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Un cugino nelle Brigate rosse, ma per me non era un mostro

Un cugino nelle Brigate rosse, ma per me non era un mostro[Articolo di Giuseppe Culicchia, pubblicato su «Domani» del 01 febbraio 2021)

 

Non so quanti tra i miei lettori se ne siano accorti nel corso di tutti questi anni, ma in coda a ogni mio libro, che si trattasse di un romanzo o di un saggio, non ho mai mancato di ringraziare per primi “Walter e Ada”. Walter era del resto il nome che avevo scelto per il protagonista del mio primo romanzo, uscito nel 1994 e intitolato Tutti giù per terra. E in tutto questo tempo ho perso il conto delle volte che mi sono sentito chiedere dai lettori che di volta in volta incontravo – quando ancora la promozione di un libro poteva avvenire “in presenza” – una domanda che in ogni occasione suonava sempre uguale, malgrado dalla pubblicazione di quel mio romanzo d’esordio fossero ormai passati anni e anni: “Perché l’hai chiamato Walter il protagonista di Tutti giù per terra?”.

Il fatto è che Tutti giù per terra e tutti i libri che ho scritto in seguito erano in fondo anche il mio modo di rimandare fino a quando non fossi stato pronto per scriverla la prima storia che avrei voluto essere capace di scrivere: la storia di un altro Walter, non quello portato sullo schermo nel 1997 da Valerio Mastandrea ma il Walter che in coda a tutti i miei libri ho sempre ringraziato assieme a sua madre Ada.

E dunque Walter Alasia, ucciso dalla polizia all’alba del 15 dicembre 1976 a Sesto San Giovanni, all’epoca la cosiddetta Stalingrado italiana. Walter Alasia era, anzi è, mio cugino, il figlio della sorella di mia madre Elisabetta, Ada Tibaldi. Ma per me, nel breve tempo che ci è stato dato di essere entrambi contemporaneamente in vita su questa terra, è stato molto più che un cugino. Walter è stato per me letteralmente un fratello, il fratello maggiore che mi ha insegnato a disegnare e a giocare a basket, a imitare le voci e a barare a carte, il ragazzo con cui ho vissuto senz’ombra di dubbio i giorni più felici della mia infanzia, quando da Sesto San Giovanni tornava in Piemonte coi suoi genitori per le vacanze estive o durante le festività natalizie, per Carnevale o per Pasqua.

Un cugino nelle Brigate rosse, ma per me non era un mostro

Quando è stato ucciso, Walter era entrato da poco nelle Brigate Rosse. Aveva vent’anni, e io undici. Quel giorno tornai a casa da scuola felice perché l’indomani avrei giocato a basket coi miei compagni di classe e mettendo piede in cucina trovai i miei genitori e mia sorella in lacrime davanti al televisore, la tavola apparecchiata solo a metà, e la fototessera di Walter che mi fissava dallo schermo in bianco e nero, con la voce del giornalista di turno che raccontava almeno in parte quello che era successo quella mattina.

Walter, diceva la tivù, aveva ucciso due poliziotti, il maresciallo dell’antiterrorismo Sergio Bazzega e il vice questore di Milano Vittorio Padovani, perché in realtà non era solo un figlio di operai come tanti altri, ma un terrorista. Già: un terrorista. Da parte mia non riuscivo a collegare quella parola a Walter. Come non potevo credere nei giorni seguenti che su certi giornali lo definissero un mostro. Walter era per me il ragazzo bello e generoso che da sempre in famiglia metteva tutti di buonumore coi suoi scherzi e le sue battute; era lo spilungone che affettuoso e paziente oltre ogni dire assecondava tutte ma proprio tutte le mie richieste (Walter giochiamo a pallone / a braccio di ferro / a scala quaranta / coi soldatini / andiamo in bici / disegniamo Zorro / ti va di correre / facciamo una passeggiata / mi compri il gelato?); era davvero il fratello maggiore con cui mi sentivo al sicuro perfino quando mi faceva sedere sul manubrio della bicicletta di mia madre per poi percorrere a tutta velocità la lunga discesa tutta curve che portava nel paesino del Canavese in cui vivevo allora, Grosso, che a dispetto del nome era minuscolo e contava appena novecento anime. Doveva trattarsi di una sorta di idillio campestre, per lui, che ogni volta anziché stare coi suoi si fermava a dormire da noi, malgrado non avessimo una camera per gli ospiti e dovesse adattarsi a riposare su un divano troppo corto per la sua altezza.

Nato e cresciuto in quel contesto urbano fatto di cemento, asfalto e ciminiere, era diventato adolescente mentre il 12 dicembre 1969 il Paese perdeva l’innocenza(se mai l’aveva avuta: vedi i fatti di Portella della Ginestra, 1° Maggio 1947) con la strage di piazza Fontana e, tre giorni più tardi, con la morte di Giuseppe Pinelli. Due eventi luttuosi che all’indomani dell’Autunno caldo e del Sessantotto avevano segnato un punto di svolta. Perché da quell’esplosione capace di uccidere 17 persone e ferirne 88 e dal ritrovamento del corpo del ferroviere anarchico nel cortile della Questura milanese, sotto la famosa finestra al quarto piano dov’era l’ufficio del commissario Luigi Calabresi, il vortice di violenza destinato a insanguinare il Paese in quella che sarebbe diventata una vera e propria guerra civile a bassa intensità non si era più fermato.

Walter era figlio di operai, e sapeva bene com’è che quelli che all’epoca venivano comunemente detti “i padroni” sfruttavano la manodopera, a cominciare da quel cottimo che per i “rider” di oggi è diventata la norma; e visti gli esiti delle inchieste riguardanti la strage di piazza Fontana e la morte di Pinelli, e i relativi depistaggi, aveva introiettato alla pari di tanti altri (non solo giovani come lui) l’idea che la legge in Italia non fosse precisamente “uguale per tutti”, e che gli ideali della Resistenza fossero stati traditi da uno Stato che si diceva figlio di questa.

L’ingresso in Lotta Continua doveva essere stato per lui un passo naturale, all’interno di quel contesto e di quelle dinamiche. Poi, la scelta di entrare nelle Brigate Rosse. Di cui a un certo punto rese partecipe soltanto Ada, sua madre, a cui era legato da un rapporto strettissimo d’amore quale non mi è mai più capitato di vedere.

Esiste un’intervista a mia zia, fatta dalla Rai a distanza di qualche tempo da quel 15 dicembre 1976, in cui lei dice: «Se mio figlio avesse deciso di farsi prete, cosa che conoscendolo mi sembra improbabile, sarei andata a messa tutte le mattine». Soltanto mia zia sapeva perché mai quella mattina la polizia fosse venuta a prelevare Walter. Sentendo i colpi dei calci dei fucili sulla porta, e le parole “Polizia! Aprite!” dovette sperare che suo figlio riuscisse a scappare.

Un cugino nelle Brigate rosse, ma per me non era un mostro

Per lungo tempo mi sono chiesto perché Walter quella mattina decise di sparare, senza rendersi conto così facendo di creare degli orfani e delle vedove. Solo quando a distanza di più di quarant’anni ho scritto Il tempo di vivere con me ho creduto di capire. Capire non significa giustificare: ma detto questo, l’amore che mi lega a Walter fin da quando ero bambino non è cambiato. Non è vero che il tempo guarisce ogni cosa. Certe ferite non si rimarginano mai. Da quanto ho avuto modo di ricostruire, ferito alle gambe nel momento in cui si era calato dal balcone della casa al primo piano del condominio di edilizia popolare al numero 161 di via Giacomo Leopardi, Walter Alasia ormai inerme venne finito con un colpo di pistola al cuore.

All’epoca la versione ufficiale fu che si fosse rialzato da terra e avesse sparato ai barellieri dell’ambulanza chiamati a soccorrerlo: ma costoro smentirono categoricamente la cosa. Quanto ad Ada, nel giro di otto anni morì di crepacuore. Immagino che in molti mi chiederanno da qui in poi perché io abbia scritto Il tempo di vivere con te. Le ragioni in realtà sono molteplici. Innanzitutto, perché lo promisi a Walter il giorno dopo la sua morte. Poi perché avendolo promesso a lui, l’ho promesso a me: il file vuoto intitolato semplicemente con le sue iniziali, WA, era presente da decenni sulla scrivania del mio computer. Ma non solo. I cosiddetti anni di Piombo restano in Italia una sorta di buco nero, costellati come sono ancora oggi di misteri indicibili, a cominciare dal caso Moro. E resta un tabù parlare dei ragazzi che all’epoca fecero la scelta di Walter se non appunto come mostri. Io ai mostri non credo. Per me Walter non era un mostro. Neppure Hitler era un mostro. I mostri fanno comodo. Ci fanno sentire diversi, migliori. Capire che non lo sono è senz’altro doloroso, ma necessario.


Per la terza foto, la fonte è qui.

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