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"Se ti abbraccio non aver paura" di Fulvio Ervas

Se ti abbraccio non aver pauraSarà capitato di sentire, vedere o leggere qualcosa che avesse a che fare con questo libro. E se non vi è successo, beh, sta succedendo ora. C'è stata una forte pubblicità e una forte spinta mediatica su questo libro. Abbiamo visto il padre alle Invasioni barbariche, lo abbiamo ascoltato a Deejay chiama Italia e ci ha commosso mentre ci raccontava di questo enorme viaggio che ha fatto con suo figlio Andrea, un ragazzo autistico, attraversando buona parte del nord America e poi giù fino al Brasile, passando per Messico e Guatemala. Le foto di questa impresa sono facilmente reperibili su Facebook o su qualunque motore di ricerca e andrebbero analizzate una ad una con il racconto in mano. Questo libro "on the road" è stato il frutto di più incontri: il padre con il figlio, il figlio con il viaggio, il padre con lo scrittore, lo scrittore con la storia.

Il risultato è molto emotivo. Nel senso più buono che si possa intendere, perché ciò che ci viene raccontato è il resoconto delle emozioni (anche se a posteriori e rielaborate da un filtro accattivante) che sono scaturite dal contatto con gente straniera e mondi illusori che prendevano forma. Questo lo dico senza il buonismo della gente comune e mediocre che, abituata a tanta nullità che pervade l'etere intorno a noi, rimane folgorata da tanta passione e tanto amore che il padre mostra per il figlio, andando contro pronostici e previsioni dei dottori che sconsigliano fin da subito un'esperienza del genere.

Parlo con cognizione di causa, perché da quando ho memoria critica ho sempre avuto a che fare con ragazzi con disagi psichici o fisici e sopratutto con l'autismo (anche se in forme leggermente più verbali e meno chiuse dell'esempio portatoci sulle pagine da Ervas). In un'intervista il padre dice che bisogna anche parlare di quello che è veramente l'autismo, che non è un viaggio favoloso in terre lontane, è disagio, è incomprensione, è difficoltà, è non avere controllo delle proprie azioni perché tutto sembra naturale, eterni sillogismi che continuano ad inceppare la realtà.

Se dovessi parlare solo del libro direi che è molto scorrevole e facilmente leggibile. Andavo così veloce nella lettura che mi sono perso molti dei titoli di capitolo che si susseguono nel libro: non mi fermavo a leggerli perché venivo trascinato nella nuova situazione che mi veniva proposta. Ero curioso di sapere cosa sarebbe successo, quali persone avrebbero incontrato questi due avventurieri e quali divertenti o profonde emozioni avrebbero scatenato nel mondo sconosciuto che li circondava.

È scritto bene, non c'è che dire: non per un particolare stile o per uno studio sui personaggi, ma perché tutto il libro si basa sulle domande del padre, che ci gettano direttamente nelle loro vite. Per la serie “dulcis in fundo” la cosa che non ho saputo decifrare di questo viaggio è la storia d'amore di Andrea con una ragazza. Prima di tutto perché “storia d'amore” è una pantomima che appioppiamo noi a qualcosa che non può essere confinata in tre semplici parole usate perlopiù a sproposito e in seconda battuta perché non so affrontare una cosa del genere, nemmeno se la leggo in un libro. È una cosa molto forte che mi ha lasciato dubbi e mi ha piacevolmente sconvolto. Non sto dicendo che è un evento impossibile, sto sottolineando la difficoltà del padre che trasuda dalle parole che narrano di quell'episodio e la mia difficoltà nel provare ad immaginare cosa sarebbe meglio per Andrea. E questo perché siamo egocentrici, anche nelle buone intenzioni.

Sicuramente il caso che il libro ha sollevato ha attirato le giuste luci su questa malattia, ha portato a conoscenza di molti l'associazione fondata dal padre di Andrea, I bambini delle fate. Non dico che questo libro possa far breccia in qualsiasi persona. Dico solo che lo ha fatto con me e invito chiunque abbia mai avuto esperienze con familiari o persone che hanno una qualche forma di disabilità a leggere le prime pagine. Capirete subito se è il libro che fa per voi.

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