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Scrittori da (ri)scoprire – Domenico Rea

Scrittori da (ri)scoprire – Domenico ReaDomenico Rea (Napoli, 1921 – Napoli, 1994) è un altro grande esponente della napoletanità letteraria. Terzo figlio di un ex carabiniere e di una levatrice, nasce a Napoli ma trascorre l’infanzia a Nocera Inferiore, luogo d’origine del padre, dove interrompe gli studi dopo i tre anni di avviamento professionale successivi alle elementari, nonostante gli insegnanti avessero consigliato ai genitori di mandarlo al ginnasio e quindi al liceo.

Vivace e curioso, si appassiona comunque alla lettura e inizia presto a riempire quaderni di riflessioni personali, poesie e bozzetti. Viene incoraggiato a scrivere da alcuni intellettuali di Nocera e a partire dal 1941 collabora a qualche giornale locale. Due anni dopo fa amicizia con Michele Prisco, la cui famiglia era sfollata a Nocera, e dopo l’armistizio scrive per «Libertà», organo della sezione salernitana del Fronte Nazionale di Liberazione, iscrivendosi anche al PCI. Alla fine del 1945 decide di tentare la fortuna a Milano, dove viene ospitato dallo scultore Giacomo Manzù e frequenta un cenacolo di intellettuali animato da Aligi Sassu e Salvatore Quasimodo.

 

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Incontra anche Alberto Mondadori, che gli fa firmare un contratto per una raccolta di racconti ancora da scrivere, da pubblicarsi sotto il titoloSpaccanapoli. Il libro esce nel 1947, dopo che Rea è tornato a vivere per qualche tempo a Nocera, diplomandosi alle scuole magistrali con l’intenzione di iscriversi all’università, progetto che però abbandona presto: deluso dalle scarse vendite del libro, che pure piace ai critici e racconta una personale visione del Sud attraverso l’immaginario paese di Nofi, Rea decide di emigrare in Brasile, da cui però torna in Italia dopo pochi mesi stabilendosi definitivamente a Napoli.

Pubblica la commedia Le formicole rosse (1948) e due anni dopo un secondo volume di racconti, Gesù fate luce (1950), che arriva secondo in un’agguerrita finale del Premio Strega vinta da Corrado Alvaro, superando gli altri concorrenti Alberto Moravia, Carlo Levi e Mario Soldati, ma poi vince il Premio Viareggio.

Scrittori da (ri)scoprire – Domenico Rea

Nel 1953 esce Ritratto di maggio, un racconto lungo sui tempi delle scuole elementari che viene definito “l’anti-Cuore”. Nello stesso anno, mentre si sta godendo i frutti del successo e moltiplica le collaborazioni a giornali e riviste, Rea rimane sgradevolmente colpito dall’uscita de Il mare non bagna Napoli, in cui Anna Maria Ortese, in un capitolo che descrive in toni impietosi i letterati napoletani, lo descrive come un narcisista e lo accusa persino di picchiare la moglie.

Dopo i racconti di Quel che vide Cummeo (1955), a cui unisce il saggio Le due Napoli che considera il proprio manifesto letterario, Rea lascia il PCI a seguito dell’invasione dell’Ungheria e accontenta finalmente l’editore Mondadori, che da tempo lo sollecitava a scrivere un romanzo: Una vampata di rossore (1959) racconta la malattia e la morte della madre, ma non ottiene il successo sperato. Alla delusione si aggiunge la tragica esperienza di un incidente d’auto in cui Rea, dopo aver investito e ucciso un pedone, scappa in preda al panico. Viene quindi arrestato, trascorre un breve periodo in carcere e in seguito verrà condannato a pagare un forte risarcimento alla famiglia della vittima.

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Questi due eventi scatenano una crisi: per diversi anni lo scrittore si apparta, limitandosi alle collaborazioni giornalistiche. Rimane del resto estraneo alla fioritura delle avanguardie letterarie dei primi anni Sessanta, limitandosi a curare l’edizione definitiva dei suoi Racconti (1965), la raccolta di scritti brevi Diario Napoletano (1971) e quella di saggi Fate bene alle anime del Purgatorio (1973) mentre lavora per la RAI di Napoli e scrive recensioni teatrali e reportage di viaggi per il quotidiano «Il Mattino».

Solo nel 1985 torna a pubblicare, con la raccolta di prose narrative Il fondaco nudo, a cui fa seguito, dopo un altro lungo intervallo, il suo secondo e più fortunato romanzo, Ninfa plebea (1992), storia di una ragazza di provincia narrata in un tono favolistico, che riporta al mondo di Nofi dei primi racconti: vincitore del Premio Strega, ottiene un largo successo di critica e di pubblico, ma Domenico Rea muore al principio del 1994 per un ictus, senza poter vedere il film omonimo che Lina Wertmüller ricaverà dal romanzo due anni dopo.

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