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Un esperimento d’amore, raccontato da Hilary Mantel

Un esperimento d’amore, raccontato da Hilary MantelHilary Mantel ritorna nelle librerie italiane con Un esperimento d’amore, sempre pubblicato da Fazi, nella traduzione di Giuseppina Oneto.

 

La protagonista è Carmel McBain, giovane donna cresciuta da figlia unica in una famiglia cattolica irlandese, con una madre che alimenta le sue ambizioni proiettandole sulla figlia. Quest’ultima non la delude, riesce ad acquistare un certo successo ma, come spesso accade, questo ha un prezzo da pagare che potrebbe essere troppo alto.

 

Qui di seguito, per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un estratto dal romanzo.

 

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Sono cresciuta in una piccola cittadina, figlia unica di genitori anziani. Il nostro centro, un centro del cotone, era già in pieno decadimento quando sono nata; gli economici tessuti provenienti dal lontano Oriente cominciavano a inondare i mercati e le filande rimaste arrancavano con i loro macchinari antiquati, per sostituire i quali non valeva neanche la pena di spendere soldi; anche i lavoratori stavano invecchiando e quando ormai ero una ragazzina sembravano una parodia di se stessi, l’idea che i meridionali hanno del Nord dell’Inghilterra. Nei cotonifici, sotto i muri di mattoni rosso prugna, anneriti per il fumo e la pioggia quotidiana, faticavano degli uomini robusti con le tute da lavoro, i capelli a spazzola e le coppole: e delle donne dall’espressione rabbiosa con il fazzoletto a scacchi in testa, le calze elastiche e le scarpe come barche. Oltre le ciminiere delle filande si vedeva il profilo delle colline.

Le strade erano fiancheggiate da file di case a schiera, interrotte dai negozi all’angolo che non facevano credito: dai pub nei quali la gente asseriva di non aver mai messo piede: dalle fuligginose chiese nonconformiste che con il trascorrere degli anni Sessanta erano sempre meno frequentate. C’era stato un tempo in cui fuori avevano un tabellone di legno con sopra affissi, in caratteri sbiaditi, gli avvisi discreti che comunicavano gli orari delle messe e del catechismo e i nomi dei predicatori ospitati. Arrivò però un giorno in cui gli avvisi furono sostituiti da alcuni manifesti a colori sgargianti: «il cristianesimo non ha fallito, non è mai stato messo in pratica». Il cinema chiuse e fu trasformato in un supermarket di bizzarra concezione; l’istituto tecnico-industriale chiuse i battenti, vennero sfondate le finestre e l’edificio fu lasciato decadere per un anno e mezzo prima di essere riaperto come salone di pneumatici.

Un esperimento d’amore, raccontato da Hilary Mantel

Mia madre, in esubero al lavoro nella filanda, andò a fare le pulizie a ore. Nella nostra forma di culto avvenne un cambiamento; il prete, che ora guardava in faccia la gente, adoperava una lingua impoverita che comprendevano tutti. Opera manuum ejus veritas et judicium.Le opere delle Sue mani sono verità e giustizia.

 

Mio padre era un impiegato; lo sapevo già in tenera età perché mia madre aveva l’abitudine di ripetere: «Tuo padre, vedi, non è un semplice impiegato». Ogni sera completava uno schema di parole crociate. A volte lei leggeva i libri che prendeva in biblioteca o sfogliava delle riviste, che chiamava comunque “libri”, ma più spesso cuciva o sferruzzava con la testa china sotto la lampada a stelo. Eseguiva dei lavori squisiti: quadri ricamati, ricami a punto sfilato. Le nostre federe erano abbellite bianco su bianco con affastellamenti di rose e scie di gambi, mazzolini di fiori in cesti intrecciati, ghirlande di nastri e fiocchi aggraziati. Mio padre aveva un cardigan di lana diverso per ogni giorno della settimana, se avesse voluto indossarlo. Tutte le mie sottovesti, tagliate e cucite dalle mani di mia madre, avevano abbondanti pizzi agli orli e – sempre lungo l’orlo del lato sinistro – un motivo che rappresentava l’innocenza: un ranuncolo, ad esempio, o un gattino.

Capisco che lei, come persona, non era fine. Aveva la mascella forte e la voce tonante. I capelli le ingrigivano incolti, raccolti con delle mollette che si spargevano ovunque. Quando s’incupiva, transitava una nuvola sopra la strada. Se alzava le sopracciglia – come le accadeva spesso, stupita a ogni ora del giorno dalle prove che Dio s’aspettava che lei sopportasse – sulla fronte le spuntava un piccolo sistema tranviario. Era litigiosa, dogmatica e scaltra; quando parlava preoccupava per la sua franchezza, oppure sorprendeva per le circonlocuzioni. Aveva gli occhi grandi e vigili, verdi come il vetro, senza pagliuzze gialle o color nocciola; senza i compromessi che fronteggiano le persone in materia di occhi verdi. Quando rideva sapevo raramente perché, e altrettanto quando piangeva. Le sue mani erano grandi, nocchiute e callose, fatte per tenere un fucile, non un ago da cucito.

Io e mio padre eravamo biondi, magri e silenziosi, con i lineamenti levigati, minimi; i nostri occhi cambiavano colore a seconda della luce. Ero una piccola inglese, mia madre diceva: che bello. Io sentivo un brivido, un brivido nel profondo; volevo credere di venire da un altro paese. I miei avevano lasciato l’Irlanda entrambi nel grembo materno e i loro accenti qualunque della zona settentrionale erano monotoni come il mio. Mio padre sembrava un inglese in tutto e per tutto; sarebbe potuto passare per un conte, o per il valletto di un conte. Il suo corpo sottile si piegava in modi strani, come se avesse dei cardini e delle giunture diversi dalle altre persone. Le gambe erano lunghe e sembravano estensibili, con i piedi affilati e inquieti; quando entrava in una stanza sembrava aggirarsi come un insetto innocuo, come un ragno ballerino.

Un esperimento d’amore, raccontato da Hilary Mantel

Era abitudine dei miei genitori, di tanto in tanto, chiudersi nella loro camera da letto; poi mia madre snocciolava, a voce alta e con tono polemico, i nomi di strane città. Veniva menzionata Colchester, altre volte Stroud e anche un posto che pronunciava staccando bene le parole: Kingston – upon – Hull. In seguito mi resi conto che erano i centri in cui saremmo potuti andare a vivere se mio padre avesse accettato l’offerta di una promozione. Ma per una ragione o per un’altra non lo fece mai. Quando ormai ero un’adolescente, mi portavano in una stanza separatamente, e fra i denti – finti in entrambi i casi – mi spiattellavano chi aveva voluto andare e chi no, chi aveva mandato in fumo le possibilità dell’altro. Non arrivavo a cavare un senso da tutto questo: a inchiodarli in una stanza insieme e costringerli a farsi uscire di bocca, a sputare la verità. Forse sospettavo già che una verità non ci fosse; le loro menzogne erano intessute l’una all’altra, dipendevano l’una dall’altra.

D’estate, quando ero ancora piccola, prendevamo un autobus fino alla periferia della città e andavamo a camminare sulle colline, vagando nella tersa aria verde lungo i sentieri per i cavalli. Eravamo più in alto delle ciminiere delle filande; come angeli ne sfioravamo le fragili sommità.

 

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Appena si comincia a ricordare – sbaglio forse? – le immagini saltano fuori una dopo l’altra; scorrono nella mente in tutte le direzioni, animali in corsa snidati dai loro nascondigli. La memoria non è una bobina, un film che si manda avanti e indietro a piacere: è l’apparizione di una pelliccia che sussulta, la scivolosità della seta fra le dita, la consistenza identica del pelame o delle ossa. È un’immagine catturata in movimento che si fa indistinta: come in una foto di famiglia scattata prima che le macchine fotografiche diventassero talmente a prova di cretino che qualsiasi cretino poteva immortalare il momento.


Per la prima foto, copyright: Rodolfo Sanches Carvalho su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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