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"The Bay": notizie dalla catastrofe

Una scena da "The Bay"

È un’opera in qualche modo anomala, l’ultimo film di Barry Levinson, The Bay. Con questa sua “incursione”, il regista di Rain Man, Good Morning, Vietnam, Sesso & potere, e anche del più recente lavoro per la televisione You Don’t Know Jack, conferma un piacere quasi morboso per la narrazione.

Tuttavia l’innesco è ai limiti del banale: una sorta di epidemia si diffonde all’improvviso in una piccola cittadina, e nessuno sa come porre rimedio alla faccenda.

Molti stanno parlando di horror, forse in certa parte pensando al botteghino, ma The Bay non ne avrebbe bisogno: anche se il gore tutto sommato c’è, siamo dalle parti dell’eco-vengeance in salsa mock, e si vede subito. La pellicola, da un lato non vuol concedere nulla allo spettacolo, e così rischia di deludere i fan dell’azione a tutti i costi; dall’altro non vuole raccontare in maniera lineare, e così rischia di deludere i detrattori dell’intreccio. Per fortuna, aggiungiamo.

In questo modo, ne scaturisce un film che fa della sua cornice narrativa il proprio statuto, dichiarandosi dal primo istante e, scopertamente, giocando con il montaggio alternato. L’analisi di quello che è a tutti gli effetti un cold case diventa perciò un meccanismo delizioso alla cui costruzione contribuisce l’affastellarsi di materiali “ontologicamente” diversi: fotografie, riprese da sistemi di videosorveglianza, camera-car di volanti della polizia, videochiamate, e quant’altro.

In ciò risiede allo stesso tempo una natura seconda, ma non meno costitutiva, di The Bay: una indagine, cioè, sui modi con cui si trasmettono le notizie, così come la paura, con i mezzi che abbiamo oggi a disposizione. Tutti i personaggi principali, infatti, rimangono in contatto, o non riescono a entrare in contatto, con altri personaggi, mentre dilaga il panico come nella miglior tradizione dei film “di contagio”.

Risultato: una piccola perla, a suo modo coraggiosa. E anomala, appunto.

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