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Quando il corpo delle donne diventa un campo di battaglia

Quando il corpo delle donne diventa un campo di battagliaLa storia della violenza e della tortura delle donne ha origini lontane. Già nel mito la fanciulla viene rapita da Zeus mentre è intenta a raccogliere fiori e condotta con la forza e l’inganno a Creta. Il primo libro di storia dell’Occidente, scritto da Erodoto, si apre con il racconto di una serie di sequestri di donne e bambini a opera dei fenici, poi dei greci e infine dei troiani che rapiscono Elena scatenando una lunga guerra. Anche Omero e Tito Livio annoverano lo stupro e il rapimento delle donne come una pratica comune tra gli antichi greci e romani, e persino in un passaggio dell’Antico Testamento, nel libro di Zaccaria, sono fatti riferimenti alla violenza attuata sulle donne. La propensione maschile a essere predatorio ha dunque radici profonde. Tutto parte dalla possibilità di sottomettere fisicamente quello che è considerato il “sesso debole” attraverso l’atto sessuale e incutere così terrore.

I nostri corpi come campi di battaglia di Christina Lamb (Edizioni Mondadori, traduzione di Silvia Albesano) è un libro potente quanto urgente, un duro appello al cambiamento necessario perché il mondo non possa più dire di non sapere.

«Misero i nomi sulla ciotola e cominciarono il sorteggio. Dieci nomi, dieci ragazze […] Gli uomini che estraevano i bigliettini di carta erano combattenti dell’Isis, e ognuno di loro si sarebbe accaparrato una ragazza come schiava».

 

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Quando il corpo delle donne diventa un campo di battaglia

Lamb conduce un’indagine sugli stupri di guerra. Ancora oggi, in molti paesi radicati in pratiche arcaiche, lo stupro continua a essere considerato “normale”. Basti pensare alle donne e alle bambine Yazide, vittime di una vera e propria tipologia dello stupro, secondo cui gli abusi sessuali sono ritenuti atti di purificazione per i soldati. Sono le Sabaya, le schiave rapite, vendute o donate ai combattenti con tanto di listino prezzi e di contratti di acquisto. Un vero e proprio mercato delle schiave insomma! Non è forse giunto il momento di svegliarsi da tale torpore d’indifferenza? Lo stupro «trasforma ragazze giovani in emarginate che vorrebbero smettere di vivere pur non avendo ancora nemmeno cominciato a farlo. Genera bambini che per le madri rappresentano un costante ricordo del calvario subito e sono spesso respinti dalla loro comunità come “cattivo sangue”».

In Occidente si tende spesso a restare distanti dalla “faccenda”, come se fosse una questione che non ci riguarda. Se ne parla meno di quanto bisognerebbe fare, nei libri di storia la questione non è neppure sfiorata e nelle città non «troviamo monumenti ai caduti […] ma per me sono loro i veri eroi». Queste donne che vengono schiavizzate, oggettivizzate, disumanizzate e mercificate hanno in comune l’essere vittime di una cultura patriarcale e maschiocentrica, un potere maschile che si esprime per mezzo della sopraffazione nei confronti dell’essere ritenuto inferiore. Non possiamo allora ritenerci una civiltà davvero evoluta se continuiamo a considerare normale la vendita di un corpo umano.

Cosa differenzia uno stupro in tempi di guerra da uno stupro domestico e quotidiano? Nulla!Per tale ragione non bisogna più lasciare che tutto questo resti impunito nell’ombra, come se fosse un effetto collaterale e persino giustificato. Occorre piuttosto difendere con più combattività i diritti umani e non permettere che questa cultura maschilista conservi territori in cui la disumanizzazione sia tollerata o ignorata, solo perché non sempre ci sono cadaveri a testimoniare quel che è avvenuto. Gli scheletri sono spesso invisibili e appartengono alle anime distrutte di queste donne stuprate.

Quando il corpo delle donne diventa un campo di battaglia

I primi spiragli di luce come Lamb evidenzia sono iniziati ad apparire solamente nel 2017 con il #metoo, un movimento femminista contro le molestie e la violenza sessuali sulle donne, diffuso in modo virale come hashtag e usato nei social media per rivelare gli abusi subiti da alcune attrici hollywoodiane da parte del produttore Harvey Weinstein. Sicuramente un punto di svolta in questa lunga battaglia che ha attenuato il senso di colpa e di vergogna provato da molte donne incoraggiandole a parlarne apertamente.

Nel suo libro Lamb dà voce a tante vittime di stupro. Quello da lei compiuto è un «viaggio sconvolgente attraverso l’Africa, l’Asia e il Sudamerica, che mi ha portato ad approfondire atti tra i più oscuri che l’uomo conosca». Più visitava questi luoghi, più l’autrice, giornalista impegnata da oltre trent’anni in zone di conflitti, confessa di aver scoperto «quanto lo stupro fosse diffuso, per via del reiterato fallimento della comunità internazionale e dei tribunali locali nell’assicurare i colpevoli alla giustizia».

 

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Le donne da lei descritte sono persone dimenticate che in modo intimo e commovente testimoniano le loro storie, colme di eroismo ma soprattutto di resistenza. I nostri corpi come campi di battaglia è un’indagine schietta e cruda che si addentra sino nelle aule di tribunale per dimostrare il reiterato fallimento della comunità internazionale e delle corti locali nell’assicurare i colpevoli alla giustizia. Basti pensare che il primo processo per lo stupro di guerra risale al 1998 e tuttavia in questi ventitré anni le condanne sono state ancora purtroppo poche.


Per la prima foto, copyright: Anete Lusina su Pexels.

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