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Ritrovare la voce perduta. “Ridere” di Lucio Aimasso

Ritrovare la voce perduta. “Ridere” di Lucio AimassoRitrovare la voce perduta: questo l’obiettivo dei protagonisti di Ridere, l’ultimo romanzo di Lucio Aimasso, pubblicato qualche settimana fa dalla dinamica e giovane realtà di CasaSirio Editore.

L’autore, originario delle Langhe, rimodella i luoghi della sua vita e li trasforma in uno spazio solitario e indeterminato, il Confine: tra case popolari, panchine popolate da uomini anziani, un pub – il Malecon – dall’entrata simile al «saloon di un film di Sergio Leone» e uno squallido appartamento soprannominato Ventimetriquadrati si trascina la vita di Vittorio Benedetto, comico caduto in disgrazia e ridotto a lavorare part-time per una cooperativa sgomberando vecchi magazzini in disuso e capannoni in rovina.

Nel lavoro lo aiuta Franco, un ex detenuto tarchiato e con le braccia coperte da tatuaggi sbiaditi: dopo la giornata, stanchi, passano al bancone, bevono e giocano a biliardo: li accolgono Pilar, una donna ancora piacente, dal sorriso bianco e «pieno di denti» e suo marito Luigi, eternamente seduto vicino alla finestra vicina al tavolo verde, eternamente muto.

Tornato a casa, Vittorio, continua a bere, passa le sere stravaccato sulla sua poltrona sfondata, Johnny, a guardare e riguardare, ubriaco, film di Charlie Chaplin che gli ricordano il suo passato sfolgorante di quando sapeva far ridere.

 

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In questa desolazione, l’uomo è inseguito e tormentato da tre incombenti fantasmi: il Gallo, uno strozzino avvolto in un «vecchio pastrano» come un «mostro delle favole», coi capelli unti e col «sorriso pieno di buchi», insieme al suo inespressivo e lugubre scagnozzo Bubu, cerca di spillargli danaro e, quando questo manca, sangue; il ricordo della madre, deceduta in un incidente d’auto a cui Vittorio, da ragazzino, era sopravvissuto, la struggente memoria di lei che chiede al figlio di farla ridere; infine, la voce del fratello maggiore, Fabrizio, misurato e coscienzioso, riemerso dal passato, da sette anni di lontananza, mai più visto dal giorno del funerale del padre.

Proprio una telefonata da parte di Fabrizio, chiamato Icio in memoria dell’età della fanciullezza in cui ci si divertiva a storpiare i nomi ipoarticolandoli, cambia in maniera graduale la deprimente esistenza di Vittorio. Il fratello torna nuovamente a inserirsi, pian piano ma con determinazione, nella vita di Vic: ha un favore da chiedergli ma, soprattutto, alcuni segreti da rivelargli.

L’uomo è gravemente malato, sa che gli manca poco e sta cercando di riannodare i fili del proprio passato; sembra quasi tartassare Vittorio con mazzi e mazzi di vecchie foto di loro bambini; pare vessarlo coi ricordi della madre depressa, smagrita e svuotata d’ogni felicità e del padre all’apparenza assente dietro le lenti da miope e i suoi silenzi; alla fine gli comunica che dovrà partire per Lione, dove sarà ricoverato in una clinica.

Ritrovare la voce perduta. “Ridere” di Lucio Aimasso

Vittorio dovrà badare, per alcuni giorni alla settimana fino a nuove decisioni, alla figlia che il fratello ha avuto da Claudia, una donna sdegnosa e autocentrata, di una «bellezza irregolare e aggressiva», dalla quale Fabrizio ha almeno avuto la dignità di separarsi.

Rebecca, sette anni, è tutto il contrario della mamma: è una bimba timida, goffa, coi capelli corti e gli occhiali, molto solitaria e taciturna. Il primo giorno, Vittorio va a prenderla a scuola e la riporta a casa, nella casa del suo passato.

La piccola trascorre il tempo guardando Masha e Orso alla televisione, ma le piace anche disegnare: coi pastelli a cera riproduce i protagonisti delle sue giornate, ma lascia inquietanti tracce scure, come spiragli di buio.

Su ogni foglio, però, compare anche «un piccolo puntino giallo», un flebile fiato di speranza, giallo come il capolino della margherita disegnata da Leonardo nel romanzo La forma del silenzio, di Stefano Corbetta, altra recente storia di una voce bambina all’apparenza assente, ma in realtà pronta a esplodere in mille colori.

Come dice Elisa, la sua maestra, Rebecca soffre di mutismo selettivo: il suo carattere può parere molto chiuso, ma basta prenderla per il verso giusto e farle piacere il proprio mondo per avere davanti agli occhi una bambina diversa.

Inizialmente zio Vittorio non sa come comportarsi: il suo mondo è alcol, magazzini da svuotare, palle e stecche da biliardo, vecchi film quasi tutti muti; Fabrizio dal canto suo sembra essere scomparso nel nulla, non risponde neppure dal telefono della clinica.

Ma, dopo averle cantato Vita spericolata e averla portata con sé e con Franco al Malecon per preparare la cioccolata insieme a Pilar e giocare a biliardo con Luigi, grazie a Elisa, Vic scopre che la bambina adora quel mondo, «il suo mondo».

Rebecca inizia a comunicare: nei momenti di maggiore timidezza modifica la sua voce limpida in un tono roco, di modo che sembri il suo drago di peluche a parlare.

 

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Da questo nuovo legame, che diventa sempre più forte e nel quale non mancheranno le difficoltà ma soprattutto le risate, Vittorio comprende anche le ragioni del suo fallimento come comico: proprio come quando Rebecca si trova in una situazione per lei poco accogliente, anche Vittorio aveva patito la sofferenza di non trovare le parole per far ridere il suo pubblico.

Le anime di un comico fallito e di una bambina goffa, due universi apparentemente lontani, ma in realtà incredibilmente vicini, si specchiano l’uno nell’altro in questo romanzo, scritto con penna fluida e scorrevole da Lucio Aimasso, narratore abile nel creare scene al contempo intense e di una leggerezza simile a quella della neve che lenta fiocca dal cielo nell’inverno di un paese chiamato il Confine e oltre la finestra di una clinica francese.


Per la prima foto, copyright: Chermiti Mohamed su Unsplash.

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