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“Tu sei il male” di Roberto Costantini

Tu se il male, Roberto CostantiniNon sapessi che D’Orrico ha urlato al miracolo, me la caverei alla svelta, come Fantozzi con La corazzata Potëmkin. Ma se D’Orrico ci ha scovato tanto, allora vale la pena spendere due parole su Tu sei il male (Marsilio, 2011).

«Dopo averlo divorato fino all'ultima delle sue quasi 700 pagine, gli italiani capiranno che, in questo frangente tempestoso della loro storia, ne avevano bisogno come il pane per capire come sono fatti (e, soprattutto, un bel po' sfatti)».
Sarò sincera, ho un debole per D’Orrico quando pontifica.

Mi sono chiesta perché la Marsilio non si sia impegnata a far terminare il testo a pagina 666: sarebbe stata una trovata in linea con la vicenda narrata, in cui troviamo un cattivo, un super-cattivo, un cattivissimo e una banda di cattivi. Non bastasse, c’è anche il diavolo, ma quello arriva in seguito, con una calma micidiale. Non fatemi dire altro, non vorrei svelare il finale e, del resto, se io mi sono cuccata il libro, non vedo perché dovrei farvi uno sconto di pena.

A D’Orrico è piaciuto, quindi potrebbe piacere anche a voi. A me no, voglio essere chiara e cercherò anche di spiegarvi perché.
A pagina 217 mi sono spenta, la mia attenzione è scemata fin quasi al coma vigile. Mi sono svegliata, convinta che la vicenda sarebbe decollata, allo scoccare delle 400 pagine, dopo un po’ era di nuovo l’oblio. Un Tetris del delitto, un Lego di castelli accusatori, il gioco dell’impiccato con le lettere tracciate a lama sulle vittime. No, non tutte, soltanto alcune, sennò è tutto troppo semplice.

Partiamo dall’inizio, dal titolo che subito ha scatenato in me una filastrocca degna di quei dieci piccoli indiani che fanno più morti dell’Eternit: Io sono Dio (Giorgio Faletti, Dalai Editore, 2009), Tu sei il male (Roberto Costantini), E lui ammazza i poliziotti (Jake Arnott, Il Saggiatore, 2002). Ecco, un mantra! Provate a dirlo più volte e usatelo per fare la conta a nascondino: vedrete che funziona egregiamente.

Il male – è il super-cattivo, in un libro complesso anche gli accidenti hanno bisogno di un bugiardino – si presenta in tutta la sua perfidia a pagina 171/172. State attenti, vediamo se scovate il problema.

«In mezzo a quella baraonda, l’uomo coi lunghi capelli neri lisci, il berrettino della Lazio e i grandi occhiali con le lenti scure se ne stava seduto da oltre un’ora per conto suo nell’angolo più buio del locale, accanto ai bagni. Aveva bevuto pochissimo, solo mezza birra. In un sacchetto bianco aveva però due bottiglie chiuse di ottimo whisky, che lui non avrebbe toccato. E nella tasca dei jeans qualche bustina di coca, che non avrebbe sniffato.
Tirò su il boccale di birra e fece l’occhiolino ai tre connazionali sui diciotto anni che uscivano dal bagno. [...]»
Notato niente di strano? Ok, allora inforcate gli occhiali scuri e provate a fare l’occhiolino. Ecco, bene, adesso ci siamo.
Di solito, notando stranezze simili, prendo il tomo in questione e lo ripongo nella differenziata. Mi sono trattenuta sapendo che Sul Romanzo attendeva la mia recensione, e mi sono goduta l’attimo dell’ammiccamento in solitaria, pensando che ve l’avrei raccontato.

Per quanto riguarda il cattivo – il cattivo semplice, quello normalmente cattivo –, mi ha ricordato il Loup-Garou di Cadavere non identificato (Patricia Cornwell, Mondadori, 2000). Certo non è peloso, ma ha un problema simile che lo fa andare in bestia, un assillo che potrebbe risolvere e che, nonostante poi si decida a farlo, lo lascia cattivo come prima. Insomma, anche lui, come tutti gli altri, abbraccia il lato oscuro della forza per un motivo da poco, molto da poco. Inutile dire che parlarvi del cattivissimo e della banda dei cattivi vi svelerebbe il libro. Sappiate solo che hanno manie di grandezza e  Costantini ha deciso di farli più marci e convinti degli avversari di James Bond.

Ovviamente, ora dobbiamo parlare del buono, del nostro Luc Skywalker, in Duetto nel 1982 ma sui mezzi pubblici vent’anni dopo. Michele Balistreri, un Tony Manero arrogante e donnaiolo, durante la finale dei Mondiali di Spagna, sfatto e sconfitto mentre l’Italia batte la Francia nel 2006. Per lui è passata una vita, per noi un paio di pagine. Incontrarlo in questa nuova veste è stato shoccante.

Viene da chiedersi cosa sia capitato al povero Balistreri in tutto quel tempo in cui l’abbiamo perso di vista – due pagine –. Scopriamo, quindi, che ha ancora gli stessi problemi col padre – ci rimugina da due decenni – e naturalmente la stessa gioventù bruciata alle spalle, lui che aveva militato nell’estrema destra neofascista romana.
A questo si aggiunge un delitto – la morte della povera e bella Elisa Sordi, anima candida in un complesso residenziale tana di mostri filomonarchici e prelati in carriera – che al nostro Balistreri ha rovinato la serata dell’impresa calcistica di Paolo Rossi. Un crimine irrisolto che gli chiederà il conto nel 2006, quando anche la madre di Elisa farà una brutta fine. Eccoci allora a tifare azzurro in un’altra finale, mentre Roma rischia d’essere messa a ferro e fuoco da un razzismo strisciante che vuol passare alle vie di fatto – in questo libro il soundtrack è di Claudio Lolli, Ho visto anche degli  zingari felici – e Balistreri è alle prese con un ritrovato moto orgasmico per una giornalista, che se non bastasse risulterà essere persino più stramba dei cattivi.
A quel punto canticchiavo “si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare cattivo esempio”, gustandomi le paternali del vecchio commissario alla sua prole di sottoposti, la squadra dei buoni in cui troviamo il lungo, il corto e il pacioccone. L’ispettore Coppola detto il Nano,  Mastroianni – belloccio, come il soprannome suggerisce – e Corvu – timido e secchione – che raddoppia le consonanti quando va in palla. C’è anche Giulia Piccolo, che, a dispetto del nome, è altissima e palestrata. Pure bisex, per non farsi mancare niente. Mi ricorda vagamente la nipotina di Kay Scarpetta, sarà un caso.

I morti che troviamo prima e dopo la triste fine di Elisa Sordi sono tirati per i capelli come il resto del plot,  «una riflessione politica e sociale complessa che finisce però soffocata dalla tentazione al sensazionalismo che induce l'autore a spingere l'acceleratore sul genere. E, inevitabilmente, a sbandare», afferma Michela Greco su Paesesera.it, con un aplomb degno di nota. Sì, è così: ad un certo punto la storia si attorciglia come un crotalo, i fatti si ingarbugliano e le motivazioni dei cattivi – da quello normale, al super, a tutti gli altri – vanno ben oltre ogni logica comprensibile. Mi sarei aspettata di poter dar loro ragione – io sto sempre dalla parte di chi ammazza – ma stavolta sono rimasta delusa: questi sembrano delinquere per contratto, e il contratto è quello editoriale.

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