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Storie di storie. “Obabakoak” di Bernardo Atxaga

Storie di storie. “Obabakoak” di Bernardo AtxagaDopo una prima traduzione in italiano all’inizio degli anni Novanta e una parziale ripresa nei primi Duemila, torna in libreria, passando da Einaudi alla piccola casa editrice modenese 21 lettere, Obabakoak, dello scrittore basco Bernardo Atxaga.

Grazie alla nuova realtà editoriale, che struttura la propria azione su un progetto in cui i principi sono pubblicare pochi «selezionatissimi» titoli (sei) all’anno e lavorare sul lungo periodo e grazie all’esperienza traduttiva di Sonia Piloto Di Castri, i lettori possono venire a contatto con una nuova regione di memorie, di vite, di storie.

A recintare questo spazio troviamo due interventi direttamente attribuibili all’autore e non ad altra voce narrante, dal momento che si tratta, nel primo caso, di un prologo in cui, dichiaratamente, «l’autore parla della sua lingua, l’euskera» e, nel secondo, di «Una sorta di autobiografia» in cui Bernardo Atxaga, che in quelle pagine scrive di sé in terza persona, paragona il Gioco dell’Oca alla descrizione di una vita qualsiasi, la sua.

De-scrivere significa “scrivere a partire da”, “scrivere di” e il Gioco dell’Oca, proprio «come i racconti tradizionali», descrive «le opere e i giorni», proponendosi come metafora della vita.

 

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Un gioco e una partita richiedono, però, condivisione: come condividere se non ricorrendo alla lingua? Il patrimonio di Obaba trova il suo codice espressivo nell’euskera, «una lingua strana» ma non priva di una logica interna, le cui strutture grammaticali e i cui fonemi, almeno parzialmente, non trovano parentele vive «in nessun luogo della terra». Le sue origini sono antichissime: si perdono «nell’epoca dei megaliti» e, ancora oggi, sia pure in un territorio quasi invisibile (quantomeno sulle mappe dei geografi), sopravvivono e la lingua resiste, chiudendosi caparbiamente su se stessa e vivendo nascosta, come nascosto vive il riccio.

Storie di storie. “Obabakoak” di Bernardo Atxaga

La produzione letteraria basca fino al XX secolo è esigua: si limita a una «biblioteca breve», di circa cento libri, figli di un «lungo» letargo: il riccio, poi, ancora giovane e inesperto, si è svegliato e ha sentito la necessità di raccontare, di narrare, di creare una letteratura. Nello stesso momento si è accorto di essere soltanto una figura sul grande tabellone del Gioco dell’Oca, una figura che sulle spalle reca un fagottino, l’«irrisorio bagaglio» dei pochi testi che erano sfuggiti ai roghi della dittatura, iniziavano a circolare a livello internazionale, sia pure in sordina, e ad essere tradotti in altre lingue.

Bernardo Atxaga, contrariamente a quanto è stato scritto sinora, non intende affermare che la letteratura in euskera sia priva di un proprio passato nel senso più ristretto, campanilistico, «antico e obsoleto» del termine poiché, dalla modernità in avanti, per lui è opportuno intendere il concetto di tradizione in maniera più ecumenica e personale al contempo: ogni scrittore può plasmare la propria tradizione, attingendo a piene mani dalle più varie e distanti opere dell’ingegno umano.

Le storie di Obaba, o meglio Obabakoak, sono una «selezione» di tutto lo spettro del narrabile, una «sintesi» delle ricorrenti «stramberie» che ci sfarfallano in capo, per usare un’espressione del primo racconto, intitolato Esteban Werfell, in cui il padre del protagonista eponimo rimbecca il figlio, scrittore compulsivo.

Storie di storie. “Obabakoak” di Bernardo Atxaga

Quasi al pari del Kien di Auto da fé, Esteban vive circondato dalla scrittura: i suoi libri rivestono «da cima a fondo le […] pareti della stanza», fungono da «muraglia di carta, di pagine, di parole». A differenza del libro di Canetti, qui, però, una finestra c’è: ed è grazie a questo contatto, almeno visivo, col mondo, che Esteban inizia a trasporre su alcuni quaderni il precipitato delle proprie letture e della propria esistenza.

Come si nota dal cognome, la famiglia Werfell non è di origine basca, né spagnola, ma tedesca e precisamente amburghese. Amburgo è, per Esteban, il luogo della memoria delle storie e dei nomi della sua infanzia, del tempo in cui si era giovani, acerbi e «verdi», con un efficace tratto coloristico gombrowicziano riflesso pure nell’illustrazione in copertina; è il porto in cui tornare per radunare i ricordi e dar loro un filo logico; è la sede in cui la vita, almeno per un frangente, trova l’opportunità di diventare scrittura per non cadere nell’oblio.

Obabakoak si configura, dunque, come una scrittura che racconta della scrittura: a corroborare questo assunto concorrono alcuni capitoli, dal taglio scopertamente metaletterario e metapoietico (A proposito di racconti;Come scrivere un racconto in cinque minuti;Breve esposizione sul metodo per plagiare bene).

 

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A titolo d’esempio, nella prima di queste sezioni si narra di una giornata trascorsa dal narratore e da un amico nei dintorni di Obaba: mentre in un autogrill i due discettano sul perché un racconto sia bello e su che cosa serva a un racconto per essere tale, li interrompe un vecchio, probabilmente inglese, che, pur essendo ubriaco, pretende di tenere banco con un «racconto moltissimo migliore» di quello su cui si stava discutendo. Purtroppo, a causa del rumore circostante e dell’ebbrezza, non riesce quasi a parlare e, dolendosi (It’s a pity), li lascia andare. Nonostante ciò, i due protagonisti, grazie a lui, ritrovano la spinta per approfondire l’analisi di alcuni racconti e giungono a trarre alcune conclusioni provvisorie di carattere teorico: per essere belli, i racconti devono essere «brevi» ma «densi di significato»; la chiave di questa bellezza sta nel modo in cui l’autore osserva la realtà nella sua essenza, lasciando da parte l’aneddotica fine a se stessa. Passano poi a discutere su una teoria molto curiosa: secondo un tale Harris, «il racconto non sarebbe altro che una semplice operazione di aritmetica». Al posto delle cifre, beninteso, è necessario utilizzare altri elementi, vale a dire i temi ricorrenti (amore, odio, speranza, desiderio, onore e pochi altri) che, accorpati e sottratti, amplificati e scissi, danno origine a infinite combinazioni.

La discussione prosegue, fino a quando i due amici non raggiungono Obaba e anche oltre, perdendosi nelle pieghe di altre storie, tra il mondo di carta e il mondo di carne, in un incessante susseguirsi di voci che raccontano tentando, indefesse, di lasciare una traccia. Seguiamola.


Per la prima foto, copyright: Clem Onojeghuo su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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