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Scrittori da (ri)scoprire – Carlo Sgorlon

Scrittori da (ri)scoprire – Carlo SgorlonÈ sempre scorrendo le liste di vincitori dei grandi premi letterari che troviamo i nomi di scrittori che, come Carlo Sgorlon (Casacco, 1930 – Udine, 2009),due volte vincitore del Premio Campiello e una volta dello Strega (dove è stato finalista altre due volte),rischiano oggi di sparire dalla storia della letteratura italiana.

Figlio di un sarto e di una maestra elementare che all’epoca vivevano già a Udine, Sgorlon nasce nel paese d’origine della famiglia paterna, e precisamente nella casa della nonna levatrice, dove trascorre gran parte dell’infanzia, crescendo con i figli dei contadini e assimilando completamente il modo di vivere e le tradizioni della cultura rurale. Dopo gli studi superiori a Udine, vince un concorso per frequentare la facoltà di lettere della Scuola Normale Superiore di Pisa, dove si laurea con una tesi su Kafka.

 

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Si sposa con Edda Agarinis, maestra elementare, che per tutta la vita sarà la sua più stretta collaboratrice, battendo a macchina i manoscritti e curandone l’archivio, e diventa professore di lettere nelle scuole superiori. Dopo vari tentativi letterari, verso la fine degli anni Sessanta pubblica due romanzi, La poltrona (1968) e La notte del ragno mannaro (1970), i cui protagonisti sono entrambi personaggi nevrotici e incapaci di trovare una loro collocazione nella vita, ma già dal libro successivo La luna color ametista (1972) si impone il vero mondo della produzione letteraria di Sgorlon, fatto di storie corali e di ambientazioni contadine, le stesse di Il vento nel vigneto (1972), che aveva scritto in realtà una decina d’anni prima e che poi avrà anche una versione in lingua friulana.

Scrittori da (ri)scoprire – Carlo Sgorlon

Il successo arriva nel 1973 con Il trono di legno, che vince il Premio Campiello: è la storia di un narratore di storie fantastiche, visto come l’erede di una cultura apparentemente assopita, ma non ancora cancellata. Seguono Gli dei torneranno (1977) e La carrozza di rame (1979), che vanno a formare col precedente una trilogia tutta incentrata sul mondo rurale friulano.

Il secondo Premio Campiello viene attribuito a La conchiglia di Anataj (1983), epopea di un friulano emigrato in Russia, mentre due anni dopo è L’armata dei fiumi perduti a vincere il Premio Strega, storia di un gruppo di cosacchi che occupa al seguito dei tedeschi un paesino della Carnia durante la Seconda guerra mondiale, ma che è destinato a essere sopraffatto dall’arrivo dei russi vincitori.

 

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Seguono L’ultima valle (1987) che racconta la costruzione della diga del Vajont, Il caldéras (1988), storia di un calderaio zingaro, La foiba grande (1992) che affronta la tragedia a lungo occultata e sottostimata delle foibe, e poi La malga di Sîr(1997), incentrato sull'eccidio di Porzûs, famoso perché nel 1945 i partigiani comunisti uccisero un gruppo di altri partigiani appartenenti alla brigata Osoppo (tra i caduti anche il fratello di Pier Paolo Pasolini).

Scrittori da (ri)scoprire – Carlo Sgorlon

Tutti questi romanzi, e i numerosi altri che Sgorlon scrive negli anni successivi, compongono un grandioso quadro epico del Friuli, in cui alle vicende storiche si mescolano però sempre anche elementi fantastici e leggendari. L’ultimo volume pubblicato in vita è La penna d’oro (2008), un’autobiografia in cui Carlo Sgorlon, attraverso la narrazione della sua vita di uomo schivo e lontano dalle frequentazioni letterarie e mondane, racconta anche molto del mondo in cui ha vissuto, morendo nella sua Udine nel 2009. Sua moglie Edda Agarinis, oggi novantenne, oltre ad aver fatto pubblicare alcuni volumi postumi continua a custodire il suo archivio e a mantenerne viva la memoria partecipando a tutte le iniziative dedicate al marito.

 

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Autore di una quarantina di romanzi, di raccolte di racconti e anche di alcuni saggi critici su altri autori, Carlo Sgorlon è sicuramente il più grande scrittore friulano del Novecento e va ricordato soprattutto come narratore di importanti episodi della storia della sua regione che non devono essere dimenticati, perciò merita di essere conosciuto anche dalle generazioni di nuovi lettori.

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