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Scrittori da (ri)scoprire – Manlio Cancogni

Scrittori da (ri)scoprire – Manlio CancogniDi Manlio Cancogni (Bologna, 1916 – Marina di Pietrasanta, 2015) colpisce per prima cosa la longevità, sia personale per aver vissuto novantanove anni, sia letteraria, perché non è facile trovare uno scrittore che abbia pubblicato libri lungo un arco temporale di circa settant’anni.

Originario della Versilia, Cancogni nasce per caso a Bologna, dove i genitori si erano trasferiti temporaneamente allo scoppio della Prima guerra mondiale. Studia a Roma, dove frequenta il liceo e prende due lauree, prima in legge e poi in filosofia: negli anni universitari conosce e frequenta molti scrittori della sua generazione, in particolare Carlo Cassola, che sarà suo grande amico per tutta la vita, Carlo Levi, Eugenio Montale, Vasco Pratolini.

Dopo la laurea insegna per un paio d’anni e nel 1942 inizia a pubblicare i primi racconti, ma poi viene chiamato alle armi e va a combattere in Grecia e in Albania: le esperienze vissute al fronte torneranno spesso nella sua produzione letteraria.

Finita la guerra, Cancogni si stabilisce a Firenze e inizia quella che sarà una lunga e intensa carriera giornalistica presso diversi quotidiani e settimanali nazionali, che negli anni Cinquanta lo porta a trasferirsi a Milano.

 

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Scrittori da (ri)scoprire – Manlio Cancogni

Collaboratore di punta de «L’Espresso», firma alcune celebri inchieste, tra cui una nel 1956 sugli scandali edilizi romani, per la quale conia il memorabile titolo Capitale corrotta=Nazione infetta, divenuto presto un motto e citato di frequente anche in tempi recenti. Parallelamente alla carriera da giornalista, però, Cancogni si dedica alla narrativa, in cui aveva esordito nel 1942 con Delitto sullo scoglio, un romanzo ispirato alle sue esperienze di guerra, alternando ai romanzi opere di saggistica storica: La carriera di Pimlico (1956), L’odontotecnico (1957) Storia dello squadrismo (1959), Una parigina (1960), Parlami, dimmi qualcosa (1962). Il primo successo importante arriva nel 1965 con La linea del Tomori, ancora un romanzo di guerra, che è finalista allo Strega. Seguono ancora saggi e altri romanzi, tra cui Azorin e Mirò (1968), storia di due pittori spagnoli che celebra in realtà l’amicizia tra Cancogni e Cassola, Il ritorno (1971) che è finalista al Campiello, fino alla vittoria piena allo Strega nel 1973 con Allegri, gioventù.

 

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Alla fine degli anni Sessanta lo scrittore viene invitato a insegnare letteratura italiana all’università di Northampton, nel Massachusetts, e da quel momento la sua vita si divide tra gli Stati Uniti e Marina di Pietrasanta, nell’amata Versilia, dove torna a trascorrere le vacanze ogni anno. Diviso tra l’insegnamento e l’attività di giornalista e saggista, per molto tempo Cancogni sembra aver messo da parte la narrativa, ma dietro incoraggiamento dell’editore Fazi alle soglie del nuovo millennio torna a pubblicare un romanzo, Lettere a Manhattan (1997), seguito da Matelda. Racconto di un amore (1998), una straordinaria storia della poesia italiana attraverso le passioni personali dell’autore, e Il mister (2000), una storia di calcio negli anni del fascismo.

Scrittori da (ri)scoprire – Manlio Cancogni

 

Molto particolare è Gli scervellati (2003) che racconta gli anni della Seconda guerra mondiale e soprattutto della Resistenza come sono stati vissuti dagli scrittori con cui Cancogni era in contatto in quel periodo. ma sono veramente tanti i titoli, sia di narrativa, sia di saggistica, che lo scrittore continua a pubblicare fino alla morte, avvenuta a Marina di Pietrasanta poco dopo aver compiuto novantanove anni.

Dopo essere stato una pietra miliare nella storia del giornalismo d’inchiesta italiano, Cancogni ha raccontato nei suoi romanzi e nei suoi saggi buona parte dei momenti salienti del Ventesimo secolo, di cui grazie alla sua longevità è stato fino alla fine un testimone attento, spesso ironico ma sempre lucidissimo, la cui lettura rimane fondamentale ancora oggi.

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