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Storia d’amore tra un nonno e suo nipote. Maurizio De Giovanni e la sua “equazione del cuore”

Storia d’amore tra un nonno e suo nipote. Maurizio De Giovanni e la sua “equazione del cuore”Come è sua abitudine, Maurizio De Giovanni ha voluto incontrare qualche blogger per parlare del suo ultimo libro, L’equazione del cuore (Mondadori, 2022), un romanzo che non appartiene a nessuna delle serie con cui si è fatto conoscere in questi anni da un pubblico sempre più vasto, con i personaggi del Commissario Ricciardi, dell’ex agente dei servizi segreti Sara Morozzi, dei poliziotti Bastardi di Pizzofalcone e dell’assistente sociale Mina Settembre. De Giovanni lo definisce un romanzo d’amore e ha dichiarato spesso nelle interviste di avere avuto in mente questa storia per anni, finché ora ha trovato il tempo per scriverla e pubblicarla, come ha sottolineato anche nel corso di quest’ultimo incontro. (Qui trovate la recensione di L’equazione del cuore apparsa a gennaio sul blog.)

 

I suoi personaggi nascono da incontri reali, da un lavoro su persone conosciute nel quotidiano, oppure sono invenzioni pure?

Per questo romanzo ho abbandonato le mie tradizionali zone di conforto, nel senso che di solito scrivo storie con personaggi seriali e tendenzialmente corali. L’avere tanti personaggi è possibile nella narrativa ma non nel cinema o nelle serie tv, dove è richiesto un protagonista centrale. Per me, ad esempio, è stato difficile trasferire in tv la serie dei Bastardi di Pizzofalcone, proprio perché è stata ricostruita attorno al personaggio principale dell’ispettore Lojacono, mentre nei romanzi le vicende riguardano un po’ tutti i poliziotti del commissariato. Per me ogni personaggio, anche se compare in un libro per poche pagine, va costruito con cura e deve avere un passato, un presente, un futuro, una sua tridimensionalità.

In questo caso la storia è incentrata attorno al professor Massimo De Gaudio e riguarda il suo passaggio da una solitudine cercata e voluta alla consapevolezza di dover far parte di un sistema più complesso. Il personaggio mi si è presentato anni fa, quando facendo delle ricerche per un romanzo della serie di Ricciardi ho appreso la storia del fisico inglese Paul Dirac, Premio Nobel per la fisica nel 1933, famoso per essere un personaggio di pochissime parole e piuttosto fuori dagli schemi, noto per la sua “equazione di Dirac”.

Ispirandomi un po’ a lui ho immaginato il professor De Gaudio come chiuso, solitario, insofferente dell’ignoranza altrui e con rapporti interpersonali del tutto superficiali. Ne ho fatta una storia secca e serrata: per questo motivo ho rinunciato a creare parallelismi e flashback, anche se in principio avevo pensato di inserire una narrazione della storia dal punto di vista della figlia Cristina.

Scrivendo non mi riferisco mai direttamente a persone reali: ogni personaggio è un collage di riferimenti a persone diverse, a impressioni che oggi non sarei nemmeno più in grado di ricostruire.

Storia d’amore tra un nonno e suo nipote. Maurizio De Giovanni e la sua “equazione del cuore”

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Quanto le è costato allontanarsi da Napoli, lo scenario abituale di tutti i suoi romanzi?

Lasciare Napoli ha significato abbandonare un’altra delle mie zone di conforto, ma io dovevo ambientare questa storia in un luogo freddo e non accogliente. Napoli ha moltissimi difetti ed è una città difficile, ma è anche un luogo in cui il concetto di privacy è molto astratto: a Napoli è impossibile restare soli, nemmeno le suore di clausura riescono a essere sole come vorrebbero.

In generale, le città di mare come Napoli si oppongono alle città circondate da mura: le prime sono caotiche, sovrapposte, sporche e abbastanza ribollenti, basate sul porto, sull’apertura, sui mercati e sull’accoglienza. Le città con le mura invece nascono per difendersi, raramente sono accoglienti e inclusive. Mi serviva un luogo in cui Massimo avesse delle difficoltà d’ingresso, oltre alle sue personali derivanti dall’essere poco comunicativo. Tutti i personaggi qui soffrono in qualche modo di solitudine e vivono in un mondo freddo, e a me è costato molto parlare di un ambiente così diverso da Napoli.

 

Quanto è importante il personaggio del bambino per raccontare la sua storia?

L’equazione del cuore è fondamentalmente una storia d’amore tra un nonno e un nipote:

io gradirei molto diventare nonno, anche se i miei figli per ora ignorano i miei messaggi subliminali, perché credo che quello tra nonni e nipoti sia un rapporto bellissimo.

Non è mediato né dall’inesperienza, né dalle necessità dell’educazione: può esserci solo amore puro, divertimento, complicità. Se ci pensate, capita di sentire le persone parlare male dei propri genitori, ma dei nonni non parla mai male nessuno. Le persone cambiano quando diventano nonni o nonne.

Raccontare i bambini è sempre molto difficile. L’ho fatto in diversi altri libri, ma inserire l’infanzia in un noir è veramente complicato, perché mettere a rischio un bambino o perderlo del tutto significa rinunciare a ogni speranza nel futuro.

 

Il libro ha un ritmo molto serrato, quasi da romanzo giallo in cui il lettore vuole arrivare in fretta alla soluzione finale, ma poi il finale proposto è completamente aperto e questo spiazza parecchio.

La storia si ferma nel momento in cui Massimo è ancora in bilico tra la sua vita precedente e i possibili sviluppi futuri. Io ho raccontato la sua vita com’è stata fino a quel momento, per cui, in realtà, il finale non è aperto, ma chiude una vita per riaprirne una nuova.

Storia d’amore tra un nonno e suo nipote. Maurizio De Giovanni e la sua “equazione del cuore”

Eravamo curiosi, da lettori, di conoscere le potenzialità di De Giovanni scrittore al di fuori del genere. Però bisogna dire che la struttura è sempre un po’ quella dell’indagine. La matematica diventa uno strumento interpretativo della realtà, così come il professore utilizza la fisica per spiegare determinate cose al nipote. Quanto è importante per lei nella vita la matematica, l’ha aiutata nel lavoro di scrittore? E che rapporto c’è per lei tra matematica e letteratura?

La matematica è sfortunata, perché ci viene proposta in un’età in cui tutti noi siamo insofferenti a quel tipo di studio. Non lascia spazio all’inventiva, perché può essere solo giusta o sbagliata. I ragazzi sono insofferenti dei limiti e del fatto che con la matematica è impossibile arrangiarsi in qualche modo, come capita con altre materie.

Studiandola da adulti, si scopre invece che la matematica è un eroico e umanissimo tentativo di trovare le regole nel caos, di rendere comprensibile il mondo caotico in cui ci muoviamo. I matematici in realtà sono umanisti nel senso più alto, emozionati e sentimentali: credo sia venuto il momento di raccontare certe esperienze.

Forse avrei dovuto far parlare di più Massimo di matematica, ma questo avrebbe rallentato il ritmo della storia.

 

Questo libro avrà un seguito?

Soffro di una psicopatologia forte: i personaggi mi vengono a trovare, soprattutto al mattino presto, e mi indicano la volontà di scrivere delle storie. Massimo per ora è scomparso da questi pensieri e non so se tornerà.

Per me solo le favole finiscono con “e vissero felici e contenti”, ma nessun romanzo termina del tutto, anche se il protagonista scompare, perché il mondo attorno a lui continua a girare. Così penso che siate voi lettori a dover immaginare il seguito di una storia quando non viene scritta.

 

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A differenza di altri suoi personaggi che sono cresciuti nel tempo, attraverso tanti libri, il protagonista di questo romanzo cambia in modo piuttosto repentino. Come ha fatto a creare questo percorso così concentrato in poche pagine?

Il discorso è semplice: accadono degli eventi che cambiano più in fretta le persone. Le perdite non uccidono, ma trasformano, ed è anche il senso dell’equazione di Dirac, secondo la quale due sistemi uniti per un certo periodo, se separati, risentiranno comunque per sempre uno dell’altro. Massimo cambia perché cambiano bruscamente i suoi rapporti con la figlia e con il nipote.

 

Pubblicando un libro così diverso aveva un po’ di paura del giudizio dei lettori?

Enorme, direi. Ero terrorizzato, ma mi dovevo liberare comunque di questa storia che avevo in testa da troppi anni: l’ideale per me sarebbe stato scriverla sotto pseudonimo, ma gli editori non me l’hanno permesso. Temevo soprattutto la delusione da parte dei miei abituali lettori di romanzi neri: si trattava di far accettare loro una storia dove non c’è un crimine, senza Napoli, senza coralità e senza ironia. In tutte le mie serie ci sono personaggi umoristici, sprazzi di ironia e di comicità che qui proprio mancano del tutto.

Oggi, a distanza di due mesi dall’uscita, posso però dire che il romanzo sta andando bene e questo per me è un vero sollievo.

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Per la prima foto, copyright: Vidar Nordli-Mathisen su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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