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Quando la maschera viene meno. “Nero quasi bianco” di Pippo Zarrella

Quando la maschera viene meno. “Nero quasi bianco” di Pippo Zarrella«[..] Io, l’avvocato Oreste Ferrajoli tanquam non esset. Non esisto. Non sono mai esistito».

 

Così comincia Nero quasi bianco, il romanzo di Pippo Zarrella (Neo. Edizioni, 2021). E subito viene in mente Pirandello e la sua disamina sulla verità e l’apparenza.

Oreste Ferrajoli è un avvocato napoletano, amante degli insetti e dai metodi alquanto discutibili. Tutta la sua vita ruota intorno alla forma e alle apparenze, a cominciare dalla bella e ricca moglie amante del fitness e del botox, fino agli abiti scelti sempre con cura, ai ristoranti alla moda, a tutto ciò che possa costruirgli addosso l’immagine del vincente. È cinico, spietato, vive nella menzogna, che porta avanti con disinvoltura, sia sotto il profilo personale che sotto il profilo professionale. Disprezza i suoi colleghi, «morti di fame con le camicie sgualcite e le cravatte a falda larga», che passano intere mattine ad aspettare di essere chiamati in udienza mentre lui è in cima all’elenco grazie alla bustarella che dà puntualmente al cancelliere.

Tutto ciò che ha costruito attorno a sé, lo ha fatto per una sorta di rivalsa sociale, per guadagnare e vivere al meglio; è consapevole delle sue scelte e non prova alcun pentimento. Nulla di tutto ciò che lo circonda è «vero», è tutta una costruzione soggettiva, l’illusione di chi crede all’univocità delle realtà.

 

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L’unico frammento di verità, come lui stesso afferma, sono gli insetti che colleziona al riparo da occhi indiscreti, gli unici che conoscono i suoi impulsi più bassi, le sue passioni, la sua vera natura così sapientemente nascosta per una vita intera. E lui stesso si sente come uno dei suoi coleotteri, inerme, imprigionato in una teca. E allora da questa teca bisogna pur uscire prima o poi altrimenti può succedere che alla fine la teca ti soffochi.

Gli stessi insetti gli parlano, lo avvertono dei pericoli: «Fujetenne! Vattene via! Stai ancora qua?» gli intima una delle blatte che colleziona nelle teche prima dell’arrivo di una coppia di sorelle sue clienti che «puzzano di peruto», come Zarrella scrive con l’ironia e l’umorismo che caratterizza la sua scrittura.

Dialoghi e descrizioni infatti sono spesso scanditi da elementi umoristici che apparentemente leggeri per un attimo allentano la tensione per poi subito dopo riportarti alla realtà dei fatti, a quel sottobosco di criminalità e desolazione morale che popola i personaggi che ruotano intorno a Oreste Ferrajoli.

Quando la maschera viene meno. “Nero quasi bianco” di Pippo Zarrella

Il significato del titolo, Nero quasi bianco, viene fuori via via che ci si addentra nella lettura, come una delle blatte dell’avvocato Ferrajoli, che strisciano silenziose per poi palesarsi nella loro forma non precisamente gradevole. Non esiste una distinzione manichea del bene e del male così come non esiste solo il nero e il bianco, allo stesso Ferrajoli non interessa approfondire questioni morali, questioni di deontologia:

«Non mi interessava essere l’anello di congiunzione tra il bene e il male. Non avevo piacere nel far uscire i cattivi dalla prigione. Non godevo nell’affiancare i pubblici ministeri per far mettere i cattivi al fresco. Ero rimasto folgorato dall’odore del denaro. Era quello che volevo. Era per quello che avevo studiato».

 

Oreste quindi si costruisce una maschera, un personaggio fittizio, recita un ruolo che alla fine deve però abbandonare e diventare «nessuno». E allora la verità assume il significato che gli antichi Greci le davano: in greco la parola “ἀλήθεια” — composta dall’alfa privativo e dalla radice del verbo “λανθάνω” che significa nascondere – è qualcosa non immediatamente percettibile, ma per natura celato. Ciò che non è immediatamente percettibile nell’essere proprio di Ferrajoli alla fine viene fuori. Il dandy senza l’essenza vera del dandy, l’avvocato truffaldino, il marito infedele, l’amico non del tutto sincero abbandona le maschere così artificiosamente costruite.

 

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Nero quasi bianco è una lettura che non lascia dubbi su quella che spesso è la vera essenza dell’umanità e lo fa attraverso un linguaggio scorrevole con improvvise ed efficaci incursioni nel dialetto che lo rendono più colorito, realistico. I personaggi si muovono e agiscono attraverso le strade di Napoli che nella loro bellezza spesso sporcata dai rifiuti materiali e umani sono scenario speculare del loro carattere. Il potere mistificatorio del denaro, della bellezza, del ruolo scopre le piaghe putride di un’umanità che arranca nell’assenza di ideali, dove per fare soldi bisogna conoscere i bisogni e le paure della gente. Sono gli insetti a dare l’esempio, a ricordare ad Oreste che è «‘nu favezo e bugiardo. Miettet’scuorno». Ad aprirgli gli occhi e a liberarlo in un finale perfetto per una «maschera».


Per la prima foto, copyright: Mariusz Dabrowski su Unsplash.

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