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Quella volta che un ragazzino povero diede una lezione a Tolstoj

Quella volta che un ragazzino povero diede una lezione a TolstojCapita a tutti, perfino alle grandi menti, di dover fare i conti con una propria convizione che, fino a un attimo prima, sembrava reggere l’impalcatura di tutta la loro vita. O forse le grandi menti sono tali proprio perché sanno comprendere quando un evento è tale da dover aprire una discussione interiore che inevitabilmente ci cambia.

Ed è quello è accaduto a Tolstoj quando nel 1881 si è recato a Mosca per un reportage sulla «miseria urbana». Durante la sua permanenza nell’attuale capitale russa, Tolstoj ebbe modo di incontrare diversi mendicanti «di città» che «non portano bisaccia e non chiedono l’elemosina».

A giocare un ruolo decisivo però fu l’incontro con «un ragazzino di dodici anni, Serëža» che, con il suo comportamento e la sua reazione dinanzi a una precisa situazione, indusse Tolstoj a un’attenta riflessione che potrebbe tornare utile anche a noi.

I risultati di questo reportage furono raccolti da Tolstoj in Che fare, dunque?, che torna in libreria edito da Fazi con la traduzione di Flavia Sigona.

Vi riportiamo qui di seguito due estratti. Nel primo, Tolstoj descrive le impressioni che la povertà moscovita ha suscitato in lui; nel secondo si racconta dell’incontro con Serëža e della sua influenza sul pensiero tolstojano.

 

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I

Mai, in vita mia, avevo abitato in città. Quando, nel 1881, mi trasferii a Mosca restai stupito della miseria urbana; conoscevo la miseria delle campagne, ma quella cittadina era per me nuova e incomprensibile. A Mosca è impossibile percorrere una strada fino in fondo senza incontrare dei mendicanti, e di un tipo particolare poi: sono mendicanti, quelli di città, sprovvisti di bisaccia e croce al collo, come usa dire dei poveri di campagna; i miseri di Mosca non portano bisaccia e non chiedono l’elemosina: quando li incroci o passi loro accanto, per lo più si limitano a cercare il tuo sguardo, solo dopo tendono la mano, ma non sempre. Ne conosco uno, di questi poveri gentiluomini, un vecchietto che cammina piano, malfermo sulle gambe: quando lo incontri, ne flette una in una sorta di riverenza; se ti soffermi, porta la mano al berretto ornato da una coccarda, s’inchina e tende la mano; se invece tiri dritto, fa finta che quella sia solo la sua andatura e prosegue, piegandosi sull’altra gamba. È un autentico mendicante moscovita; all’inizio non capivo perché quelli come lui non chiedessero apertamente la carità, in seguito mi fu più chiaro, pur continuando a non comprenderne fino in fondo la situazione.

Un giorno, mentre camminavo lungo il vicolo Afanas’evskij, vidi una guardia che caricava su una carrozza un uomo, tutto cencioso e gonfio a causa dell’idropisia; domandai:

«Cosa ha fatto?».

Il poliziotto rispose: «Chiedeva l’elemosina».

«Perché, è vietato?».

«A quanto pare, sì», replicò quello.

Quella volta che un ragazzino povero diede una lezione a Tolstoj

La carrozza con il malato partì, ne fermai un’altra e li seguii. Volevo accertarmi se fosse vero che è vietato mendicare, e perché: non riuscivo a capire come fosse possibile vietare a una persona di chiedere qualcosa a un’altra, e non riuscivo a credere che l’accattonaggio fosse proibito, visto che Mosca era piena di mendicanti.

Arrivai al posto di polizia dove avevano condotto quel poveretto; a una scrivania sedeva un tizio armato di sciabola e pistola, al quale chiesi:

«Per quale motivo hanno fermato quell’uomo?».

L’altro mi guardò torvo e rispose: «Non è affar suo».

Poi, avvertendo forse il bisogno di fornirmi delle spiegazioni, aggiunse: «Dal comando abbiamo avuto ordine di fermare questa gente; si vede che è così che va fatto».

Uscii fuori; la guardia che aveva scortato il mendicante sedeva su una panca nell’antiporta, fissando con aria assente un quadernetto d’appunti. Gli domandai:

«È vero che ai mendicanti è vietato chiedere denaro in nome di Dio?».

Trasalì, mi guardò, poi ripiombò nel suo stato di torpore e, tornando a sedersi, disse: «Se questi sono gli ordini, significa che bisogna eseguirli», e sprofondò di nuovo nel suo quadernetto. Uscii sulla strada diretto alla mia carrozza.

«Allora, lo hanno messo dentro?», chiese il vetturino, anche lui, evidentemente, interessato alla vicenda.

«Sì».

L’uomo scosse la testa.

 

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«Ma com’è possibile che qui a Mosca sia vietato elemosinare?», chiesi.

«E chi lo sa?», fu la replica del vetturino.

«Come si può spedire in galera un povero cristo di mendicante?», esclamai.

In seguito, mi capitò altre volte di vederne condotti al commissariato e da lì alla casa circondariale. Un giorno sulla via Mjasnickaja incontrai una frotta di questi miserandi, una trentina di persone, precedute e seguite da guardie, alle quali domandai:

«Cosa hanno fatto?».

«Elemosinavano».

 

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Scoprii che una legge a Mosca vieta l’accattonaggio a tutti quei mendicanti che capita di incontrare numerosi in ogni strada, o che stazionano in gruppo presso le chiese durante le funzioni religiose, soprattutto i funerali. Ma perché alcuni fossero arrestati e rinchiusi, mentre altri venivano lasciati andare non riuscivo proprio a comprenderlo: forse esistono mendicanti legali e illegali, oppure il loro numero è tale da non riuscire a fermarli tutti, o magari per uno che arrestano ne spuntano fuori altri?

Di poveri a Mosca ce n’è di tutti i tipi: alcuni si adagiano sulla propria miseria, altri lo sono diventati una volta arrivati in città, dove sono finiti in ristrettezze: tra di loro spesso ci sono dei semplici contadini, che magari in seguito a una malattia e alla successiva dimissione dall’ospedale si sono ritrovati senza mezzi di sostentamento, né la possibilità di tornarsene al villaggio. Altri hanno anche problemi con l’alcol (come, probabilmente, il tipo che soffriva di idropisia); altri ancora sono vecchi, oppure sono povere madri con figli.

Ce n’è poi di quelli in buona salute, atti al lavoro: costoro mi intrigavano in modo particolare. Da quando ero arrivato a Mosca, per fare del moto avevo preso l’abitudine di recarmi alla Collina dei Passeri a tagliare legna insieme a due uomini, due di quegli infelici che vedevo elemosinare lungo la strada. Il primo, Pëtr, era un soldato di Kaluga, l’altro, Semën, veniva da Vladimir. Non possedevano nulla oltre ai vestiti che indossavano e alle proprie braccia, con le quali si guadagnavano, lavorando sodo, tra i quaranta e i quarantacinque copechi al giorno, riuscendo entrambi anche a risparmiare qualcosa: il tipo di Kaluga per comprarsi una pelliccia, l’altro per tornarsene al villaggio. L’incontro con questi due uomini mi induceva a chiedermi perché alcuni faticassero tanto mentre altri si rassegnavano a elemosinare. Qualche tempo dopo m’imbatto in un tipo, in buona salute, con radi fili grigi tra la barba, che chiede la carità: mi soffermo a domandargli chi sia, da dove provenga; mi dice di essere arrivato da Kaluga per svolgere dei lavoretti stagionali, inizialmente aveva spaccato vecchi mobili di un certo proprietario per trarne legna, ma esauriti tutti gli arredi non era riuscito a trovare un altro lavoro e in due settimane si era mangiato tutto quello che aveva guadagnato e non aveva più la possibilità di comprarsi un’ascia o una sega; gli do dei soldi per acquistarne una e gli dico di rivolgersi a Pëtr e Semën, con i quali avrei nel frattempo parlato affinché lo prendessero a lavorare insieme a loro.

Quella volta che un ragazzino povero diede una lezione a Tolstoj

«Vai», gli dico, «lì di lavoro ce n’è tanto!».

«Ci vado, certo che ci vado! Mica sono contento di fare l’accattone! Io sono in grado di lavorare».

Il giorno dopo mi reco a far visita ai miei due amici; domando loro se l’uomo si era fatto vedere, ma no.

In tanti mi hanno mentito in questo modo, per esempio quando mi assicuravano che i soldi gli occorrevano per comprarsi il biglietto con cui tornare a casa e la settimana dopo li rincontravo in strada, spesso riconoscendoli, e loro, che ugualmente si ricordavano di me, mi voltavano le spalle; altre volte invece, dimentichi, mi ripetevano le stesse frottole. Di bugiardi quindi ne allignano parecchi tra quelle fila, e suscitano particolare compassione, seminudi, emaciati e malandati come sono: gli stessi che finiscono per morire di freddo o per impiccarsi, come accade di leggere sui giornali.

 

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IX

 

Ancora più stravagante fu la mia esperienza con i bambini. Da filantropo, rivolgevo la mia attenzione anche a loro, desiderando salvare degli esseri innocenti da quel nido di dissolutezza, e li registravo per occuparmene in seguito.

Tra di loro mi colpì in modo particolare un ragazzino di dodici anni, Serëža: provai grande compassione di quel maschietto intelligente e svelto, che aveva abitato presso un ciabattino ma era rimasto senza ricovero dopo che il suo padrone era finito in carcere, e volli aiutarlo.

Racconterò subito come andò a finire la mia opera caritatevole nei suoi confronti, perché questa storia dimostra quanto fossi in errore. Presi il bambino in casa con me e lo sistemai in cucina: non si può prelevare un ragazzino pidocchioso da un ricettacolo del vizio e metterlo insieme ai propri figli.

 

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Mi consideravo un uomo buono e per bene, nonostante che la sua presenza in cucina intralciasse non me ma la servitù e che a dargli da mangiare fosse la cuoca e non io. Il ragazzino restò in casa nostra una settimana, durante la quale gli rivolsi la parola un paio di volte; poi, un giorno che ero andato a passeggio, capitai nella bottega di un ciabattino a cui proposi di assumerlo come garzone; un mio ospite, inoltre, gli offrì di andare in campagna presso la sua famiglia, a lavorare alle sue dipendenze: il ragazzino rifiutò e dopo una settimana sparì. Mi recai alla Casa Ržanov per chiedere sue notizie e scoprii che era tornato lì, ma in quel momento non c’era: da due giorni si mascherava da portatore di elefanti per conto di alcuni ambulanti che presso gli Stagni del Patriarca allestivano uno spettacolo, e si guadagnava così trenta copechi; tornai una seconda volta ma invano, evidentemente mi evitava.

Quella volta che un ragazzino povero diede una lezione a Tolstoj

Se allora avessi riflettuto sulla vita di quel ragazzino avrei compreso che, dopo aver toccato con mano la possibilità di spassarsela senza faticare, egli si era disabituato al lavoro e proprio grazie a me che, preso dal mio ruolo di filantropo, per riportarlo sulla corretta via l’avevo introdotto nella mia casa, dove aveva visto ragazzini come lui, più grandi o addirittura più piccoli, che non solo non avevano mai lavorato per guadagnarsi da vivere, ma procuravano da lavorare agli altri in tutti i modi: sporcavano e sfasciavano ogni oggetto intorno, mangiavano cibi unti, saporiti e dolci, rompevano i piatti, rovesciavano i bicchieri e passavano ai cani bocconi che agli occhi di quel ragazzino erano vere e proprie leccornie. È vero che ignorava l’impegno che i miei figli profondevano nello studio della grammatica greca e latina, di cui non avrebbe compreso lo scopo, ma era chiaro che l’esempio dei miei figli aveva avuto su di lui un effetto dirompente, constatando come costoro venivano educati a lavorare il minimo e godersi al massimo i piaceri della vita. Una volta che l’ebbe capito, non era andato in campagna a governare le bestie e cibarsi di kvas e patate, bensì allo zoo a guidare un elefante vestito da selvaggio.

 

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Ce n’erano tantissimi di bambini in condizioni disperate, alla Casa Ržanov: figli di prostitute, orfani, ragazzini che vagavano per le strade in stato miserevole, ma l’esperienza fatta con Serëža mi aveva dimostrato quanto fossi incapace di aiutarli.

Nei giorni in cui egli abitò insieme a noi mi resi conto dello sforzo che facevo per tenergli nascosta la nostra vita, soprattutto quella dei miei figli: intuivo che tutti i tentativi di avviarlo a un’onesta vita lavorativa erano vanificati dall’esempio dato dalla nostra esistenza. È facile prendersi in casa il bambino di una povera prostituta e, avendone i mezzi, lavarlo, rivestirlo di abiti decenti, sfamarlo e anche farlo studiare, molto facile, ma insegnargli a guadagnarsi il pane per noi, che nulla facciamo per procurarcelo, è non solo difficile ma addirittura impossibile, perché con il nostro esempio e perfino con le migliorie materiali, che a noi non costano nulla, che apportiamo alla sua esistenza gli insegniamo l’opposto.

Prendere un cucciolo di cane, averne grande cura, insegnargli a riportare un oggetto e ricompensarlo con delle carezze è possibile, ma di un essere umano non basta averne cura, sfamarlo e insegnargli il greco: a un essere umano occorre insegnare a vivere, ovverosia a prendere meno e dare di più nei rapporti con il prossimo.

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