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Tutte le ombre del mondo editoriale. “Un po’ meno di niente” di Vanni Sbragia

Tutte le ombre del mondo editoriale. “Un po’ meno di niente” di Vanni SbragiaUn po’ meno di niente di Vanni Sbragia, edito da Fernandel, è un romanzo dietro al quale è nascosto uno pseudonimo, quello di un autore che da molti anni pubblica i suoi libri di genere crime con alcuni fra i maggiori editori nazionali.

Vanni Sbragia non è solo l’autore di questo libro ma è anche l’io narrante del testo. Il protagonista è un uomo dalla doppia vita – se non molte altre – in cui si districa come un vero funambolo della menzogna completamente avulso dal benché minimo senso di colpa. Da un lato porta avanti la sua carriera da affermato dirigente bancario con famiglia, dall’altro persevera nel pubblicare romanzi thriller di medio successo. Nonostante si impegni a creare un’immagine di sé come marito fedele, già dalle prime pagine trapela la sua reale natura di adultero sessuomane e nichilista:

«In questo preciso momento ho la certezza che non mi importa di niente e di nessuno. Mi fa schifo tutto e sono incazzato con il mondo, odio la gente. Voglio solo scrivere quel maledetto capitolo e dare una svolta al romanzo. È come se non contasse nient’altro.»

 

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Tutto si complica quando una delle sue amanti, Vittoria Ravaglia, viene brutalmente uccisa. Questo evento farà crollare l’immagine di sé che con fatica si era costruito:

«Quando le cose vanno a puttane è solo da se stessi che si può ripartire. Ho sempre vissuto pericolosamente, ripetendomi che prima o poi avrei pagato la disinvoltura con la quale sono abituato a ingannare tutti.»

 

L’indagine sull’omicidio nella quale Sbragia viene coinvolto stravolgendogli la vita diventa l’occasione per smascherare quel mondo permeato dalla falsità, dalla mediocrità, dall’opportunismo che è la grande azienda dell'editoria della quale il protagonista è un degno interprete:

«Tuttavia siamo in tanti, troppi, in questo limbo sicuro solo all’apparenza, e per nulla influenti nel complesso del carrozzone. Anzi, direi che siamo più che sacrificabili. Bastano un libro sbagliato o una parola di troppo e arriva un bel calcio nel culo. Vai pure a battere il marciapiede Vanni Sbragia, cercati un altro editore e buona fortuna.»

 

L’autore ritrae scene quotidiane con rabbia e disgusto per il mondo del giallo italiano ed è palese che il romanzo diviene solo un pretesto narrativo per esprimere il senso di nausea e stanchezza provocato da un sistema così corrotto ed effimero.

Tutte le ombre del mondo editoriale. “Un po’ meno di niente” di Vanni Sbragia

All’interno di un thriller ben strutturato (con gran colpo di scena finale) quale è Un po meno di niente, l’autore ci rende partecipi di un ambiente talmente subdolo e ipocrita che lui stesso definisce uno «spettacolo per poveracci». Lo disegna in maniera violenta e non lascia intuire un ben che minimo barlume di luce o speranza per un risanamento futuro. Non esclude nemmeno se stesso con una gran dose di autoironia. Sbragia non risparmia nessuno e si mantiene sempre a cavallo tra finzione e realtà (nella narrazione si trovano nomi e citazioni di personaggi realmente esistenti come Umberto Eco e altri inventati) e spara a freddo sul sistema, sugli scrittori emergenti dal dubbio talento, sugli editori, sui giornalisti, sulle scuole di scrittura, sul sesso come merce di scambio e più che mai sui sociale network:

«Con Facebook ho un rapporto molto simile a quello che ho con le mie amanti. Lo sfrutto per ciò che mi serve, ogni tanto mi spingo oltre, picchio duro, insomma, la faccio sporca. Qualche volta ancora, ma più di rado, lo utilizzo per mostrare al mondo una parte del vero me stesso. Sono rari i momenti di debolezza nei quali cedo all’omologazione. E comunque sono in pochi ad accorgersi di quell’autenticità, tutto si perde nel calderone, nel nulla cosmico dell’autoreferenzialità globale. Frequentare il non- luogo per eccellenza significa anche constatare quanto siano ormai sfumati i confini tra il reale e il virtuale.»

 

E poi continua sempre più crudo e realista:

«Tutti novelli Proust (senza averlo mai letto) che confondono i ricordi con la letteratura. E c’è anche chi tirate simili le scrive sotto la foto del cane o del gatto passato a miglior vita. Perché lo fanno? Perché sono malati cronici di attenzione, lanciano l’esca e sperano di raccattare un po’ di pietà, di considerazione. Cercano, nel consenso degli altri, nella solidarietà digitale, la prova del loro esistere. Non avendo qualità particolari, giocano la carta dei parenti (o degli animali) deceduti. A volte la buttano su Photoshop, soprattutto le donne, e si affidano al richiamo sessuale, salvo poi condannare, indignate, i maniaci (altra categoria presente in massa sui social) che le contattano in privato con le foto dell’uccello in primo piano.»

 

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Del resto il potere dei social è proprio«celare l’ovvio e ribaltare sistematicamente la realtà». Eppure Sbragia, pur consapevole di questa impoverente situazione non cancella mai il suo account svoltando pagina perché si ritiene «dipendente cronico da queste insulse polemiche, ci sguazzo dentro, ci godo a rotolarmi in quel guano. Insomma, via, adoro fare incazzare la gente.»

La descrizione del perverso mondo dell’editoria messo così sotto la lente di ingrandimento inUn po’ meno di niente rendeil lettore ancora più ansioso di fronte all’assassinio. Riuscirà Sbragia a sopravvivere a questo efferato mondo? Riuscirà a scagionarsi e trovare l’assassino della sua amante? E le sue disgrazie saranno solo foriere di insuccesso o lo aiuteranno a svettare nelle classifiche letterarie?


Per la prima foto, copyright: Tyler Franta su Unsplash.

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