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Thomas Mann e il suo “Resoconto parigino” per la prima volta in italiano

Thomas Mann e il suo “Resoconto parigino” per la prima volta in italianoÈ la prima volta che Resoconto parigino viene tradotto in italiano (grazie a Marco Federici Solari e a L’Orma editore). Una decisione tardiva che contribuisce ad approfondire la conoscenza del pensiero dell'intellettuale tedesco.

Nell’ottobre 1926 Thomas Mann – che aveva già pubblicato La morte a Venezia e I Buddenbrook – si reca a Parigi per nove giorni insieme alla moglie. Riconosciuto scrittore borghese, a cinquant'anni è celebre in tutta Europa (tre anni dopo riceverà il Premio Nobel), ma è soprattutto la Francia la nazione che lo lega a una serie di distanze e avvicendamenti culturali e antropologici. La Grande Guerra è finita da otto anni. Ancora pochi per ristabilire gli equilibri europei.

Chiamato a tenere un nutrita serie di conferenze e dibattiti, prevalente sarà proprio il tema del rapporto tra un paese vincitore e uno vinto a svilupparsi in un contesto che vede nell'Europa unita il possibile deterrente del rappacificamento dei due paesi. Il 1926 è l'anno in cui la Germania entra a far parte della Società delle Nazioni fondata a Parigi dopo il Trattato di Versailles del 1919. Nelle parole di Mann, ora in lingua tedesca ora in un non completamente dominato francese, traspare un senso di colpa per appartenere al paese che aveva portato il mondo in guerra. Le sue asserzioni politiche sono quelle di un intellettuale liberale spaventato da un uso “sbagliato” della democrazia. Avverte la paura che la nuova spinta democratica o rivoluzionaria conduca i giovani «talmente in balia di un simile equivoco da rendere possibile persino il ritorno del vecchio dio prussiano sotto le mentite spoglie di una qualche sembianza di avvenire». Ciò sembra profetico.

 

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Molti sono gli argomenti trattati nel corso del soggiorno parigino, segnato da un frenetico intreccio di incontri con personalità della politica, della diplomazia e soprattutto della cultura. Tra un dibattito e un ricevimento, un cambio d'abito e una corsa in taxi, emerge la figura dello scrittore-intellettuale operante nel campo della borghesia, di cui egli stesso lamenta i vincoli mondani, rimpiangendo di non potere isolarsi nella propria intimità. L'interiorità dell'artista sarà pure il tema trattato nel corso dei suoi incontri e rapporti pubblici. Interessanti a questo proposito sono le parole che definiscono il concetto di artistico: «É impressionante notare come nelle teste dei francesi sia ancora oggi ben saldo il concetto di “artistico”».

Nell'esprimere tale affermazione Mann si rifà alla «percezione di un Flaubert» in cui “artistico” significa il contrario di “borghese”. E aggiunge: «Nei nostri tempi invece è divenuto un concetto pienamente borghese e anche conservatore». Parole che esprimono il rammarico che «l'idealismo artistico di Flaubert non è pensabile senza una “rendita” di cui ormai non gode più nessuno». La “rendita” cui si riferisce – sembra di capire – è quella spirituale che non viene «macchiata da uno spirito di parte». La critica al condizionamento della politica in campo artistico è esplicita. Riconosce alla Francia di saper resistere alle «nuove condizioni economiche» e di averlo difeso dalle accuse ricevute perché «la mia prosa restava sempre assai artistica».

Thomas Mann e il suo “Resoconto parigino” per la prima volta in italiano

Sono spunti che ritornano nelle sue dissertazioni sulla scrittura. In ciò si profila l'esigenza di un giusto rapporto tra «libertà e giustizia». Fin quanto uno scrittore, un artista può essere libero? Quando è giusto? Sono problematiche che seppur non sempre espressamente rilevate sono sottese a molte delle opinioni, tesi e antitesi, spese nel corso del resoconto parigino.

In quanto scrittore borghese e tedesco Mann esprime un conservatorismo che si spinge ad affermazioni quasi reazionarie, come quando afferma che piuttosto della «difficoltà della democrazia, sarebbe meglio una dittatura illuminata». Parole sue: «Il popolo tedesco si comporta con la democrazia come gli antichi Germani con il cristianesimo: teme – forse a ragione – di venire indebolito dal punto di vista nazionale. Tale preoccupazione è del tutto sconosciuta negli altri Paesi». Ancora parole drammaticamente profetiche a soli otto anni dall'ascesa del nazismo,

Il tema del germanesimo spicca, direttamente o indirettamente, nelle conversazioni e relazioni che Mann ha con l'intellighenzia parigina. Il pregiudizio quando si parla di Romanticismo è sempre in agguato, quindi il borghese scrittore tedesco, attorniato dalla crema intellettuale francese, deve dipanare dubbi e malintesi. Il nome di Nietzsche è d'obbligo e variamente interpellato a seconda di come e quanto sia pertinente il riferimento romantico. «Sensibilité e raison» è la dicotomia usata da Mann per considerarla «non soltanto dannosa per l'incontro spirituale tra le due nazioni, ma comincia pure ad aver fatto il proprio tempo». Il proposito è sempre quello: conciliare Francia e Germania. Mann non è avaro di ammirazione nei confronti degli intellettuali francesi, e fa di eventi puramente formali, come quello di leggere il testo delle conferenze da parte dei relatori francesi anziché il parlare a braccio dei colleghi tedeschi, allargato pretesto comparativo che indica nello scrittore francese un modello di coscienziosità ed efficacia comunicativa. Leggere in pubblico significa «un più vivo rispetto nei confronti della lingua, e quindi del pensiero, di quanto non se ne abbia da noi in Germania. Parlare alla buona, ecco, non ci trovo nulla di buono.»

L'attuale lettore di questo agile e godibilissimo resoconto, a quasi un secolo dalla sua stesura, non può fare a meno di considerare quanto la distanza temporale e storica influisca nel suo giudizio su quanto Mann consideri il coevo stato della letteratura non solo europea. Affermare che Knut Hamsum, l'autore di Fame, sia il più «grande scrittore vivente», e Bernard Shaw il secondo, risente non solo del soggettivismo di uno scrittore, uno del mestiere, parimenti celebrato (Premio Nobel alla pari di Hamsum e Shaw), ma pure dell'habitat borghese in cui vissero e scrissero gli scrittori citati. Facile, per il moderno lettore contrapporre l'esempio di scrittori come J.D. Salinger, Thomas Pynchon, Cormac McCarthy, isolatisi da frequentazioni e fascinazioni mondane. Come è stato detto, pure Mann sembrerebbe ambire alla sola spiritualità dello scrittore, ma lo fa senza escludersi dalle rifrazioni del mondo molto spesso «gran mondo» (incontrerà conti e principesse: le ostriche abbondano).

Thomas Mann e il suo “Resoconto parigino” per la prima volta in italiano

Indipendentemente dal rango rivoluzionario (sul piano politico) della figura dello scrittore, titolo di equivocato merito, le argomentazioni di Mann nel corso del suo soggiorno parigino si possono rapportare oggi, in un cambiato scenario politico-mondano in piena ridondanza mediatica, all'esempio di certi attuali scrittori che redigono il loro intento anti-sistema godendo dei privilegi dello stesso sistema criticato. Insomma, il legame letteratura-borghesia non sembra essersi sciolto, come dimostrano i premi letterari nel corso dei quali lo scrittore viene trattato e sponsorizzato al pari di un prodotto industriale. Se Thomas Mann, invitato d'onore a ricevimenti e cene, non manca di dibattere acutamente problematiche intellettuali e spirituali, al contempo non manca di notare la non perfetta disposizione delle posate. La borghesia nelle parole di Mann sembra uscire dalla porta per rientrare dalla finestra. Più interessanti sono le parole che confrontano lo scrittore francese a quello tedesco (Parigi e Germania: indiscutibili primati artistici e intellettuali almeno fino a metà del Novecento). Sotteso alla comparazione è il terminesensibilité a cui Mann torna dopo averlo se non stigmatizzato almeno relativizzato, «da intendersi alla lettera», avverte, «ma anche in un'accezione più ampia rispetto a quella che diamo al vocabolo». E continua. «L'elemento dei sensi vi gioca un ruolo maggiore che in tedesco, ovvero quello di una sensibilità incline all'ebbrezza e alla distruzione, prossima quindi al dionisiaco di stampo romantico».

Lo scrittore tedesco che parla dello scrittore francese amplia l'asserzione affermando che «Si tratta di un concetto che comprende l'insieme di bellezza, voluttà e morte in opposizione alle idee di ordine, chiarezza, ragione e morale». Mann si dilunga e sintetizza: La nostra distinzione tra romantico e classico equivale tra i francesi a quella di “sensibilité” e “raison” (che nel teso si usi sia il corsivo che le virgolette potrebbe alludere sia all'atipicità della dicotomia sia alla sua ambiguità, se non alla banalità). Parla poi di una «occidentalizzazione della sensibilità tedesca» e auspica da entrambe le parti, francese e tedesca, una «consapevole autocorrezione» e uno «scambio di ruoli» in modo che la Germania si possa ritrovare nella raison classica e la Francia nella sensibilité romantica. Ospite vezzeggiato dai francesi Mann non manca di diplomazia e consumato senso della situazione, dando l'impressione di non disdegnare di arrampicarsi sugli specchi pur di dimostrarsi grato della reverenziale ospitalità ricevuta.

 

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Giunge finalmente l'ora privata di abbandonarsi ai piaceri della pura bellezza. Parigi ispira attenzioni ed emozioni, anche se il tempo a disposizione è poco, e gli itinerari e le visite non sono quelle che dovrebbero essere, le esternazioni di ammirazione si limitano ai luoghi più famosi quali place Royale, place des Fédérés, place des Vosges… La visita al Louvre non impegna maggior tempo; l'intellettuale non si distingue molto dal provinciale giunto a Parigi nell'ammirare la Nike di Samotracia e la Venere di Milo… Dei dipinti, «in questa rapida passeggiata», è colpito soprattutto dal Pellegrinaggio a Citera di Watteau, «un dono di Afrodite di tenero e perlaceo splendore». Mann ammette: «La fretta, può giustificare quella preferenza che stupì anche me». Che altro? I cortili del Louvre «con le forme pure delle loro pietre annerite dal trascorrere di quattro secoli».

«Un'ultima, lunga corsa in taxì attraverso Parigi scintillante di luci e pubblicità». Ed ecco l'Orient Express delle 7,50. Quattordici ore per arrivare a Monaco, come quattordici sono state le ore per arrivare a Parigi partendo da Magonza. Thomas Mann si accomiata.


Per la prima foto, copyright: Chris Karidis su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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