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Quel prodigio di Rebecca West

Quel prodigio di Rebecca WestRebecca West torna in libreria grazie a Fazi Editore (traduzione di Francesca Frigerio) con il romanzo, pubblicato nel 1929 e fino ad ora mai tradotto in italiano, Quel prodigio di Harriet Hume.

Incuriosita dallo pseudonimo dell’autrice – lo stesso nome di uno dei personaggio di Rosmersholmdi Ibsen – faccio per la prima volta la conoscenza della scrittrice inglese Cicely Isabel Fairfield meglio conosciuta come Rebecca West. Amica di Virginia Woolf, amante di H.G. Wells e – come avrò modo di saggiare con mano, immergendomi nella lettura – scrittrice eccelsa.

Quel prodigio di Harriet Hume è uno di quei romanzi in cui non succede molto e quel che accade è spesso circoscritto a pochi ambienti nonché a un’unica storia di amore e odio che viene esplorata in piccoli momenti lungo un arco temporale ampio.

 

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Harriet Hume è una pianista, una di quelle donne talentuose, un po’ eccentriche, libere e autosufficienti. Una donna moderna dunque, leggera forse – per gli standard primo novecenteschi – brillante, nobile – purtroppo per la sua storia d’amore – solo nell’animo. Arnold Condorex è un politico, viene dal basso e vuole emergere. È spregiudicato e arrivista. Talmente spocchioso che all’ennesimo «sgualdrinella» e al centesimo «sciocchina» verrebbe voglia di entrare nel romanzo per prenderlo a schiaffi. Ma in fondo «un uomo deve farsi strada nel mondo» e se per farlo deve accaparrarsi «la figlia bruttina di un membro del Consiglio Privato della Corona» poco importa. Peccato però gettare via una bella storia d’amore. Si potrebbe quanto meno «tenerla con sé con una bugia». Ma Arnold non può “tenere il piede in due scarpe” perché Harriet ha un “dono”: può leggere i pensieri dell’uomo che ama. Ha con Arnold un legame talmente profondo che può fare ciò che non le riesce con nessun altro. Harriet non può essere manipolata e il protagonista è completamente nudo di fronte a lei. Arnold non può accettarlo e scappa via, come un codardo.

Quel prodigio di Rebecca West

La storia di amore e odio tra Harriet Hume e Arnold Condorex – i due opposti che si attraggono – si dipana per le strade della Londra del primo Novecento, tra giochi di potere e fugaci incontri in diverse stagioni della vita in cui la meteorologia incontra il simbolismo. C’è ad esempio un gelido incontro in un freddo inverno a Hyde Park ma anche un rendez-vousin una calda estate che brucia quanto la gelosia. All’ambientazione cittadina si sovrappone però un’aura fiabesca grazie al “dono magico” della protagonista che rende il romanzo così particolare. Ma questa prodigiosa Harriet Hume più che una fata o una megera è una sorta di coscienza del protagonista. Per restare nell’ambito della fiaba potremmo immaginarla come il Grillo Parlante di Pinocchio che guida il protagonista nelle scelte di buon senso.

«Voglio sapere cosa sei, perché sono certo che sei diversa da come appari. Sembri una sgualdrinella, ma nessuno ama le piccole sgualdrinelle come ti amo io. Penso che tu sia una persona di valore dietro le apparenze. Ho il sospetto che tu sia l’incarnazione di un principio astratto, che tu abbia dietro la testa o sotto i piedi un cartiglio invisibile sul quale è riportato il nome di una virtù di quelle che le giovani donne rappresentate nelle decorazioni di alcuni edifici pubblici sono tanto avvedute da esibire platealmente. Sei forse l’amore? La verità? Non sei la giustizia, anche se sai essere magnanima. Sei la poesia? O la filosofia?»

 

A livello metaletterario – perché no? –  il “dono” è un pretesto per far sì che l’autrice possa esplorare con la scrittura le passioni e il carattere del protagonista. Ne deriva la capacità profonda di Rebecca West di esplorare l’animo umano. E poi Harriet Hume. Hume? Come il filosofo del Trattato sulla natura umana? Ma quanto piace a quest’autrice (con lo pseudonimo) giocare con i nomi?

Quel prodigio di Rebecca West

Arnold, il politico manipolatore, è completamente disarmato di fronte a questa donna e quando esclama «ho perso il potere di negoziare persino con me stesso» non si può non udirne il tono rassegnato. Per Harriet arriva a provare un odio sconsiderato che in realtà è odio verso di sé, verso le sue scelte di comodo:

«Ora», e lo disse con tono misurato, «so che specie di rettile tu sia che si insinua strisciando nelle case delle persone che si stanno facendo strada nel mondo per instillare nella loro mente fantasie che le spingono a soffocare sul nascere la loro grandezza».

 

E quando egli arriva, all’ultimo incontro con il suo «opposto», in preda alla follia, Rebecca West ha compiuto una parabola perfetta nel descrivere l’animo del protagonista. Poi non le resta che tornare di nuovo a utilizzare il “dono” di Harriet nel suo aspetto più strettamente fiabesco. È così che «quel bel fiore blu che cresce nel giardinetto» diventa «una frase in una sonata di Mozart», i bucaneve appena sbocciati creano «un calpestio simile a una grandinata alla rovescia», i boccioli dei ciliegi tracciano «il loro motivo candido», «le dita nere del cespuglio di lillà» rimangono «chiuse in una stretta convulsa», e i biancospini, e i mandorli e le giunchiglie. Così il giardino si anima come i fiori parlanti di Alice nel paese delle meraviglie, in un “concerto di fiori” diretto da Harriet la quale sventola il suo piumino a mò di bacchetta come la rosa rossa nel film Disney.

 

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La scrittura elegante e raffinata fa il resto della magia ed è come una bella boccata di ossigeno. La lentezza delle prime pagine certo un po’ scoraggia il prosieguo della lettura come anche la prosa densa e ricca di descrizioni ma vale la pena andare avanti lasciandosi affascinare da Rebecca West e da Quel prodigio di Harriet Hume. E se non ne avete abbastanza fate come me: correte a recuperare la Trilogia degli Aubrey, la storia semiautobiografica di una famiglia inglese nel corso del Novecento.


Per la prima foto, copyright: Werner Sevenster su Unsplash.

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