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Quella notte del terremoto ad Amatrice. Intervista a Franco Faggiani

Quella notte del terremoto ad Amatrice. Intervista a Franco FaggianiTorna in libreria Franco Faggiani con il romanzo Tutto il cielo che serve, edito da Fazi. La storia è ambientata nell’agosto del 2016 e ha per protagonista Francesca Capodiferro, una giovane geologa e caposquadra dei vigili del fuoco di Roma in missione sui monti della Laga, al confine tra Lazio, Marche e Abruzzo.

Francesca vivrà sulla propria pelle il tremendo terremoto che il 24 agosto scosse Amatrice e il territorio circostante. La giovane partirà per raggiungere il paese, organizzare i soccorsi con i “suoi” vigili del fuoco nella speranza di salvare vite e di superare tanti inaspettati ostacoli che arriveranno nella sua vita.

Di come è nato il libro abbiamo parlato con Franco Faggiani.

 

Come è nata l’idea del tuo nuovo romanzo e cosa rappresentano i Vigili del Fuoco a cui lo hai dedicato?

Come sempre succede, una volta spenti i riflettori su un avvenimento o su un’area martoriata, come in questo caso, tutto finisce rapidamente nel dimenticatoio. All’inizio, anche tra i miei amici era scattata la solidarietà assoluta; adesso, se chiedi dov’è esattamente Amatrice, arrivano risposte vaghe o addirittura sbagliate. Il libro vuole ricordare quei giorni e quei luoghi affinché durino un po’ di più nella nostra memoria. I vigili del fuoco rappresentano – naturalmente insieme a tutti gli altri soccorritori – gli eroi silenziosi, indispensabili e defilati di quei giorni (e di tutti i nostri giorni). Però se li chiami eroi si arrabbiano, si considerano solo persone che svolgono semplicemente il lavoro che hanno scelto di fare. Ma salvare vite e beni non è un lavoro comune, ecco perché la dedica mi è sembrata doverosa.

 

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Francesca Capodiferro è la protagonista del suo libro. Donna, giovane, intraprendente, tenace (il cognome dice tutto) e caposquadra. Quanto sarà difficile per lei farsi accettare dai colleghi maschi?

Difficilissimo, come in tutti i settori in cui c’è sempre stata, fino a ieri, una prevalenza maschile. Nei vigili del fuoco ancora di più, non tanto per vecchie ideologie, ma perché considerano il loro un mestiere di fatica, di forza, per fare il quale bisogna scavare anche con le mani, quando serve, e maneggiare attrezzature pesanti e guidare grossi automezzi. Francesca Capodiferro però, grazie alle sue passioni come la montagna, ai suoi studi di geologia e ai suoi trascorsi, vale a dire al lavoro nei cantieri paterni, riesce a difendersi bene, anzi a prevalere. E lo fa soprattutto con l’esempio, stando sempre in prima fila, non tirandosi mai indietro, anzi buttandosi istintivamente in tutte le situazioni più ingarbugliate. Coraggio, gentilezza, idee e lungimiranza, che poi sono le sue doti maggiori – che tutti dovremmo avere –, credo appartengano più al mondo femminile che a quello maschile.  

 

Francesca è una geologa e il rapporto con il padre non è facile. Perché lei non vuole essere come lui e lui fatica ad accettare l’intraprendenza della figlia?

Il padre avrebbe voluto un figlio maschio al quale affidare le sue redditizie attività, condotte in maniera un po’ spregiudicata, ed è dunque rimasto un po’ deluso dalla nascita di Francesca. L’unica donna di polso della sua vita – la madre di Francesca – l’ha lasciato e da allora, forse per reazione, si è messo a fare il farfallone, come lo definisce uno dei suoi ex dipendenti. In più nei confronti di Francesca ha anche atteggiamenti da padre-padrone, o meglio: da controllore. Per una donna caratterialmente indipendente per merito della madre, accettare un uomo così sarebbe stato impossibile.

 

Il romanzo arriva a cinque anni dal terremoto che il 24 agosto del 2016 distrusse Amatrice. Come è stato raccontare quei fatti drammatici in un romanzo?

Devo dire la verità? Non è stato difficile come potrebbe sembrare. Per un motivo semplice: la gente del posto – di Amatrice e delle sue sessantanove frazioni, ma anche di altri piccoli comuni intorno – aveva voglia di raccontare, aveva bisogno di qualcuno con cui, in qualche modo, sfogarsi. Quindi, da parte mia, si è trattato soprattutto di ascoltare, di porre poche e precise domande con rispetto, cercando di non essere mai invadente. La cosa per certi versi sorprendente, anche se un po’ me lo immaginavo già, è che adesso molte persone che avevo ascoltato non sono ancora pronte per leggere il romanzo, perché non vogliono far tornare in superficie momenti dolorosi che si sforzano di dimenticare, anche se questo credo sia impossibile.

Quella notte del terremoto ad Amatrice. Intervista a Franco Faggiani

Quanto la realtà dei fatti ha influenzato la sua storia? Ha intervistato i sopravvissuti, i soccorritori?

Sì, mi ricollego a quando detto poc’anzi. Ho ascoltato persone un po’ in tutto il territorio, anche se poi le vicende le ho concentrate soprattutto ad Amatrice. Alcuni avvenimenti li ho modificati, non più veri al cento per cento ma sicuramente verosimili, proprio per non creare impatti emotivi forti in chi quei momenti specifici li aveva vissuti veramente. Determinanti sono stati anche i racconti dei vigili del fuoco presenti in quei giorni nell’area del sisma. Uno di loro c’è stato sette volte e lo scorso anno, mentre mi raccontava del suo lavoro in quei luoghi, ancora provava forti emozioni.

 

Che ricordo ha di quella notte?

Non ho un ricordo specifico di quella notte, probabilmente ero su qualche sentiero delle Alpi, come quasi sempre in agosto. Ho in testa qualche confusa immagine vista in Tv, la vaga memoria di qualche cronaca letta. Ho immaginato molto però, poiché conoscevo Amatrice e i monti della Laga prima del terremoto e ho frequentato quei posti dopo il terremoto e, al di là del pensiero rivolto a chi non c’era più, vedere il vuoto, la spianata di macerie, dove prima c’era un paese grande – oltre duemila abitanti –, accogliente, vivo, è stato davvero traumatico, considerando che tutto – edifici, storia, quotidianità, lavoro, passato e futuro – era crollato in poche decine di secondi. L’ultima volta che ci sono stato una gentile signora mi ha regalato una fotografia, stampata in grande, come fosse un quadro, della via centrale di Amatrice, con i monti della Laga sullo sfondo. “Ecco tieni, così potrai ricordare quanto era bello e vivo il mio paese”. È appesa nel mio studio, ogni volta che la guardo mi vengono brividi e nostalgie.

 

Dopo il terremoto, Francesca parte con i due cani fidati alla ricerca dei feriti e sopravvissuti. Questo muoversi sui monti della Laga per salvare vite può essere visto come un viaggio di Francesca alla ricerca della salvezza degli altri, ma anche per avere la certezza di essere ancora viva?

Ogni viaggio solitario nella natura è anche, anzi soprattutto, un viaggio introspettivo. Specie se questo viaggio si fa subito dopo un momento difficile se non addirittura drammatico. In questo caso, anche se non ce ne rendiamo conto al momento, la natura rivela tutto il suo effetto medicamentoso. Perché, nel silenzio e spesso nella solitudine, ci offre occasioni di riflessione, di ripensamento, ci invita ad affrontare vie nuove e a prendere decisioni inaspettate. Io ho avuto un momento complicato della mia vita cinque o sei anni fa e sono andato a fare un lungo giro in montagna, senza idee e senza prospettive. Ho osservato, visto paesaggi e conosciuto persone. Al ritorno mi sono messo davanti al computer e ho scritto La manutenzione dei sensi, il mio primo romanzo con Fazi. I monti della Laga, che Francesca attraversa, sono un ambiente magico davvero, selvatico, solitario, defilato, un po’ come lei, e questo l’ha aiutata molto a riscoprire se stessa.

 

Perché Francesca ha paura di aprirsi al prossimo?

Beh, non è facile aprirsi al prossimo, se questo prossimo costruisce una barriera intorno, mostra opposizione. Con chi è lineare – sua madre, gli ex dipendenti di suo padre, il suo amico Rocco, per esempio – mi è sembrata molto aperta. Poi c’è una cosa importante: Francesca si basta, e la solitudine non è un male, ma una protezione, dalla quale comunque è sempre possibile uscire facendo libere scelte.

 

Come nei suoi romanzi precedenti, anche qui la Natura compare come protagonista con i suoi paesaggi meravigliosi, ma anche con qualcosa che spaventa (il terremoto). La Natura è più madre o matrigna e quanto l’uomo dovrebbe cambiare il suo comportamento verso di essa?

Madre natura non l’ho proprio mai presa in considerazione. Matrigna sicuramente lo è, e anche piuttosto severa e distaccata fino al punto che può fare benissimo a meno di noi, anzi se non ci siamo è meglio, mentre noi non possiamo fare a meno di lei. Perciò manteniamo rispettosamente le distanze, riconosciamone la superiorità (anche perché se ci mettiamo in conflitto con lei ne usciremo sempre perdenti), prendiamo consapevolezza del fatto che non ne siamo proprietari, gestori o domatori. Siamo solo l’ingranaggio minuscolo di un marchingegno ampio, articolato e complesso. Limitiamoci a osservare, a stupirci, a godere dei benefici che ci dà, ma senza toccare niente, senza lasciare traccia.

 

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Ci sarà un seguito per Francesca Capodiferro?

No, anche se proprio ieri sera, a una presentazione, una signora che aveva già letto il libro mi ha detto: “Francesca Capodiferro avrebbe molte altre cose da dire”, e questo per un attimo mi ha fatto pensare. In ogni mio romanzo il finale è “aperto”, nel senso che ci si potrebbe facilmente attaccare un seguito. Ma poi, camminando in posti sconosciuti, ascoltando persone mai viste prima, osservando ambientazioni diverse, saltano continuamente fuori storie affascinanti, curiose, insolite che vale la pena raccontare. Un romanzo non è ancora finito che una nuova idea, con altri personaggi, luoghi e vicende, sta già prendendo forma. Questo aiuta a restare vivi nei nostri anni difficili.

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