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“Qualcosa di scritto” di Emanuele Trevi

“Qualcosa di scritto” di Emanuele TreviRomanzo. Saggio. Autobiografia. Nessuno di questi generi letterari, oppure tutti insieme, in una commistione assolutamente originale, che costituisce la peculiarità dell’ultimo libro di Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto, (Ponte alle Grazie, pagg. 256) nella cinquina del Premio Strega.

Roma, primi anni Novanta, Fondo Pier Paolo Pasolini: Trevi, non ancora trentenne e alle prese con la scrittura del suo primo libro, trova lavoro in questo palazzo di piazza Cavour, con il compito di rintracciare tutte le interviste rilasciate da Pasolini per curarne un’edizione. Direttrice del Fondo è Laura Betti, o meglio “la Pazza”, come la chiama Trevi, «quella specie di mostro dantesco, circondato dal fumo delle sigarette che lasciava consumare nel posacenere», trait d’union eccezionale fra l’autore e Pasolini, che lascerà un segno indelebile in Trevi: «più una cicatrice o anche un’amputazione che un sistema di ricordi».

In quegli stessi anni, per l’esattezza nel 1992, diciassette anni dopo la morte di Pasolini, un evento «si abbatté come una folgore» sulla vita di Laura e del Fondo: la casa editrice Einaudi pubblica per la prima volta Petrolio, il capolavoro a cui Pasolini aveva lavorato dalla primavera del 1972 fino alla morte, quella notte tra l’uno e il due novembre 1975.

Trevi torna a parlare di Petrolio dopo il clamore nato attorno al romanzo due anni fa, quando, nella primavera del 2010, in occasione della mostra del libro antico di Milano, il senatore Dell’Utri annunciò di aver ritrovato l’Appunto 21, di cui possediamo solo il titolo, Lampi sull’Eni, che avrebbe chiarito i misteri della politica petrolifera italiana.

All’autore non interessa la tesi “complottista” e, invitando il lettore a leggere il romanzo “come un rito anziché come un romanzo”, offre una lettura catartica di quest’opera “rivelatrice”. Indispensabili strumenti di svelamento sono lo sdoppiamento del protagonista (Carlo I e Carlo II) e la metamorfosi sessuale, da uomo a donna. Non bisogna dimenticare che il tema della trasformazione era caro anche al romanzo antico, basti pensare alle Metamorfosi di Apuleio e al protagonista, Lucio, trasformato in asino e poi ritornato uomo grazie all’intervento di Iside, che si fa iniziare ai Misteri della dea.

In Petrolio i riti cui Trevi fa riferimento sono i Misteri eleusini. Erano questi i più importanti Misteri dell’antichità, che venivano celebrati ad Eleusi, vicino ad Atene, in onore della dea Demetra e di sua figlia Persefone, ritrovata dopo un lungo vagare, come testimonia l’Inno a Demetra.

Trevi si mette sulle tracce di questi Misteri, ricercandone i “legami nascosti ma tenaci” con Petrolio, come la dettagliata descrizione del mostro muliebre trovato in un tabernacolo da Carlo II, che coincide con l’immagine della copertina del saggio di Alfonso Di Nola del 1974, Antropologia religiosa. Fondamentale diventa il viaggio in Grecia: Trevi attraversa la Via Sacra, che univa Eleusi ad Atene ed era percorsa dagli iniziati durante la cerimonia dei Grandi Misteri, come testimoniano le foto allegate, corredo pregiato alle parole.

Nei Misteri i fedeli divenivano “mystai” (da myo): “coloro che devono tenere la bocca chiusa”, “serbare il segreto”, oppure “coloro che hanno gli occhi chiusi”, cioè attendono la visione divina. Anche Pasolini può godere di questa visione: «dapprima si erra faticosamente, smarriti – scrive Plutarco – finalmente una meravigliosa luce viene incontro e si è accolti da luoghi puri e da parti dove risuonano voci e si vedono danze, dove si odono solenni canti ieratici e si hanno sante apparizioni».

Pietro Citati ha definito Qualcosa di scritto,«una specie di lento, stravagante viaggio alla ricerca di qualcosa». Un viaggio della mente e dell’animo, condotto con rigore filologico e reso prezioso da una scrittura di sorprendente maturità e audacia.

 

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