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“Ultima notte a Manhattan”, Don Winslow non all’altezza del solito

“Ultima notte a Manhattan”, Don Winslow non all’altezza del solitoNel suo romanzo Ultima notte a Manhattan, scritto nel 1996 e pubblicato da Einaudi nel 2021 (traduzione di Alfredo Colitto), Don Winslow, presenta uno stile narrativo diverso da quello dei suoi successivi lavori. Rispetto alla prevalente ambientazione in cui si muovono i suoi personaggi di confine tra Stati Uniti e Messico, tra scenari extraurbani, narcotrafficanti, prostitute e atmosfere alla “Tarantino”, in quest'ultimo romanzo è la New York degli anni Cinquanta a imperare.

Se la scelta di ambientare la storia interamente a New York appare da un lato azzeccata, non mancando di attirare il lettore, dall’altro si sussegue in maniera stereotipata e troppo turistica (quasi da dépliant pubblicitario), al seguito di un protagonista che non manca mai di inneggiare alla “città più bella del mondo”. Non è certo la prima volta che in letteratura una città si eleva a simbolo vitale, ma in questo caso, proprio perché si tratta della città oggetto (viene da dire soggetto) di infiniti trattamenti letterari e cinematografici, la cosa offre il fianco allo stereotipo. È infatti questo il maggiore inciampo in un libro che non privo di merito non si sottrae a quello che è il prevalente difetto della letteratura “noir”: il clichè.

 

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Troppe descrizioni, troppi pedinamenti con relativi nomi di strade, troppe note topografiche e di “colore” frammentano la narrazione a scapito del ritmo e soprattutto dell'originalità dell'impianto narrativo. Non basta il riferimento lampante alle figure storiche dei fratelli Kennedy e di Marilyn Monroe per assicurare il godimento (tra i personaggi che si riferiscono a realtà vissute ampiamente documentate e interpretate, l'unico a mantenere il proprio nome è Hoower, potente e ambiguo capo dell’FBI). Troppi locali jazz, troppi allibratori, troppi privé per omosessuali. È una Manahattan che non può essere che se stessa, costretta a ripetersi e perpetuarsi nel più scontato immaginario del lettore. Né la trama eccelle per invenzione e originalità.

“Ultima notte a Manhattan”, Don Winslow non all’altezza del solito

Ciò che forma una sorta di ragnatela effervescente, dovuta ai diffusi dialoghi tra i vari personaggi, in realtà rischia l'automatismo. Troppa la puntualità con cui i personaggi parlano e controbattono con tale sveltezza e brillantezza di argomenti e soluzioni icastiche da non sbagliare mai una sola parola, una sola virgola vien da dire. L'accenno all'interpunzione non è gratuito, se appena ci si ferma a considerare quanto i brillanti, infallibili, dialoghi del testo possano corrispondere a un “testo” nel testo, da tanto appaiono studiati in troppi premeditati copioni. Certo, Winslow si dimostra brillante, non sbaglia una battuta, ma ciò appiattisce il testo in una sorta di formulario della “frase arguta”. I personaggi, soprattutto il protagonista,stretti in questa infallibilità verbale, a stento riescono a convincere il lettore delle loro angolazioni e debolezze umane, sempre presenti a se stessi, non tanto per ciò che fanno ma per ciò che dicono.

Walther Withers è il nome del personaggio principale: un ex agente della CIA, che sceglie di lavorare per una prestigiosa agenzia privata di spionaggio, la Forbes&Forbes. Il lavoro dell’investigatore nella sua quotidiana prassi viene descritto capillarmente, umanamente: Whiters arriva in ufficio sempre alle sette del mattino, prepara i conti spese e i resoconti delle indagini che ha svolto, per lo più verifiche di compatibilità tra personale e aziende datrici di lavoro. Far apparire il lavoro di investigazione industriale, spinto alle più estreme violazioni della privacy di persone il cui unico torto non è lo spionaggio ma la predisposizione sessuale, alla pari del più normale e pacifico lavoro d’ufficio rimane una delle parti più riuscite ed empatiche del romanzo.

Ma che succede quando nella rappresentazione della quotidianità dell’agente investigativo si intromette il potere politico con tutte le sue scorie morali e sociali? Solo uno che viene dal mestiere come lo stesso Winslow può trattare un simile tema, a cui però non sembra dare particolare vivacità e tensione, rifacendosi, come si è detto, alle figure storiche dei fratelli Kennedy, rappresentati come personaggi astuti privi di scrupoli pur di arrivare al primato della presidenza. In una letteratura pressoché infinita che tratta le figure dei Kennedy, Winslow non sembra aggiungere particolari sorprese. Che poi nella spirale tra politica e società, etica e spregiudicatezza, amore e disonore, si inseriscano scrittori, informatori, tenutari mafiosi, omosessuali, puttane e lenoni, lesbiche, attricette, non imprime certo al racconto motivi di originalità.

“Ultima notte a Manhattan”, Don Winslow non all’altezza del solito

Non è tutta quotidianità quella che spetta all'investigatore. Vediamo nello specifico di che si tratta.

Whiters viene incaricato di seguire (sarebbe meglio dire scortare), per la serata di gala della vigilia di Natale del 1958, Madaleine Keneally, moglie del potente senatore Joe e cognata di Jim. Da qui in poi sarà una parabola discendente, una discesa da parte di Walter nei meandri più sporchi della scena politica. La trama, si ripete (il punto di maggior richiamo), fa palesemente riferimento ai fratelli Keneally (è così che viene storpiato il nome Kennedy). Joe Keneally vuole diventare presidente e Jim è la spalla. Non manca nemmeno la notoria passione di Joe per le belle donne, di cui una rimane uccisa, anche se imbrigliata in uno spionaggio a favore dei russi (sembra un film del tipo antisovietico “Rambo”), omicidio fatto passare per suicidio. E qui i riferimenti si sprecano. Walter Whiters, la cui figura non è a nostro avviso sufficientemente scandagliata dal punto di vista psicologico e caratteriale, si ritrova immischiato in una spirale di ricatti politici, minacce e omicidi, diventando il bersaglio delle agenzie governative per la sicurezza.

Dunque: Manhattan è la vera protagonista del romanzo e la vicenda di Whiters e dei fratelli Keneally sembra quasi fare da sfondo, pretesto di giungla metropolitana. Anche lo stile della prosa è diverso dal solito, meno ironico e irriverente e più didascalico. Una lunga e noiosa descrizione di una partita di football (dura ben dieci pagine), con tanto di nomi di giocatori sconosciuti al lettore europeo, non risolleva, capillarmente, le sorti di un romanzo diligente ma non troppo avvincente. Uno dei motti caratterizzanti della Grande Mela fa “Ciò che non ha New York non esiste”: ebbene Winslow si attiene meccanicamente allo slogan e mette tutto ciò che si può prevedere che New York abbia da “vendere”.

 

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Sfogliando altre recensioni si è notato come il romanzo sia piaciuto ad altri lettori proprio per quello che noi critichiamo, la predominanza del ruolo di Manhattan rispetto alla storia. Sarà perché la trama è narrata in modo scorrevole e disincantato, oppure per l’implicito riferimento alle vicende dei Kennedy. Ripetiamo: Winslow avrebbe potuto fare un romanzo più crudo e più sensibile nella introspezione e drammaticità dei personaggi e della vicenda.

N.B. da apprezzare i molti titoli delle canzoni che costituiscono il tessuto musicale degli Anni 50, di cui la nota a fine testo riporta nomi, autori, date e pagine in cui vengono menzionate (significativo contrappunto è dato dalla canzone Manhattan su testo di Lorenz Hart e Richard Rodgers e musica dello stesso Rodgers, citata nelle pagine 17, 18, 173, 181, 326, 245, 346).


Per la prima foto, copyright: Michael Discenza su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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