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Tra giustizia e vendetta. “Qualcosa da tacere” di Massimo Ansaldo

Tra giustizia e vendetta. “Qualcosa da tacere” di Massimo AnsaldoQualcosa da tacere (Fratelli Frilli Editore) di Massimo Ansaldo mette in gioco alcuni elementi pregnanti, come ad esempio il difficile e ambiguo rapporto tra giustizia e vendetta, oltre al potere di una facoltosa famiglia genovese che si trova alle prese con la violenza subita dalla figlia minore del capofamiglia.

Un mistero che s’infittisce pagina dopo pagina e con il coinvolgimento di temi sui quali ci siamo confrontati con l’autore.

 

In Qualcosa da tacere ci sono molti spunti di riflessione. Uno fra tanti è la differenza spesso ambigua tra giustizia e vendetta. Cosa spinge davvero la famiglia Sperlinghi a indagare in proprio sullo stupro subito dalla figlia?

Per lui la vendetta è la vera giustizia. La pena esemplare deve comminarla con le sue mani. La sua formazione umana e culturale, poi, fa il resto. La giustizia umana presuppone che la natura del giudice e dell’imputato sia la medesima, anche se le scelte sono state diverse. E quindi esiste la possibilità che uno si redima e che l’altro sia magnanimo. Nella vendetta ritieni che la tua giustizia sia l’unica, senza lasciare spazio all’altro. È una menzogna, tutti abbiamo un cuore che sanguina e che chiede misericordia.

 

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Dietro lo stupro della giovane Michelle si cela molto altro. E a fare le spese di questo è ancora una volta una donna, ferita nel corpo e non solo. Quanto di atavico c’è in una situazione come questa? E quanta responsabilità ha la nostra società?

Tutto nasce dal pensiero che strappare l’innocenza a qualcun altro possa arricchire la nostra umanità. Usando anche la violenza, come quella contro l’infanzia. Vogliamo possedere tutto e che cosa c’è di più esaustivo che strappare la vita e la dignità a un’altra persona? Atavico è poi l’aspetto che la via privilegiata per ottenere ciò riguardi la sfera sessuale, ridotta ad un consumo come quello di una macchina a gettoni.

Tra giustizia e vendetta. “Qualcosa da tacere” di Massimo Ansaldo

Genova è al centro del romanzo e non solo come semplice ambientazione. Uno dei protagonisti la definisce impalpabile e perennemente distratta. In che misura condivide questa definizione?

Se fossi quel protagonista direi la stessa cosa. Alienazione, mancanza di affetti familiari, assenza di un futuro da programmare. La reazione è solo rabbia, anche nei confronti dei luoghi che ti hanno visto crescere. E dai la colpa sempre a qualcun altro... Genova non è in assoluto così, nella misura in cui non lo sono le città in cui viviamo.

 

Genova è radicata nell’immaginario collettivo italiano per i suoi cantautori, De André, Bindi, Tenco, Paoli, Lauzi, solo per citarne alcuni. Com’è cambiata la città dai tempi della scuola genovese a oggi? Sopravvive ancora qualcosa di quella stagione culturale?

Ho iniziato a scrivere grazie alla lettura. Non solo, stimolato anche dalle composizioni, tra gli altri, di De André. Posso raccontare un episodio. Quando ho ascoltato per la prima volta l’album Crêuza de mä, con orgoglio ho pensato quanto il dialetto genovese fosse parte di me, come forse non avevo mai creduto. Così i cantautori, c’è sempre qualcosa che emerge sottotraccia della loro arte, quando meno te lo aspetti. E ringrazi.

Tra giustizia e vendetta. “Qualcosa da tacere” di Massimo Ansaldo

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Lei è un avvocato, dunque ha una solida formazione giuridica alle spalle. Che influenza ha questo sulla sua scrittura? Quali sono gli apporti positivi e di cosa ha dovuto liberarsi?

La scrittura professionale forense non deve comunicare sensazioni o umori, solo circostanze ed elementi di prova. È asciutta, diretta, come un’arma brandita per un duello. Serve a vincere, non deve piacere, ma essere efficace. Altra cosa è scrivere una storia per raccontarla. Non ho fatto fatica a distinguere i piani, ma devo stare attento, sempre.

 

Ha devoluto una parte dei diritti d’autore all'Avsi, Associazione Volontari Solidarietà Internazionale. Quali ragioni l’hanno spinta a questa decisione?

Credo che la carità sia una delle dimensioni dell’esistenza umana che completino la dignità della persona. Il mio infinitesimo contributo vale innanzitutto per me, che ricevo più di quello che dono. Con Avsi partecipo alla iniziativa delle adozioni a distanza e, in questo particolare frangente, alle iniziative di sostegno per l’emergenza Covid-19.


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Per la prima foto, copyright: Luca Poik su Unsplash.

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