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SPQR non è solo un’offesa

SPQR non è solo un’offesaRoma è afflitta in tempi recenti da persone ed eventi che ne dilaniano l’immagine, tentando di consolidare l’idea che SPQR sia soltanto l’acronimo di un’offesa a chi vive questa città (Sono Porci Questi Romani). Non dobbiamo dimenticare però che, a dispetto di quanto riporta anche il «New York Times», oltre ai romani incapaci di custodire le bellezze della propria città, pronti a tutto pur di sollevare l’asticella degli euro sottratti alla comunità, ci sono anche romani che questa tumultuosa e disordinata signora, un tempo meraviglia di un Impero, ancora amano e sono pronti a difendere.

Il lettore diffidente non deve credere a me, ma lo invito a passeggiare in una notte umida e rovente di fine luglio per la città e osservare, oltre ai monumenti, anche le persone. Ci saranno quelle nervose e urlanti che strombazzano dall’alto delle loro bighe-fuoristrada o dai loro cavalli-motorini, pronte a falciare il turista incerto che osi rallentare la loro corsa per uscire fuori dalla città, ma ci saranno anche quelle che procederanno lentamente e a piedi, pronte a gioire di un pezzetto della loro città che per una volta non è sotto i riflettori per ruberie e vessazioni, ma per un sapiente lavoro di recupero.

SPQR non è solo un’offesa

Ci riferiamo ai Fori Imperiali, una delle grandi meraviglie artistiche della Capitale, che molte giunte hanno cercato di trasformare in qualcosa in più di una visita secondaria rispetto a quella del vicino Colosseo. Ma girare per rovine di duemila anni fa non è cosa facile a meno di avere una forte immaginazione e possenti nozioni dell’architettura dell’Impero. Senza questi requisiti, si rischia di sentirsi spersi fra mucchi di resti addossati gli uni agli altri, piante di capperi e gramigne varie, un po’ di gatti e tanto, tanto caldo. Si pensa a un bel gelato e si cerca l’uscita più vicina, perdendo un’occasione.

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Qualcosa però è cambiato. Che qualcuno sia andato finalmente a copiare le idee degli inglesi o dei francesi per valorizzare il loro patrimonio (sul podio della top-ten dei musei più visitati al mondo ci sono proprio questi due Paesi) poco importa, ciò che conta è che oggi parte dei Fori Imperiali (Foro di Augusto e Foro di Cesare) è visitabile in notturna con un percorso di luci e ricostruzioni digitali che permette al turista e al romano di comprendere la maestosità e l’arditezza dei templi e delle basiliche che a cominciare da Cesare furono eretti fra il 46 a.C. e il 113 d.C.

SPQR non è solo un’offesa

Ciò che rassicura è che in mezzo a gruppetti di americani, tedeschi, giapponesi e cinesi, avidi di assorbire ogni immagine nei loro smart-phone e speriamo anche ogni informazione su come vivevano i romani duemila anni fa dalle loro cuffie, ci sono anche molti romani, curiosi e soddisfatti nel vedere valorizzato un pezzo della città che, giustamente, sentono anche loro. Nei cinquanta minuti del giro in notturna nel Foro di Cesare, scopriamo come funzionava una banca, cosa si studiava a scuola, come si costruiva un tempio, come ci si comportava in un bagno pubblico e cosa voleva dire riuscire a entrare nel Senato di Roma.

Creato proprio da Cesare, poi saccheggiato, bruciato e ferito dalla storia, ma ancora lì a ricordare che SPQR non è solo un’offesa ma anche un’idea che ci piaccia o meno è stata la base di tutte le strutture sociali e politiche dell’Europa Occidentale (e non solo). SPQR sta per Senatus Popolusque Romanus (Il Senato e il Popolo Romano) ed è con quel popolo che sollevava gli occhi alle colonne illuminate, convinto che si possa ancora fare qualcosa di buono per questa città, che io mi schiero. A quel popolo i politici romani dovrebbero guardare. È più vasto di quello che credete.

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