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Scrittori da riscoprire – Davide Lajolo

Scrittori da riscoprire – Davide LajoloDavide Lajolo (Vinchio, 1912 – Milano, 1984) è stato prima di tutto un giornalista, ma ha scritto anche alcuni romanzi autobiografici che vanno ad arricchire il panorama della ricca letteratura della Resistenza.

Quartogenito di una coppia di contadini, Lajolo nasce a Vinchio, un paesino dell’Astigiano dove i genitori coltivano vigne, i cui raccolti non sono però sempre sufficienti a mantenere in tranquillità una famiglia di sei persone.

Il paese è piccolo e la scuola si ferma alla terza elementare, anche perché agli abitanti non interessa molto studiare, dal momento che vengono mandati subito a lavorare nei campi. Per Davide, però, che sembra portato per gli studi i genitori fanno un’eccezione e decidono, con grande sacrificio, di mandarlo a studiare in collegio, sebbene il ragazzino mal sopporti la lontananza dalla famiglia e arrivi a tentare più volte la fuga. Cambia almeno tre collegi, ma è un ottimo studente e alla fine si diploma al liceo classico di Alessandria, dove entra in contatto con la Gioventù Universitaria Fascista (GUF).

 

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Consapevole degli sforzi fatti dai genitori per farlo studiare, Lajolo aderisce con convinzione al fascismo, sperando in un miglioramento delle condizioni sociali delle classi più povere. Per rendersi indipendente si arruola nell’esercito e nel 1936 parte per la guerra di Spagna. Scrive delle corrispondenze dal fronte per alcuni giornali e nel 1938, al ritorno in Italia, diventa direttore del settimanale della GUF di Ancona, e collaboratore del «Corriere Adriatico».

Nel 1939 pubblica il suo primo romanzo, Bocche di donne bocche di fucili, frutto dell’esperienza spagnola, quindi viene arruolato per la Seconda guerra mondiale e viene mandato in Grecia e in Albania. Nonostante la fedeltà al fascismo, in questi anni scrive due raccolte di poesie in cui spiccano il rifiuto della guerra, l’orrore per la morte e l’affetto per i compagni caduti.

Scrittori da riscoprire – Davide Lajolo

Nel 1943 Lajolo viene richiamato in patria con un incarico nella segreteria del PNF di Ancona ma, pochi mesi dopo, l’armistizio dell’8 settembre lo getta in una crisi profonda: lascia Ancona, torna in Piemonte e decide di partecipare alla guerra partigiana.

In principio, a causa dei suoi trascorsi fascisti, viene accolto con estrema diffidenza dagli altri partigiani, ma dimostra la sua lealtà e arriva a comandare una brigata che opera nel basso Monferrato. Stringe amicizia con Francesco Scotti, militante comunista che lo mette in contatto con Giovanni Amendola, da cui riceve l’incarico di occuparsi delle pagine culturali de «L’Unità».

Nel 1945 Lajolo si iscrive al PCI e pubblica il suo secondo romanzo, Classe 1912, che racconta l’esperienza partigiana e che ripubblicherà nel 1975 con il titolo A conquistar la rossa primavera. Tre anni dopo diventa direttore dell’edizione settentrionale de «L’Unità», incarico che mantiene per dieci anni: sotto la sua direzione il giornale cessa di essere solo un rigido organo di partito per offrire ai lettori una visione del mondo molto più vasta, grazie a nuove rubriche e a pagine dedicate alle donne, ai bambini, ai fumetti, allo sport.

Si circonda di collaboratori prestigiosi, come Cesare Pavese, Paola Masino, Natalia Ginzburg, Italo Calvino, Anna Maria Ortese e Sibilla Aleramo, tanto che il partito gli rimprovera di dare troppo spazio alla letteratura rispetto all’ideologia.

I fatti del 1956, dalla denuncia dei crimini staliniani da parte di Kruscev all’invasione dell’Ungheria, turbano profondamente Lajolo, reduce da un importante viaggio in Cina, e ne minano l’ortodossia comunista, tanto che due anni dopo deve lasciare la direzione del quotidiano. Viene comunque eletto alla Camera per il PCI e rimane in Parlamento fino al 1972, impegnandosi attivamente su diverse problematiche, tra cui la censura cinematografica e il ruolo dei partiti nella gestione della Rai.

Scrittori da riscoprire – Davide Lajolo

Negli stessi anni si dedica di più alla scrittura e nel 1960 esce quello che è diventato il suo libro più famoso, Il vizio assurdo (1960), un’importante biografia del grande amico Cesare Pavese, suicidatosi dieci anni prima, di cui Lajolo fornisce un ritratto umano e intellettuale molto approfondito. Segue il romanzo Il voltagabbana (1963), in cui racconta il suo passaggio dal fascismo al comunismo in parallelo con l’esperienza più lineare dell’amico Francesco Scotti, come lui deputato del PCI, e diversi saggi dedicati agli scrittori piemontesi, da Fenoglio (di cui inizialmente aveva stroncato le opere su «L’Unità») a Gozzano, oltre a scritti politici.

 

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Nel 1977, colpito da un infarto, scrive il romanzo Veder l’erba dalla parte delle radici, ancora una riflessione autobiografica sulle proprie origini contadine e sulle scelte politiche, che vince il Premio Viareggio.

Negli anni Settanta Lajolo è attivo anche come sceneggiatore e autore di programmi televisivi, soprattutto documentari, oltre a testi teatrali, tra cui un adattamento de Il vizio assurdo portato in palcoscenico in una memorabile edizione interpretata da Luigi Vannucchi e diretta da Giancarlo Sbragia.

Ventiquattro anni (1981) è il seguito ideale de Il voltagabbana e racconta la vita dello scrittore tra l’attività politica e quella culturale negli anni Sessanta e Settanta, a cui seguono altri saggi e racconti finché, colpito da un secondo infarto, Davide Lajolo muore nel 1984 a Milano.

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