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«Un coso con due gambe/detto GuidoGozzano» – La dissacrazione del superuomo

«Un coso con due gambe/detto GuidoGozzano» – La dissacrazione del superuomoNel 1889 Gabriele D’Annunzio pubblicò Il piacere, romanzo, di grandissimo successo, a cui seguiranno altri lavori quali Trionfo della morte, Le vergini delle roccee Il fuoco; opere queste che faranno conoscere al grande pubblico italiano le teorie estetizzanti e superomistiche. Ideali che affascineranno, e non poco, anche gli intellettuali del tempo.

Come non provare piacere nella lettura di artisti inquieti, agitati da forti passioni, sofferenti a causa della grigia e ipocrita morale borghese? Figure eroiche animano le pagine degli scritti di D’Annunzio; eroi che tentano di imporre la propria personalità sulla massa anonima, desiderosi di incarnare loro stessi la figura fuori dal comune del Superuomo, immagine questa ereditata dagli scritti del filosofo Nietzsche. Esseri dotati di una sensibilità eccezionale che consente di vivere anche degli sfrenati slanci panici, come possiamo vedere nella celeberrima raccolta poetica Alcyone. Eroi destinati alla sconfitta, questo è certo, incapaci di concretizzare ciò che è vivo nella loro fervida immaginazione. Eppure i personaggi nati dalla penna sensuale di D’Annunzio continuano a riscuotere un certo fascino edì invitano i lettori a fare della loro vita un’opera d’arte, a vivere al di là del bene e del male.

sugga, in supremo annunzio,

non crema e cioccolatte,

ma superliquefatte

parole del D’Annunzio.

 

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Le golose è una poco conosciuta poesia scritta dal torinese Guido Gozzano nel 1907. Accanto alla voce tronfia, altisonante, impreziosita da «superliquefatte/parole» che mandano in estesi il lettore, si fa avanti una voce simile a un bisbiglio, impercettibile, che tenta di smascherare gli inganni della retorica dannunziana. Gozzano subisce il fascino di D’Annunzio ma allo stesso tempo ne percepisce il vero volto e l’attraversa, distaccandosene quasi del tutto.

Gaie figure di decamerone

le cameriste dan, senza tormento,

più sana voluttà che le padrone.

 

Non la scaltrezza del martirio lento,

non da morbosità polsi riarsi,

e non il tedioso sentimento

 

che fa le notti lunghe e i sonni scarsi,

non dopo voluttà l’anima triste:

ma un più sereno e maschio sollazzarsi.

«Un coso con due gambe/detto GuidoGozzano» – La dissacrazione del superuomo

Elogio degli amori ancillari è uno sberleffo agli amori finti, da letteratura d’appendice; passioni di sapore dannunziano, raffinate e scandite da precisi rituali. Gozzano dichiara invece, con quel suo solito ghignare, che l’amore per le domestiche è molto più da preferire. Anche qui, in poche parole, il giovane poeta avverte come falsa, ingannatrice la poetica dannunziana.

In alcune novelle, Guido Gozzano porterà avanti questa dissacrazione del mito superomistico.

«–Vedi, – mi diceva – tu non sei un amico né esteta, né estetico: non sei esteta e, benché intelligente, non hai un intelletto superiore, non vedi “al di là del bene e del male”.»

 

Così comincia il racconto I benefizi di Zaratustra, a parlare è Fiorenzo, amico del narratore. Egli crede e tenta di vivere come un personaggio uscito da un romanzo o da una novella di Gabriele D’Annunzio: è un esteta sensibile alla bellezza e angosciato dal tempo che fugge.

«– Parlo anche della propria bellezza giovanile: è una gran gioia. Peccato che sia funestata dalla coscienza dell’attimo che passa: bisogna quindi goderla fino all’ultimo istante, tutta, come una coppa di vino prezioso.»

 

Soffre la comune morale borghese; vive al di là del bene e del male. 

«La morale? Ma se dai Babilonesi incestuosi ai Greci asessuali, attraverso tutti i popoli e tutti i tempi, non è che una continua contraddizione. Quante morali? Infinite, quindi nessuna.»

 

Realizza di essere tra i pochi eletti chiamati fuori dalla folla anonima.

«– E tu credi ch’io consideri coloro come miei simili, come valori del mondo senziente? È molto se in questa folla che va e che viene vi sono quattro uomini coscienti e superiori.»

 

Il narratore però non può far altro che provare un’antipatia mista a pietà per il povero Fiorenzo che crede di muoversi all’interno di un romanzo dannunziano: «E il suo passo affettato e la sua disinvoltura artificiosa nel volgere il capo di qua e di là, sul perno dell’alto solino, nell’agganciare alla spalla il pomo d’argento della mazza ricurva, mi facevano sorridere, con un senso di pietà e d’antipatia.» Guido Gozzano sogghigna, si impietosisce osservando l’ipocrisia, la falsità del suo amico Fiorenzo. Un’artificiosità che alla fine viene messa in luce.

«– Costei è veramente un’intellettuale, questa lettera è magnifica.

– Un’intellettuale, certo; ed anche cinquantadue anni.

– Eh?!

– Denti finti.

– !

– Capelli tinti!

– !

– Ma capirai: è milionaria…»

 

Fiorenzo ha una relazione adultera con una donna il cui marito è a letto, probabilmente moribondo. La lettera che gli è stata recapitata appaga i suoi «ideali erotici ed estetici»; sembra uscita da un romanzo: bella, certo, ma così falsa da suscitare ilarità in Gozzano. È un intellettuale, dai denti finti e dai capelli tinti, vive nel ricordo della giovinezza che sta svanendo e allora cerca, con tutti i mezzi possibili, di ricrearla. La realtà, una volta usciti da quella bolla di illusione, è molto ben diversa. Così appare agli occhi di Guido Gozzano la poetica dannunziana: affascinante, eppure dietro quei bei discorsi, falsi come i denti finti e i capelli tinti, si celano il vuoto e l’inganno. Anche Fiorenzo, dalle battute finali, fa forse comprendere che la relazione con questa donna non è nata per vivere una forte passione, come quella tra Andrea Sperelli ed Elena Muti, ma è forse dettata dalla situazione economica di lei: è milionaria!

Le parole di Guido Gozzano, pronunciate in un timido sussurro, suonano così diverse da quelle di Gabriele D’Annunzio perché non ci parlano affatto di un Superuomo ma di un uomo qualunque, ordinario, fragile, fatto anche di paure e di inquietudini.

«Gelido, consapevole di sé e dei suoi torti,

non è cattivo. È il buono che derideva il Nietzsche:

“… in verità derido l’inetto che si dice

buono, perché non ha l’ugne abbastanza forti…”»

 

Totò Merùmeni è «il vero figlio del tempo nostro», di quello di Guido Gozzano: è inetto, debole come Emilio Brentani e Mattia Pascal; è lontano da Claudio Cantelmo e Stelio Effrena. Anche Nietzsche parla di lui, è il buono che non è abbastanza forte come il Superuomo.

«Ecco – pensavo – questa è l’Amarena,

ma laggiù, oltre i colli dilettosi,

c’è il Mondo: quella cosa tutta piena

di lotte e di commerci turbinosi,

la cosa tutta piena di quei “cosi

con due gambe” che fanno tanta pena…»

«Un coso con due gambe/detto GuidoGozzano» – La dissacrazione del superuomo

Toccante è questa sezione della Signorina Felicita: l’avvocato guarda fuori, a quel mondo che lo spaventa e lo atterrisce. Addirittura si domanda: «che può giovare loro/il ritmo della mia piccola voce?/Meglio fuggire […]». Guido Gozzano si sente solo, sperduto in un mondo nel quale non riesce a trovare il proprio posto, preferirebbe fuggire sapendo che la sua voce è piccola e non potrebbe recare beneficio ad alcuno. In poche battute il giovane poeta ci mostra un’immagine opposta a quella creata da Gabriele D’Annunzio: l’uomo non è un eroe, non ha in sé nulla che lo rende superiore agli altri, condivide lo stesso destino del suo prossimo, prova le stesse angosce e le stesse inquietudini degli altri. Così è anche il poeta: non può essere una guida.

Guido Gozzano fa scendere l’uomo dal piedistallo, lo abbassa, lo riporta alla realtà, sebbene questa non sia tanto felice ed appagante.

«– Non ha capito? L’ha preso per una bestia anche Lei. Tra le altre sue manie ha quella, dirò così, Zoomorfica: ogni persona gli appare con una maschera animalesca. Non è il primo del genere.»

 

Nella novella La vera maschera il narratore va a trovare l’amico artista Nino Prandi, rinchiuso in un manicomio. Tra le tante sue bizzarrie ce n’è una in particolare molto curiosa: associa ad ogni volto umano quello di un animale. Al suo amico visitatore gli affibbia quello dell’alca inpennis.

«M’alzai, accesi il lume, aprii l’enciclopedia, trovai quasi subito.

“… Alca inpennis o Pinguino della Patagonia. Specie di palmipede oggi scomparsa. Abitava in altri tempi la Patagonia e la Terra del Fuoco; la sua inettitudine al volo e al passo lo condannarono ad una distruzione completa; un solo esemplare, avariato, si conserva nel museo di Londra…”»

 

Curioso come il folle Prandi abbia associato al suo amico il volto di una specie nota per la sua inettitudine. L'uomo è come una bestia, ma non un leone o una tigre; no, egli è simile ad animali infimi: iguanodonte, condor, ornitorinco. Non sono certo animali nobili, raffinati, da romanzo dannunziano; sono umili, semplici, bassi. Anni dopo l’allucinato Tommaso Landolfi farà parlare una piattola, mentre il funambolico Aldo Palazzeschi una pulce: l’immagine che l’uomo nei secoli si è creata viene notevolmente ridimensionata, e senza alcuna pietà!

«Con atto resoluto, portai il volume pesante sotto il grande specchio a tre lastre, e contemplai alternatamente il mio profilo e il profilo dello strano volatile.

Ero io!»

 

Concluderà amaramente il narratore.

In ultimo Gozzano mette in guardia da un altro principio: quello di rendere la propria vita simile a un’opera d’arte. Di tutto questo parla nel racconto Intossicazione. Stefano Ala ha commesso un turpe omicidio; montanaro diciasettenne, tra le sue carte, oltre vari libri, sono stati ritrovati alcuni appunti di sue poesie. Guido Gozzano, come un dilettante detective, è alla ricerca del vero colpevole.

«Io credo di dover attribuire la colpa massima a Monna Letteratura. Stefano Ala è stato vittima dei suoi imparaticci poetici. Poeta egli stesso, ma candido e ignaro, la sua anima non si sarebbe guasta, riarsa, illividita, fino al delitto atroce, se non fosse stata esaltata dai troppi libri che lo raggiungevano nella sua valle serena: […]. È l’esempio tipico della intossicazione letteraria.»

 

Guido Gozzano non crede nel famoso principio estetico perché esso può essere causa di molti mali e di gravi danni. La vita non può essere affatto come la letteratura.

Il giovane poeta torinese, con voce timorosa, ha cercato di mettere in guardia i lettori dai mali che qualche tipo di ideologia e di letteratura possono provocare. Invita a deporre ogni orgoglio; non parla di Superuomini, di esteti e di eroi, ma di uomini e donne comuni, ordinari, fragili, insignificanti, pieni di angosce e di paure.

 

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Guido Gozzano è morto. Gabriele D’Annunzio anche. Gli uomini hanno continuano a sentirsi superiori agli altri e ciò è stato causa di tante, atroci guerre e di tanti, violenti mali che, purtroppo, durano al giorno d’oggi. Eppure quel sussurro universale e senza tempo, che è stato anche di Gozzano, è arrivato fino a noi, attraverso tante forme, rimanendo però sempre uguale a se stesso, coraggioso, capace di resistere in faccia ai potenti, a loro che si sentono superiori e padroni.

Questo folle sussurro non sarà mai spento, almeno fino a quando ci sarà qualcuno, folle, come quei quattro ragazzi che sperarono di cambiare il mondo con la propria musica, che avrà il coraggio di bisbigliare, mentre scorrono sullo schermo immagini di guerre e di folli presidenti: «Us and Them/and after all we’re only ordinary men».

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