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Sedici scrittori contemporanei ci raccontano l’amore

Sedici scrittori contemporanei ci raccontano l’amoreSedici scrittori contemporanei insieme in un’unica raccolta per raccontarci cos’è l’amore? Un libro che sarebbe senz’altro un regalo adatto per oggi, giornata di San Valentino, in cui tutti gli innamorati dovrebbero festeggiare. Farlo con la letteratura non sarebbe certo una cattiva idea.

Ci ha pensato Giorgio Nisini che ha chiamato a collaborare altri 15 scrittori (tra gli altri Fulvio Abbate, Errico Buonanno, Giuseppe Culicchia, Chiara Gamberale, Franco Limardi, Aldo Nove  e Simona Sparaco), conosciuti in occasione del festival Caffeina Cultura.

Insieme hanno deciso di raccontare l’amore e la passione, declinandoli secondo varie sfumature, dall’amore di coppia all’incontro tra sconosciuti, da una relazione duratura alla clandestinità di un rapporto rubato, dalla passione assoluta di una madonna per i propri fedeli all’amore malato di una figlia per i propri genitori, dalla menzogna che permette all'amore di sbocciare (e di cui non si ha il coraggio di fare a meno) alla verità sferzante della solitudine che può anche essere amore per sé stessi.

L’antologia, edita da Longanesi con l’eloquente titolo Un bacio in bocca, si nutre delle pulsazioni soggettive di un sentimento che, nel bene e nel male, ci riguarda tutti perché, come già ci ha ricordato Dante, «amor ch'a nullo amato amar perdona».

Qui di seguito pubblichiamo estratti di alcuni racconti; passi da cui si deducono le molteplicità di punti di vista sull’amore che questi racconti offrono.

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Ti rubo la vita di Giuseppe Conte

Sedici scrittori contemporanei ci raccontano l’amore

A un certo momento, Samuel chiese a Katherine se avesse sete, e alla sua ovvia risposta affermativa, considerato quanto aveva parlato e mangiato, andò lui stesso al banco del bar, dall’altra parte della portineria, a prenderle un bicchiere di acqua minerale frizzante. Samuel preferì mettere in bocca una caramella alla menta: e stette a guardarla soddisfatto mentre beveva avidamente.

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Cose che hanno a che vedere con la luce di Giorgio Nisini

Sedici scrittori contemporanei ci raccontano l’amore

Mi sono accorto di lei per caso, mentre passavo davanti alla vetrina del suo negozio. In un primo momento non l’ho notata. Era un corpo tra tanti altri corpi, una figura anonima priva di particolari evidenze. Poi, non so neanche l’attimo, forse mentre tornavo in hotel, a pranzo, o forse in un’altra ora del giorno, tra una pausa e l’altra, costretto a girovagare per la città senza programmi e mete, ho incrociato il suo sguardo. L’incontro è stato rapido, quasi insignificante. Lei era lì, sulla soglia, con i capelli raccolti da un fermaglio e l’espressione un po’ malinconica. Quando ha fissato i miei occhi ha sorriso, e lo ha fatto con un gesto esatto e naturale, senza formalismi, carico di quella necessità che a volte, d’istinto, solo per un’affinità di movimenti o di espressioni, ci fa sentire in sintonia con una persona sconosciuta. Ho ricambiato il sorriso in modo impacciato e burbero. Il mio passo veloce deve avermi fatto apparire fin troppo sfuggente. Mi sono visto dall’esterno, subito dopo, attraverso il vetro a specchio di una pasticceria, e l’impressione è stata quella di non essere abbastanza interessante per piacere a una donna così giovane. Mi sono sentito inadeguato, con gli occhi cupi, le spalle troppo sbilanciate in avanti. Mi ha colpito il senso di estraneità verso me stesso, l’essere come dentro una fotografia rivista ad anni di distanza.

Ho avuto paura a voltarmi. Temevo di farmi sorprendere senza difese, nudo, in un territorio non mio.

Per il resto della settimana ho pensato più volte a lei.

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Tra due cieli di Sergio Claudio Perroni

Sedici scrittori contemporanei ci raccontano l’amore

La figlia

La vita in quel mondo scorreva lo stesso.

Scorreva come fa il fiume, incurante di ciò che lo intralcia:

albero o masso o diga che sia,

se non lo travolge lo aggira,

se non lo sommerge lo scavalca,

e sempre, comunque, gli sopravvive,

forte della spinta perenne che ha alle spalle,

attratto dalla meta incessante che ha di fronte.

Scorreva dunque la vita. Scorreva intorno ai crucchi,

sordi nella loro lingua da lupi e ottusi come dighe

di carne ignare di correnti. Scorreva intorno agli

ultimi fascisti, scorze d’uomo in secca sul sangue

versato, relitti a metà guado tra fuga e vendetta. Scorreva clandestina nei gorghi di rivolta, scorreva manifesta negli argini dell’animo.

Più lenta, più accorta, con la costante nebbia di quell’orizzonte precluso,

ma scorreva perfino più impetuosa la voglia di vivere,

di provare la gioia, il sorriso, la carne, l’amore;

di farsi madre come si fece mia madre,

di farsi padre come – per un istante – si fece mio padre.

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Che dice la mezzanotte, Pauline? di Giuseppe Aloe

Sedici scrittori contemporanei ci raccontano l’amore

Dietro al bancone una ragazza bionda si dava da fare. Infornava caffè nella macchina automatica, si girava a prendere ordini, vistava gli scontrini. Al suo fianco gravitava un ragazzo alto, dai lineamenti stranamente orientali, non del tutto orientali, ma con qualche cenno di Sollevante, che sorrideva e prendeva anche lui le ordinazioni. Sembravano una coppia affiatata. Riuscivano a districarsi in quel retro di bancone, che, da dove ero io, potevo indovinare abbastanza angusto. Ogni tanto si lanciavano un cenno d’intesa. Stanno facendo un gran lavoro, pensavo, e poi riprendevo a guardare il temporale che inondava le stradine di quella città medievale. Mi avvicinai al bancone e ordinai un caffè. La ragazza mi diede uno sguardo veloce e prese a manovrare con la macchina. Portava i capelli legati con una certa incuria e aveva spalle confortanti. Stava smettendo di piovere e la folla nel locale diradava. Bevvi il caffè e ringraziai. Aveva il sapore di un pomeriggio inoltrato. Misi la sigaretta fra le labbra e m’incamminai verso l’uscita. Ero già fuori quando mi girai e la salutai sventolando la mano e lei rispose senza sorridere.

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Amaranta di Valentina D’Urbano

Sedici scrittori contemporanei ci raccontano l’amore

Aveva trascorso una bella serata. Nel pomeriggio aveva incontrato Barbara al ristorante Ortensia, quello sulla statale, dove andavano i camionisti, quello che c’aveva pure le stanze in affitto sopra al locale. Un posto caruccio, si mangiava bene, i letti erano comodi e nessuno faceva domande. Lui e Barbara si erano incontrati sullo spiazzo, incrociando le macchine. Lei era scesa per prima, le scarpe da ginnastica consumate, i capelli legati e una camicia estiva della taglia sbagliata, le arrivava quasi alle ginocchia. Nessuno mai si sarebbe immaginato che quella tizia sciatta si stesse preparando a un incontro clandestino con l’amante. A guardarla bene, sembrava solo una che si è smarrita per strada di ritorno da una scampagnata nei boschi.

Solo Andrea sapeva che sotto quegli stracci sformati che si metteva tutte le volte che si incontravano, Barbara aveva indossato le autoreggenti, il reggiseno push up a sorreggerle le tette che, a quarantacinque anni, cominciavano a risentire della forza di gravità, e le mutande di pizzo. Si era guardata intorno, sbirciando di traverso le poche auto parcheggiate, poi gli aveva rivolto un cenno. Via libera, scendi. Erano entrati da Ortensia insieme, avevano affittato una stanza per tre ore.

A vedere quei due che avevano almeno quindici anni di differenza e parevano madre e figlio, la signorina al bancone non aveva battuto ciglio, non aveva nemmeno chiesto i documenti, si era limitata a incassare i soldi di Andrea e a consegnargli le chiavi della camera. Quando si era fatta l’ora di liberare la stanza, erano scesi al ristorante, avevano cenato con un piatto di pasta e due bottiglie di vino. S’erano lasciati con un bacio sulla guancia e poi ognuno per la sua strada. Già l’indomani avrebbero ripreso a salutarsi con cordiale distacco quando lei passava davanti alla guardiola del portiere.

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Portatemi in trionfo! di Romana Petri

Sedici scrittori contemporanei ci raccontano l’amore

Qualcuno lo potrebbe dire mai che c’è chi può guardarti il cuore? Lo posso dire io, è una vanità leggera, che non fa male. È lusinga mia. Questo mi piace pensare mentre quel cuore mio se ne va per le salite e le discese tutto incoronato d’oro in un mese che appartiene ancora all’estate ma qui da noi già è un’altra cosa. Soprattutto verso sera, qui da noi, a tutte le stagioni viene la mattana di imitare un po’ l’inverno. Allora dico: «Che il mio cuore sia con tutti voi veterbesi miei belli».

Ci sto sempre col cuore nella mia città, ma una volta all’anno me ne scendo tutta, raggiungo il cuore mio di spirito e di corpo. Sì, anche col corpo, ma il mio è leggerissimo soave, può pesare come una goccia di rugiada, una piuma di piccione che scodinzola nell’aria. Può pesare pure meno, un peso suo fatto di fiato, un alito senza la temperatura.

[…]

E quasi urlo, quasi mi viene su come a strozzarsi arrochito in gola questo grido di vita che mi fa perdere il controllo della santità. Ogni anno così finisce, nel grandissimo furore contagioso, con la carnevalata che trascina, con certi ritrovamenti che solo a premerla con le mani... Solo a premerla con le mani, questa carne mia di statua si riprende i colori freschi e umani, pure il tepore. E questo grido tanto trattenuto, questo grido di passione, si ferma a mezza strada come una carica infiacchita dall’essere stata ferma troppo a lungo. Sento il saliscendi della lingua che ancora non ha ritrovato il suo posto nella bocca. Questo mi succede quando per poco tempo all’anno m’e ` concesso di rimettermi dentro tutti gli organi vivi che se ne vanno a cercare il loro antico posto come avvampati, virgole di fuoco pazze e cieche che cercano la strada. Nell’esofago mi sta ora la lingua senza la pronuncia, tutta in gorgoglio, come canto di rospo.

***

Rinascimento di Annarita Briganti

Sedici scrittori contemporanei ci raccontano l’amore

Credi che sia notte. Tu e Giorgio avete cenato in un finto chalet sotto il tuo nuovo monolocale, un posto dove ti conoscono, in una zona in cui sono più tolleranti di Pigalle, a due passi dal tuo nido, in cui rifugiarti se le cose si fossero messe male. Ma non sei mai stata una grande stratega e dev’essere accaduto qualche imprevisto se adesso non sai neanche dove ti trovi, non riesci a grattarti il naso, sei legata o i movimenti sono rallentati. Per colpa tua, hai bevuto troppo, o sua? E lui, dove cazzo sta? Mai fare piani (lezione numero due).

Eppure, hai sempre cercato l’amore e per un po’ ce l’hai anche fatta. Vivevi le relazioni con una fedeltà che non avrebbe avuto neanche un cane. Poi succedeva qualcosa. Jean si portava nel talamo la Play Station, anche se all’epoca della vostra frequentazione aveva quarant’anni. Robi spariva e riappariva con un’assenza di criterio talmente smaccata da farti passare la voglia. Andrea, non ne parliamo: non gli andava bene niente. Pesavi troppo o troppo poco, il vestito era troppo sobrio o si vedevano le tette. Faceva una scenata perfino per lo smalto sbrecciato. Prendetevi l’apparenza, ma anche il senso. In alcuni rapporti è come camminare sulle uova. Qualunque cosa fai sbagli, ti condanni, ti sporchi, perdi la tua identità. E a un certo punto smetti di consumare, sparisce pure il petting in pigiama davanti alla televisione. Tu però, senza il contatto fisico, non ci puoi stare. Sei una bulimica di corpi, esci dai confini, punti all’abisso, fermandoti sempre un attimo prima.

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Le gazze non fumano di Lorenzo Marone

Sedici scrittori contemporanei ci raccontano l’amore

La più grande bugia di sempre l’ho detta a mia moglie appena conosciuti. Lei era seduta al tavolino di fianco al mio, in un bar all’aperto nei dintorni dell’università, e sorseggiava con delicatezza un caffè mentre sottolineava delle pagine fotocopiate. Non notarla era impossibile: indossava un cappello a bombetta viola, una giacca nera da uomo che le cadeva su un jeans attillato, e ai piedi calzava gli anfibi. Aveva il naso all’insù, un rossetto rosa alle labbra, e se ne stava lì, senza sollevare il capo dal libro, con l’evidenziatore giallo in mano e la testa piegata da un lato, a seguire le linee tracciate dalla mano destra.

[….]

L’attimo dopo ero seduto al tavolo di quella che sarebbe stata la mia futura moglie, a bere un caffè e disquisire di questa mia grande passione verso le scatoline di fiammiferi, mentre mi rigiravo la sua fra le mani. Ci rivedemmo la sera stessa e lei si presentò con tre scatoline che mi porse con un sorriso inebriante mentre diceva: «Ho pensato che ti sarebbero piaciute!»

Avrei mai potuto dirle che a me, in realtà, delle scatoline di fiammiferi importava una ceppa? Non potevo, e non lo feci. Dopo qualche mese mi invitò a conoscere la famiglia e il padre, dopocena, mi portò nel suo studio. «Da quando Margherita mi ha parlato della tua passione», esordì, «non li butto più» e mi riverso ` fra le mani congiunte circa quaranta scatolette vuote di fiammiferi.

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