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Tra gioia e infelicità

gioia e infelicitàLa parola "anima" è dolce, evocativa di sacro e umano.

Il suo significato è diverso per la tradizione cristiana, per quella vedica, per Jung eccetera. Attribuiamole il senso che ci ispira, sapendo che il suo simbolo è la luna, che dal suo incontro con Eros, Amore, è nata una figlia: Gioia. Senza Amore, l'anima, Psiche, è persa, è disperata. 

Per le strade delle nostre città, in treno o in metropolitana, osserviamo i volti e l'atteggiamento delle persone. Non sembrano felici, di solito. Se immaginassimo un'aura intorno a ciascuno, vedremmo colori spenti, scuri. Stanchezza, stress, disillusione, paura. Lune di traverso. Ognuno conosce la gioia ed è nato con la possibilità di essere prevalentemente felice. È stato dimostrato che la felicità non dipende dall'età, né dalla ricchezza (tranne che al di sotto di una soglia minima, che fa davvero la differenza), né dal successo. Gli eventi esterni hanno un peso non superiore al 10 per cento. Studi scientifici hanno rilevato che una grossa disgrazia, come pure una grossa fortuna, incidono sull'umore, alterandolo verso il basso o verso l'alto, solo per un periodo di tempo limitato, dopo il quale questi torna al suo livello abituale. 

 

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Gli ingredienti della felicità sono segreti e molto soggettivi; ma la base comune è fatta di un buon rapporto con se stessi, di amore e amicizia, di benessere fisico, della possibilità di esprimersi e creare. Di poter seguire la propria speciale traiettoria, anziché omologarsi a un dover essere. L'aspetto sicuro e vincente è spesso una maschera, dietro cui ci si ammala. E più c'è precarietà, più si tende a nascondersi dietro identità fasulle. Le statistiche indicano che il disagio è in crescita. Siamo spesso consapevoli di avere intorno una marea di infelicità, percepita e vissuta in modi diversi: chi la canalizza nella protesta politica, chi la somatizza in patologie organiche, chi la privatizza in depressione, chi la manifesta in comportamenti sbagliati per sé e per il prossimo. Non è condivisa, ma celata. Ci si vergogna dell'infelicità, ci si colpevolizza a volte, come fosse un fallimento personale, una malattia. Si preferisce l'arroganza dei forti, il sorriso truccato: mostrare vulnerabilità è finir preda degli squali. In tempi precari, nascondersi e non fidarsi sono la prassi. Ma questo ci isola, rende difficile trovare dei contatti autentici.

[Olga Chiaia, A un passo dalla felicità. Ritrovare la gioia nei momenti di crisi. Urra – Apogeo s.r.l.]

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