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Storia di un’amicizia raccontata da Silvia Avallone

Storia di un’amicizia raccontata da Silvia AvalloneIl confine sottile tra menzogna e verità nella letteratura, come nella vita digitale, è estremamentelabile, mutevole pure. Basta un cambio di prospettiva a modificarne i tratti.

Un’amicizia (Rizzoli, 2020) è il baluardo dell’adolescenza, quella in cui ci si riversa anima e corpo. L’unico posto dove ci si sente a casa, è legame simbiotico; è un tuffo nostalgico nel passato per i trentenni, che come me, e come le protagoniste della storia, in quegli anni hanno vissuto la vita (e l’amicizia) in sella a un motorino.

Silvia Avallone racconta la storia di Beatrice ed Elisa e dell’amicizia che le lega e poi le divide. La trama potrebbe essere riassunta in questa unica frase, eppure, all’interno del romanzo, c’è di più; ci sono mondi interi. C’è la testimonianza di un’amicizia, ma anche dell’amore, quello adolescenziale e quello materno, quello viscerale per i luoghi in cui si è cresciuti; il racconto di due poli opposti, la timidezza e la sfrontatezza, la compostezza e la sbadataggine, la parola e l’immagine.

«Mi domandai cosa resta di noi nei luoghi che amiamo, cosa sopravvive di tutti i baci, le confessioni, la gioia, perché da qualche parte la vita deve pur rimanere, no? Sarebbe uno spreco tale, se morisse insieme a noi.»

 

Soprattutto parola e immagine, che sono due linguaggi e due modi di descrivere e intendere se stessi agli antipodi, l’uno pressoché in disuso, l’altro quasi consuetudine.

 

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Che siano diametralmente diversi ma fondamentalmente uguali? No, non credo. L’immagine immortala l’attimo (im)perfetto, quello che viene solo dopo molti scatti, la parola immortala la densa verità, quella che, nonostante si provi a celare, non si riesce proprio a nascondere.

Storia di un’amicizia raccontata da Silvia Avallone

Beatrice ed Elisa, anch’esse poli opposti, incarnano i profili della teenager che aspira al successo a ogni costo e della secchiona che sogna la carriera letteraria; come scrive l’autrice stessa, però, la loro non è l’amicizia, ma un’ipotesi provvisoria. Fra i due caratteri sono intramezzate tutte le sfumature che ciascuna di loro può assumere e che danno un’impronta univoca al legame che si crea.

L’amicizia dipende sempre dal valore che le si attribuisce, sebbene abbia un denominatore comune in adolescenza: il dover vivere il rapporto solo in maniera totalizzante, essa cambia sempre secondo l’angolazione da cui la si guarda.

Le protagoniste sono accomunate dall’estenuante ricerca della propria dimensione nel mondo – che badate bene, non finisce mica con il passaggio dall’adolescenza all’età adulta – ma questo non basta a tenerle legate. Il legame che sembrava indissolubile, a volte si scioglie e inevitabilmente l’amicizia finisce. E quando finisce, fa male.

«Il futuro è un tempo che toglie e non aggiunge.»

 

Menzogna e sortilegio, che, a onor del vero, è citato più volte nel corso del romanzo, aleggia sulle pagine per tutta la storia, come un guardiano, come uno spettro; non si possono non notare le somiglianze tra l’autrice e una delle protagoniste. Quando si ha Elsa Morante come spirito guida, non si può che essere lei, Elisa.

Il confine tra menzogna e sortilegio è labile, evanescente, ciascuno ha ragione e mente, mescola le apparenze sia che si usino immagini, sia che ci si affidi alle parole.

Dal titolo, Un’amicizia, sembra che si narrino le vicende di una vita intera, invece la lontananza tra le dure dura molto di più del periodo in cui sono state amiche; eppure, per contenuti, quei diciassette anni, sembrano davvero una vita.

Storia di un’amicizia raccontata da Silvia Avallone

Stipati in quei pochi anni, ci sono: l’eterno conflitto tra genitori e figli, il modo in cui l’ambiente famigliare influisce sul modo di essere di ciascun ragazzino e quanto le relazioni genitoriali plasmino il loro essere e quanto essi debbano lottare per scrollarsi di dosso quell’abito preimpostato. Le sfumature, i cambi di direzione, le sconfitte e le rivalse che solo durante l’adolescenza si riescono a vivere tutte insieme.

Il libro è un’analisi umanistica della società odierna, che per quanto si tenti di riabilitarla, perché diciamocelo, bisogna pur stare al passo con i tempi, è fatta di contenuti plastici, che tentano di rimanere sempre uguali e non rispecchiano la realtà, complessa e fatta di venature che le immagini perfette che popolano l’etere non riescono proprio a cogliere.

Beatrice ha avuto la sua rivincita, è bella, ricca e famosa, ma è pure statica, nonostante abbia lavorato sodo e studiato molto per creare il suo impero, ciò che il mondo vuole da lei è la plasticità delle sue foto.

La scrittura, al contrario, è liberazione, autoanalisi, presa di coscienza e, per Elisa, è l’unico modo di elaborare gli eventi, accettarli e andare avanti senza logorarsi in eterno nel passato.

Il più sottile fra gli insegnamenti che emerge dalle parole della Avallone, però, è che ogni individuo deve percorrere la propria via; avere una famiglia non significa sacrificare se stessi, anzi, la famiglia dovrebbe essere il luogo in cui ciascun componente trova il modo di realizzi e riesce a esprimersi.

 

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Il superamento degli stereotipi che vogliono le donne solo madri sta nel dolore delle due figure materne presenti nel romanzo, Annabella e Ginevra e del riscatto che ricevono per mezzo della realizzazione delle figlie. Il loro sacrificarsi per seguire i figli, sovente implodendo su se stesse, rischiando di soffocarli anziché aiutarli, è stata la chiave della consapevolezza, che Elisa matura grazie alla scrittura, attraverso cui riesce a capire che riservare del tempo per inseguire i propri sogni non è necessariamente un male.

Il parallelismo tra i due poli opposti, la letteratura e i social network, rimane per me ancora troppo azzardato; è vero, ciascuno dei due ha come fine ultimo quello di raccontare le persone, ma ogni individuo è tremendamente differente, a sé stante e assume tinte, sfumature e accezioni che l’istantaneità e i precisi caratteri del web non possono riuscire a cogliere.


Per la prima foto, copyright: Ale Romo Photography su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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