, fantastica: parlare di fantasy con mirabolanti pretese di competenza e piazzare un grosso rettile irascibile a russare accanto al resto della letteratura che conta. Questo perché, citando la scrittrice fantasy e SF statunitense Lisa Tuttle e ringraziando lo scrittore italiano Fabrizio Valenza per il prestito di virgolette, «The idea that fantasy is somehow not ‘real’ writing is, frankly, fantastic!».

Si sa, “letteratura di genere” in Italia è una brutta formula. Si sa anche che, come genere, il fantasy è da considerarsi di nicchia e si sa che nel Bel Paese bisogna continuare a pensarla così, nonostante nel mercato anglosassone i fatturati meritino più la dicitura di mainstream e i premi letterari a esso dedicati non abbiano nulla da invidiare a quelli “classici” in quanto a prestigio e dignità intellettuale.

L’Italia e il fantasy, una vecchia questione, un problema storico di linee evolutive del gusto letterario che ci prende per mano e ci accompagna sino a oggi: quelli che il fantasy è letteratura sempliciotta; quelli che il fantasy è roba da nerd; quelli (librai) che il fantasy «Ma cosa, Il Signore degli Agnelli?»; quelli che il fantasy sì, Tolkien e nessun altro, e guai a sbagliare l’accento su Galadriel (Gàladriel o Galàdriel?); quelli che questo è da considerarsi un high-epic-urban-medieval-fantasy e non un epic-nordic-high-sword&sorcery-medieval fantasy; quelli che «Fantasy? TWILIGHT!»; quelli che no, non pubblichiamo fantasy di autori italiani, traduciamo solo quelli stranieri e in un minimo di tredici volumi separati; quelli che nessun editore mi pubblica la saga degli gnomi-mannari e mi sa che pubblicherò a pagamento, così il mondo potrà gioire del mio talento; quelli che basta un elfo e un nano su una panchina in un bosco per aver scritto un fantasy; quelli che «Sì, anche io guardo il Trono di Spade!»; quelli che il fantasy è per bambini e non si sa bene questo cosa debba significare; quelli che il fantasy è razzista perché gli elfi scuri sono neri e vivono sotto terra; quelli che il fantasy deve essere per forza o di destra o di sinistra, perché se un contenuto intellettuale non ricade in queste due categorie ci si sente confusi; quelli che il buon fantasy è la metafora del viaggio interiore; quelli che il fantasy, se è metafora di viaggio interiore, fa c@#@re; quelli che Harry Potter È IL DEMONIO!!, e quelli che no, fantasy, per favore, non ce la faccio: troppi nomi.

La verità è, forse, che i più semplicemente ignorano cosa sia il fantasy in realtà (ah!), conditio sine qua non per continuare a conservare l’opinione generale che sia un genere di nicchia nel senso che, se vede la luce del sole, si sgretola, che negli alti caffè letterari non si possa parlare di fantasy come di post-modernismo, che il più emblematico esempio di “letteratura di genere” non possa essere analizzato senza intendere “letteratura di ghetto” e che leggere “letteratura di intrattenimento” sia un atto che debba essere moralmente giustificato.

Una cosa è certa: tra una posizione e l’altra sembra che mai ci sia stato genere più controverso, apparentemente incapace di conciliare gli opposti, sfuggire al tiro incrociato degli stereotipi e lasciare al lettore anche solo la libertà di non avere un’opinione a riguardo, così come non la si ha, che so, sui libri di cucina, senza dover dire: «I libri di cucina non sono vera letteratura!», o «L’unico vero manuale di cucina tailandese è quello di Beda il Bardo, il resto è cibo per gatti».

Mettetevi comodi, o valenti, prendete posto in queste viscere draconiche, poggiate i vostri spadoni e le verghe del potere, toglietevi i mantelli e la puzza da sotto il naso (ne troverete abbastanza di nuova), perché ci vorrà del tempo affinché il drago sbadigli e vi faccia uscire. Mettetevi seduti e nelle prossime puntate ci avventureremo in un’epica quest che, tra stereotipi e cliché, trend di mercato e di critica, autori classici e novità, spunti narratologici e manifesti programmatici ci porterà nei meandri di questo genere la cui materia è magia e sembra così tanto mettere in crisi il sistema gusto-letterario del lettore italiano medio.


Ci ritroviamo on line il 14/03/2013 con la puntata n. 1 della Rubrica Nella pancia del drago.
Cercheremo di indagare l’etimologia di Fantasy: un prestito dall’inglese e vuol dire fantasia. Ma cosa significa fantasia? Può significare tutto, e proprio per questo rischia di non significare nulla: questione di diverse inclinazione delle orecchie degli elfi, ma se gli elfi hanno tutine attillate in kevlar e neon fluorescenti, potremmo star parlando di SF. Letteratura di genere: è dunque l’abito che fa l’elfo?

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