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Servono scuole di comportamento per i politici. Intervista a Luciano Violante

Servono scuole di comportamento per i politici. Intervista a Luciano ViolanteInsegna Creonte (Il Mulino, 202l) è l’ultimo saggio di Luciano Violante, protagonista per molti anni della politica italiana come Presidente della Camera, Presidente della Commissione Antimafia e capogruppo del suo partito (allora Democratici di Sinistra, oggi Partito Democratico) alla camera prima di ritirarsi nel 2008.

Partendo da una lettura dell’Antigone, una delle più belle tragedie di Sofocle, Violante analizza temi importanti della politica, soffermandosi soprattutto sugli errori più comuni che possono essere commessi in quest’ambito e che rischiano di determinare il fallimento di un personaggio politico, proprio come accade a Creonte, il re di Tebe che in nome di un’interpretazione discutibile della legge e della giustizia si oppone alla nipote Antigone, con esiti disastrosi per tutti.

Cosa può insegnare l’Antigone ai lettori del ventunesimo secolo? E cosa possono imparare dal passato i politici dell’ultima generazione? Ne parliamo in quest’intervista con Luciano Violante.

 

Con Insegna Creonte lei torna a parlarci del presente attraverso il protagonista di una tragedia greca, come già aveva fatto poco tempo fa nel saggio Giustizia e mito scritto insieme a Marta Cartabia. Perché tornare oggi alle tragedie greche?

Resto sempre meravigliato per come da Atene, una sola città che non era neanche una città di mare, sia venuto così tanto: Euripide, Socrate, Platone, Aristotele, Pericle… Cosa ha portato il piccolo mondo ateniese a essere la fonte prima della cultura occidentale? Scavare nelle tragedie, almeno quelle che noi conosciamo, e cercare di capire il loro carattere universale mi incuriosisce molto. In particolare, l’Antigone m’interessa perché rappresenta non lo scontro tra il tiranno e la ribelle, ma tra chi deve governare una città e chi si ribella alle leggi della città.

Ci sono stati due fratelli, di cui uno ha tradito la città e l’altro l’ha difesa; non possono avere lo stesso destino perché chi ha tradito non può essere equiparato a chi l’ha salvata. Creonte ribadisce questo concetto ma di fronte alle leggi laiche della città c’è il principio religioso di Antigone, fondato non sulla ragione ma sul sentimento, e il conflitto tra principio laico che parla alla ragione e sentimento religioso che parla all’anima è molto interessante. Ne ho approfittato per raccontare gli errori della politica, perché Creonte ha ragione ma si comporta male: apre il conflitto con Antigone senza sapere come chiuderlo, manifesta arroganza, sottovaluta la forza dell’altra che prima era isolata e poi sposta tutta la città dalla propria parte. Ho cercato di cogliere anche alcuni paralleli con storie più moderne e contemporanee.

 

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Lei è uscito dal parlamento nel 2008, con l’idea di favorire quel ricambio generazionale che o non c’è stato, visto che in parlamento siedono ancora molti politici della sua generazione, oppure c’è stato in modo del tutto inadeguato, considerando l’evidente impreparazione di una buona parte delle nuove leve presenti alla Camera e al Senato. Chi è, secondo lei, il maggior responsabile di questa impreparazione?

Più della metà degli attuali deputati ha votato per la prima volta dopo la caduta del muro di Berlino, nel 1989. Nel periodo dal 1989 al 1994 chi aveva diciotto anni si è trovato di fronte al disordine internazionale, perché sono venuti a mancare i criteri di regolazione della geopolitica – la guerra fredda era una forma di regolazione – poi Tangentopoli, la liquefazione dei partiti, le stragi di Capaci e di via D’Amelio, Berlusconi con il suo comportamento lacerante rispetto al passato, la necessità di fare un’amnistia per Tangentopoli che fa franare il governo Berlusconi, poi un governo tecnico… Questi giovani non hanno avuto padri perché i partiti in quegli anni si sono suicidati senza lasciare testamento, senza trasmettere valori e visioni del mondo, lasciando non eredi ma semplici successori.

La mia generazione, invece, aveva avuto dei padri, e i padri sono necessari: trasmettono comportamenti, valori. Si rimpiangono le scuole di partito, che però insegnavano soprattutto nozioni Noi abbiamo imparato da chi c’era prima i valori e i comportamenti. Molti parlamentari attuali hanno anche imparato con una certa rapidità, ma come dei chirurghi alle prime armi, costretti a imparare operando direttamente, hanno ucciso qualcuno senza volerlo.

Non addebito quindi grandi colpe a questa generazione.

Servono scuole di comportamento per i politici. Intervista a Luciano Violante

Visti i livelli culturali attuali di molti parlamentari, che purtroppo finiscono spesso sbeffeggiati sui social, sarebbe forse auspicabile una maggiore selezione di chi intende candidarsi alla vita politica, anche senza arrivare alle vecchie scuole di partito?

Per me servono scuole di comportamento, perché mancano comportamenti adeguati. Di fronte a leader volgari, un paese si scopre volgare, così come con un leader razzista diventa razzista. Un leader influenza molto i comportamenti dei cittadini. La classe dirigente ha una responsabilità non tanto in quello che fa o in quello che dice, ma per come si comporta di fronte agli elettori e agli avversari.

Oggi bisogna ricostituire i setacci, i passaggi filtranti, quelli che fanno capire se sei adatto a un certo impegno: il lavoro a livello locale, lo studio, la disciplina politica. Bisogna ricostruire strutture adeguate

Chi è in Parlamento ha delle responsabilità: se tu non rispetti il luogo dove stai, la società poi non rispetta né te, né le istituzioni.

 

Come scrive In Insegna Creonte, secondo lei sono tre gli errori più gravi che possono essere commessi da un politico: aprire conflitti che non si è in grado di gestire, sopravvalutarsi ed essere arroganti. Questi tre errori sembrano appartenere ai politici attuali in modo maggiore rispetto a quelli della generazione precedente, oppure è solo un’impressione da parte di chi assiste al dibattito politico dall’esterno?

La politica è fatta di scelte e quindi si può anche sbagliare. Questa politica attuale si è trovata di fronte a scelte particolarmente drammatiche – pensiamo solo alla pandemia, al debito pubblico, al doversi inventare come nuova classe dirigente – ma non avendo una formazione alle spalle. Da questo punto di vista la mia generazione è stata più fortunata.

 

Non tutti i politici possono essere grandi statisti e fare delle scelte impegnative per il futuro del paese anziché limitarsi a gestire il presente, ma oggi sembra proprio che in Italia gli statisti manchino del tutto, e che la classe politica sia prigioniera di una visione molto ristretta dei problemi e del modo per risolverli, senza una vera progettualità. È così?

Io vedo questo non solo in Italia ma in tutto il mondo occidentale. In Europa francamente, a parte la Merkel non vedo nessun vero statista e gli Stati Uniti sono appena usciti da un’esperienza disastrosa; non vorrei condannare il mio paese chiudendo gli occhi quando guardo gli altri. In tutto il mondo occidentale stiamo verificando la crisi dell’illuminismo, la crisi della ragione come criterio ordinatore del reale, perché le forze democratiche in tutto l’occidente dopo la fine del bipolarismo non si sono più curate della democrazia. La democrazia invece va curata giorno dopo giorno, con i comportamenti, con i risultati, con il lessico

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Manca forse, in questa classe politica, la consapevolezza di rivestire un ruolo importante?

Magari la consapevolezza di avere un ruolo importante c’è: manca quella di assumere un ruolo che deve far crescere la comunità. Siamo scivolati dal principio di rappresentanza al principio di somiglianza. In passato il politico era un rappresentante, colui che diceva al cittadino “io rappresento i tuoi sogni, le tue istanze, le tue necessità e cerco di rispondere alle tue domande”. Adesso abbiamo politici che dicono “io vi somiglio, sono come voi, mi metto a ballare in costume sulla spiaggia come voi” e quindi si nasconde il dovere della rappresentanza sotto l’alibi della somiglianza.

Ma cosa vuol dire “sono come voi?” Il cittadino comune ha una libertà che il politico non può avere: la rappresentanza implica dei limiti. E la rappresentanza impone il dovere dello studio e della conoscenza. Siamo slittati verso tentativi di democrazia diretta senza rappresentanza: uno vale uno è diventato zero vale zero, perché se abbattiamo il potere della conoscenza rimane solo lo zero.

 

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Lei scrive «La sottovalutazione è diffusa nella storia e nella politica perché il potere ha orrore delle verità che lo contraddicono» Ma in questo momento particolare, non abbiamo un po’ tutti paura della verità, a partire per esempio da chi nega la pandemia o da chi finge di ignorarla per non doverla affrontare?

La verità, per affermarsi, deve essere raccontata, spiegata, e deve essere difesa, altrimenti si dà spazio a forme di contestazione, a una libertà che diventa anarchia e liberazione dalle regole. La verità richiede senso del dovere. 

In questo paese c’è comunque ancora una grande forza morale: basta vedere quanti medici e infermieri si sono presentati all’appello per fronteggiare la pandemia, e quanti sono morti per questo. Oppure pensare agli insegnanti che si sono dovuti adattare molto in fretta alla didattica a distanza. E non tutti i politici sono inadeguati; bisogna smettere con l’autodenigrazione, valorizzare e risvegliare le riserve morali del nostro paese.


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Per la prima foto, copyright: Element5 Digital su Unsplash.

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