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“Quel maledetto Vronskij”, incontro con Claudio Piersanti

“Quel maledetto Vronskij”, incontro con Claudio PiersantiQuel maledetto Vronskij (Rizzoli, 2021) è il nuovo romanzo di Claudio Piersanti e ci racconta la storia di Giovanni e Giulia, una tranquilla coppia di cinquantenni che conduce un’esistenza ai limiti del banale in una città indefinita del nord Italia. Hanno avuto una figlia che ormai è andata a vivere all’estero lasciandoli soli, per quanto circondati da parenti e amici. Giulia è impiegata, Giovanni fa il tipografo e dopo essere stato licenziato dall’azienda per cui lavorava ha realizzato il sogno di mettersi in proprio, in un locale tutto suo dove insiste a lavorare con passione anche se si rende conto che il suo mestiere, come tante attività artigianali, è destinato a scomparire.

Nel bel mezzo di questa esistenza che sembrerebbe immutabile, un giorno scoppia il classico fulmine a ciel sereno: Giulia sparisce da un giorno all’altro, lasciando solo un laconico biglietto in cui non fornisce spiegazioni ma prega il marito di non cercarla.

Completamente spiazzato, Giovanni è costretto a reinventarsi una vita modificando tutte le sue consolidate abitudini, ma convincendosi che Giulia, che prima di partire aveva letto con passione Anna Karenina, lo abbia lasciato per un altro uomo: un “maledetto Vronskij”, appunto.

Cosa fare per riconquistare Giulia? Sarà ancora possibile tornare ad avere una vita con lei?

Appena inserito nella rosa dei dodici finalisti del Premio Strega, da cui l’8 giugno uscirà la cinquina destinata alla volata finale ai primi di luglio, Claudio Piersanti ha incontrato i blogger alla “Librosteria” di Milano.

 

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C’è qualcosa di personale nella storia di Gianni e Giulia?

No, non parto mai da motivi autobiografici. Quando ho iniziato questo romanzo non pensavo nemmeno di stare scrivendo una storia sentimentale. Forse se l’avessi pensato all’inizio non l’avrei nemmeno fatto, perché non ne ho mai scritte. Tra l’altro, i miei amici mi hanno fatto notare che non ho nemmeno vissuto una storia così intensa e duratura perché sono divorziato: in effetti, sono quasi invidioso dei miei personaggi.

Io comunque non appaio mai nei miei romanzi, a parte forse il primo che ho scritto quando avevo ventidue anni, il cui protagonista faceva qualcosa che facevo anch’io, anche se non ero certo alcolizzato e violento come lui.

“Quel maledetto Vronskij”, incontro con Claudio Piersanti

Aveva già in mente gli sviluppi della storia fin dal principio?

Per me la scrittura è soprattutto avventurarmi in qualcosa di cui non so nulla, altrimenti non mi diverto assolutamente: se quando inizio a scrivere so già come andrà a finire smetto subito e per me il libro è morto.

L’attesa di Giovanni che si chiede se Giulia tornerà da lui è la stessa mia, oltre che del lettore, e questo secondo me dà credibilità alla cosa. Se sapessi tutto fin dall’inizio sarebbe noioso per me e per i lettori.

Sterne diceva che quando iniziava a scrivere una frase si affidava a Dio onnipotente per portarla a termine, e io la penso più o meno allo stesso modo: sono il contrario dello scrittore contemporaneo che lavora su una scaletta, anche se rispetto i colleghi che seguono questo metodo.

 

Quindi in partenza c’è solo un’idea?

C’è l’attesa di persone che voglio conoscere, e che conoscerò strada facendo.

Faccio amicizia con i miei personaggi e non riesco a maneggiare personaggi odiosi, anche se questo è probabilmente un mio limite. Questo metodo naturalmente può portare anche al fallimento, ad abbandonare delle storie senza portarle a conclusione.

Il lavoro, in definitiva, è quello di un foglio bianco da riempire. Come diceva Tondelli, è un mestiere economico perché bastano una biro e una risma di fogli, ma anche usare un computer non cambia le cose.

Sono affascinato dal niente del foglio bianco e prima di iniziare un nuovo libro devo creare un vuoto pneumatico, cancellando tutto quello che ho fatto in precedenza, anche perché non scrivo libri seriali. Ogni mio romanzo non ha nulla in comune con i precedenti, che del resto, una volta pubblicati, non rileggo nemmeno più perché cessano di appartenermi.

Vengo dalla filosofia e la mia scrittura si è mescolata con la metafisica. Ancora oggi leggo molto volentieri libri di filosofia e credo che la mia struttura mentale venga da quel mondo più che da quello letterario.

Il genere è l’esatto contrario di quello che faccio io. Anche nella lettura e nel cinema non amo le storie di cui si indovina troppo presto il finale. Avendo lavorato anche nel cinema, ho imparato fin troppo bene come funzionano i percorsi e non m’interessano.

 

A chi si sente più affine come scrittore?

Mi piace pensare di discendere da scrittori come Vasco Pratolini o Romano Bilenchi. Leggo anche più poeti che romanzieri: Milo De Angelis è uno dei miei amori giovanili, adoro Amelia Rosselli che è una delle voci poetiche più belle del Novecento, anche se un po’ schiacciata nel suo dolore psichico. Io e altri abbiamo cercato i nostri nonni più che i genitori, ma io mi considero uno scrittore minore del Novecento. C’è chi ha pensato di insultarmi paragonandomi a Carlo Cassola, cosa che considero un grande complimento.

 

Cosa pensa della candidatura allo Strega?

Considerando che non ho la pensione, spero di riuscire a vendere più copie del libro, visto che questo è il mio mestiere, anche se personalmente non avrei mai pensato di partecipare. Da giurato di premi, anni fa, ricordo di aver avuto problemi con gli scrittori che manovravano nell’ombra, e ho smesso di far parte di giurie, ma mi sento molto onorato dal fatto che il romanzo sia stato presentato da Renata Colorni.

In generale, trovo poco plausibile il meccanismo dei premi, perché mi sembra impossibile che dei giurati possano leggere a fondo diversi libri e arrivare a giudicarne il valore in poche settimane. La vita vera di un libro si valuta negli anni: se penso ai libri di cui si parlava negli anni in cui ero all’università, posso dire che il novanta per cento di essi è scomparso nel nulla e oggi non ne parla più nessuno, nemmeno qualche docente universitario di nicchia.

Io amo rileggere ancora più che leggere. I libri che per me sono fondamentali li ho riletti tutti più volte e mi considero un lettore prima che uno scrittore. Mi piacerebbe se i miei libri fossero letti da lettori come me.

“Quel maledetto Vronskij”, incontro con Claudio Piersanti

È nato prima il protagonista o il riferimento ad Anna Karenina?

Prima il personaggio del tipografo, altissimo e un po’ goffo, un montanaro di quelle zone verso la Svizzera che conosco bene. Il mio amico Fabio Pusterla, di cui ho citato dei versi all’inizio del romanzo, viene da quelle parti e mi ha fatto pensare alla morte dei mestieri, dei grandi artigiani: qualcosa di prezioso che stiamo perdendo per sempre.

 

Lei rifiuta i libri che seguono una scaletta e di cui si indovina il finale, ma quando ha letto Anna Karenina come ha reagito al finale?

È un libro terribile e di grande bellezza, che ti coinvolge emotivamente più di altri libri di Tolstoj. Conservo una foto rara di Tolstoj e Cechov che chiacchierano insieme: uno è il contrario esatto dell’altro, come si comprende anche dalla loro corrispondenza. Tolstoj era un mostro di vitalità, un conte che dall’alto voleva scendere verso il basso, verso i poveri per unirsi a loro, mentre Cechov era un medico di periferia che manteneva una famiglia di spiantati. Emotivamente appartengo di più al mondo di Cechov, che poi è uno scrittore di racconti puro. Il racconto per me è la musica da camera della letteratura: un quartetto, rispetto a una sinfonia, è come un racconto rispetto a un romanzo, ma pochissimi scrittori sanno scrivere racconti.

 

Ci sono dei momenti che le fanno conoscere meglio i personaggi?

Giovanni e Giulia hanno una relazione silenziosa, che non hanno bisogno di chiacchiere. I miei genitori erano così. I comportamenti sono conseguenti al loro essere.

 

Ha imparato qualcosa sull’amore da loro?

Provo per loro ammirazione e un pizzico d’invidia.

 

Gianni sembra più vecchio della sua età anagrafica. È una scelta precisa?

Fa parte della generazione che andava a lavorare a sedici anni, per cui a cinquanta aveva alle spalle decenni di lavoro, e questo portava per forza a un invecchiamento della persona, mentre in tempi recenti mio figlio, come molti della sua generazione, ha iniziato a lavorare a trentatré anni.

 

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Quali sono i suoi tempi di scrittura?

Di solito sono rapido, ma a volte, nel caso di romanzi lunghi, ho dovuto interromperli perché lavoravo troppo in altri settori, ad esempio scrivendo le sceneggiature cinematografiche.

 

Rielabora molto i suoi scritti?

No. Tolgo magari qualche capitolo, ma alla fine non si perde mai niente: qualcosa finirà altrove. Tagliare cose brutte lo possono fare tutti, il difficile è saper tagliare una cosa bella che però non c’entra molto col resto, per utilizzarla magari in un altro contesto.

In questo campo, comunque, ci sono anche mitologie e ossessioni stilistiche davvero esagerate, come certe discussioni leziose sulle virgole da togliere o aggiungere in un testo.

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