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Qual è la nostra ora muta? Intervista a Simone Cerlini

Qual è la nostra ora muta? Intervista a Simone CerliniL’ora muta è il titolo del romanzo di Simone Cerlini, edito da AlterEgo. Una storia non facile, dalle mille sfaccettature e da cui si dipanano altrettanti rivoli, come del resto la vita stessa insegna. E proprio questi diversi filoni abbiamo provato a mettere in evidenza nella nostra chiacchierata con l’autore.

 

Vorrei iniziare da una domanda diretta: qual è per Simone Cerlini l’ora muta? E quanta fatica costa riuscire a coglierla e a raccontarla?

Questa domanda è spiazzante e mi mette in una condizione difficile. La scelta del titolo è volutamente oscura e vuole suggerire una ricerca da parte del lettore, un contributo diretto di senso, che io adesso potrei depotenziare con la mia risposta. Allora voglio dare delle piste senza pretendere di esaurire un concetto che avrà capito bene è polisemico per scelta. Il primo indizio che lascio è la citazione da Fossati da C’è tempo. L’ora muta è l’ora muta delle fate, il momento appena prima di addormentarsi, quando è tempo di raccontare le fiabe ai bambini. È allora il tempo per eccellenza del legame genitori e figli, poi richiamato nel finale, nella sezione di Aida-Nimat e nella sezione di Giorgio, in cui attraverso il racconto gli adulti danno senso alle cose. Perché il romanzo seppure tratti temi molto diversi, in modo aderente alla vita, potremmo dire, di questo parla: del rapporto di un padre e di una figlia, e del tentativo, dello sforzo degli adulti di dare un senso alle cose, di tracciare una strada, non necessariamente attraverso il racconto, ma anche e soprattutto attraverso le scelte, che non riguardano mai solo e soltanto noi e la nostra privatissima esistenza, ma riguardano le vite delle persone che amiamo. Ogni nostra scelta condiziona e guida le scelte delle persone che ci stanno vicino. Ma l’ora muta è anche l’ora in cui i bambini vanno a dormire: l’ora del crepuscolo, in cui non è ancora notte e non è più giorno: l’ora delle ombre, quando convivono i vivi e i morti, le fantasie, le allucinazioni e la realtà. Le è mai capitato di sognare una persona che non parla? Che sta muta davanti a te e si ostina nel silenzio anche se interrogata? Sono i morti che vengono a farci visita e non possono rivelarci nulla, di fronte alla morte la parola s’infrange. Il gioco tra realtà, iperrealtà anzi (L’ora muta parla di vicende di cronaca, anche se travestite) e fantasia, sogno e allucinazione è una delle chiavi di lettura del romanzo. In ultimo l’ora muta è l’ora della sospensione. Il momento in cui lasciamo che la rabbia prenda respiro, in cui la paura gioca a dadi con la morte e in cui decidiamo finalmente che è arrivato il tempo giusto per reagire. Quella reazione che da noi è mancata tra il 2009 e il 2010, l’anno in cui è ambientato gran parte del romanzo. Ecco questi tre significati così diversi del titolo (l’ora dell’affetto tra padri e figli, l’ora della coesistenza di reale e irreale, l’ora che precede la ribellione) sembrano avere un legame sotterraneo e profondo e l’intuizione di quel legame non è articolabile in parole, direttamente. Non resta che tentare di raccontare in una storia eventi e personaggi dal cui incontro poterci capire qualcosa di più. È ciò che ho tentato di fare.

 

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Il romanzo si apre con un padre che quasi trae in salvo la figlia. La vita poi porterà a ben altri sviluppi questo rapporto. In che misura possiamo parlare nel caso di Camilla di un tradimento da parte del padre?

L’incipit del romanzo descrive il momento in cui Giorgio, dentro una grotta sotterranea, guida la figlia, una bambina di sei anni, verso l’uscita attraverso un sifone. Nella memoria di Camilla, la figlia, quell’atto diventerà segno dell’importanza del padre e del suo aiuto per saltarci fuori nelle durezze del mondo. Ma a noi lettori non sfugge che portare una bambina di sei anni in una grotta è un atto irresponsabile. Questo accade con i genitori, padre e madre si dividono i ruoli: chi spinge ad affrontare il rischio, a credere di avere le risorse per farcela, ad avere fiducia in se stessi, e chi invece predica la prudenza e cerca di evitare scelte avventate. A Camilla manca un pezzo, non ha la madre e il padre la lancia verso la vita in modo sconsiderato. «La scelta di Camilla sarà la scelta migliore», pensa Giorgio. Ed ecco il suo tradimento, se di tradimento vogliamo parlare, è questo. Permettere che la figlia scelga la sua strada autonomamente, lasciarla libera di sbagliare e di farsi male. Giorgio conosce bene i compromessi e la fatica del mondo del lavoro, ma è anche consapevole che affrontarli è necessario e accetta che la figlia entri in un mondo che per qualcuno può avere i caratteri dell’inferno. Sbaglia? Non è forse questa la sfida per un genitore? Educare alla libertà significa anche accettare e ammettere che le persone che più amiamo facciano scelte che non approviamo e che ci feriscono. Oppure anche il tradimento sta nel silenzio: il padre nasconde il suo ruolo, quasi da regista, nella vita di Camilla, come Rousseau con Emilio. Eppure proprio questo Camilla adolescente rimproverava al padre: di non parlarle, di non dirle le cose importanti.

Qual è la nostra ora muta? Intervista a Simone Cerlini

Ed è proprio con il padre che Camilla da adulta dovrà fare i conti, attraverso un copione cinematografico che deciderà di scrivere. Perché Camilla sente il bisogno di trasformare il padre in un personaggio? C’è forse un processo di oggettivazione?

Il romanzo ha richiesto molto tempo, molte diverse stesure, durante le quali è cambiato ed è cresciuto. Francesco Aloe, che mi ha accompagnato nell’editing, nella sua parte diciamo più strutturale, aveva messo in luce alcuni punti deboli, che riguardavano l’equilibrio e la leggibilità. Nel confronto con lui, fatto anche di silenzi, di problemi posti, più che di consigli diretti, sono nate idee e soluzioni. Esiste la storia, le relazioni tra i personaggi, gli eventi ed esistono infiniti modi per raccontarla. Dovevo trovare il modo giusto. Hai letto il romanzo e sai che parla del ruolo, nascosto, dietro le quinte, di un padre nella vita della figlia. Non solo, parla anche del fatto che le nostre scelte sono condizionate da burattinai per niente misteriosi che tengono i fili delle nostre vite. C’è sempre uno sceneggiatore e un regista a determinare lo scenario. Noi ci muoviamo negli spazi di libertà decisi da altri, come su un canovaccio. Questa consapevolezza Camilla non la può avere, se non in modo indistinto e oscuro: non può farne un trattato, capace di rivelare questa situazione alla sua e alla nostra consapevolezza. E allora si fa lei stessa sceneggiatrice e regista della vita del padre, rielaborando le informazioni che ha raccolto, i propri ricordi personali e aggiungendo, inventando per riempire i buchi della vicenda. Lo fa con i riferimenti dei libri che legge, con i frammenti delle lettere cestinate dal padre, cercando di costruire un tutto dotato di senso. Questo cerca Camilla (e con lei, noi tutti): dare un senso a quello che sta vivendo. Raccontarsi la favola chiarificatrice e definitiva. Che non ci può essere, fino a quando non ammettiamo una parte di libertà e di invenzione nella spiegazione degli eventi. E questo è forse il senso ultimo del romanzo, nel suo livello di lettura, diciamo, metanarrativo. Il trattamento cinematografico è la parte centrale del romanzo perché lì sta il cuore di tutto l’impianto: nella relazione tra le scelte individuali e uno scenario determinato da altri; nella necessità di affidarsi alla fantasia per darci la ragione ultima delle cose, perché la verità della storia (finanche della cronaca, ma ormai la dissoluzione del distretto tessile e abbigliamento emiliano è diventato un pezzo di storia) è in ultima istanza inconoscibile.

 

La madre ex tossicodipendente, invece, farà ritorno solo molti anni dopo nella vita di Camilla. Prima di allora, lei descrive i sentimenti della protagonista verso la madre come il tentativo di «vivere un’assenza». Quanto è più difficile vivere con questa sensazione piuttosto che provare nostalgia?

Bravo, stai toccando tutti i punti che per me sono stati essenziali nello scrivere. Si diceva che il romanzo ha l’ambizione di seguire quarant’anni di vita della protagonista e in questa traiettoria Camilla vive esperienze anche molto diverse tra loro: la pubertà da ragazza sovrappeso nella Provincia italiana, l’adolescenza difficile e il rapporto con il padre, la scoperta della vita e dell’amore, gli anni di Università, l’ingresso in azienda, la carriera, il fallimento, il riscatto. Ho cercato di farlo nel modo più schietto possibile, descrivendo le cose come sono, parlando con le mie fonti per conoscere mondi anche molto lontani dalle mie esperienze (ad esempio il sottobosco dei rave party), senza tacere niente anche delle bassezze a cui assisto ogni giorno nel mondo del lavoro. Eppure ci doveva essere qualcosa in Camilla che potesse diventare il suo filo rosso, l’impronta più importante dell’identità e questo tratto distintivo in lei è il vivere l’assenza. Non c’è elaborazione del lutto: non c’è perdita. Non c’è uno status da barattare nelle relazioni sociali con la commiserazione. C’è solo uno stigma. Il mondo per Camilla è estraneo perché tutti quanti hanno avuto rispetto a lei qualcosa in più: una madre. E per di più nell’assenza c’è anche un sotterraneo senso di colpa: mi ha abbandonato, non mi ha voluto, non merito neppure di avercela, una madre, per una qualche colpa misteriosa. Ecco la crescita di Camilla come donna si misura proprio da questo: dalla forza che la porta a uscire da questa trappola per la quale non esiste alcun senso e alcun riscatto e iniziare a percepire finalmente la “mancanza” per gli affetti che ha perduto. Dire “mi manca” significa anche dire: “ne conservo il ricordo”. L’assenza è invece un buco senza fondo.

Qual è la nostra ora muta? Intervista a Simone Cerlini

Ormai laureata, Camilla si occuperà di diritti dei lavoratori. Possiamo parlare di una reazione a quanto scoperto o ci sono altre motivazioni che la spingono verso questa decisione?

Camilla segue una specializzazione in politiche del lavoro. Sono gli anni della legge Biagi e della grande riforma giuslavoristica che ha rappresentato un momento di rottura con il passato e ha dato inizio all’epoca attuale. Volevo porre l’attenzione del lettore su questo particolare momento. Ma la ragione intrinseca per cui Camilla studia prima giurisprudenza poi economia (in particolare economia del lavoro) è proprio per venire a capo di ciò che era successo al padre. Lasciami però sottolineare una tendenza nei lettori che i sta a cuore e che penso diventi sempre più importante. Oggi nella lettura di un romanzo, o anche nella visione di un film o di una serie TV, non ci accontentiamo più delle informazioni interne dell’opera. Sempre più spesso cerchiamo informazioni nella rete, facciamo ricerche in autonomia. Ecco, pur senza abusare della partecipazione del lettore, volevo incuriosirlo e accompagnarlo a cercare on line: la storia delle fabbriche di cui parlo, ma anche delle leggi di quegli anni, la riforma del diritto fallimentare, la riforma del mercato del lavoro. Eventi più schiettamente politici come le relazioni tra imprese emiliane, Partito Comunista e paesi del Patto di Varsavia. Anche eventi minuti, come l’aquila di Borzano, le Cicogne di Gavasseto. Se in rete c’è troppa informazione, un romanzo può orientare la ricerca e mettere in luce elementi dimenticati o passati sotto silenzio. Può incuriosire, riattivare la partecipazione. Ecco Camilla si occupa di lavoro per spingere tutti quanto noi a occuparci di lavoro, a interessarci e informarci. Nel disegno del romanzo è il lavoro, suo e del padre, a condizionare ogni passo della sua traiettoria di vita.

 

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Anche lei si occupa di politiche del lavoro e anche lei vive in Emilia-Romagna. Cosa l’ha spinta a “trasferire” queste sue caratteristiche in Camilla?

Intanto diamoci del tu per cortesia, mi fa sentire più vecchio di quel che sono. Camilla è di Reggio Emilia, come me. La provenienza geografica non è semplicemente una sopravvivenza autobiografica. Si occupa di relazioni industriali, lavora nelle risorse umane di una casa di moda emiliana. Non è esattamente ciò di cui mi occupo io, che sto diciamo dall’altra parte della barricata: collaboro con le pubbliche amministrazioni e cerco di dare una mano a ricollocare chi il lavoro l’ha perso. Io arrivo a valle delle decisioni aziendali, e spesso arrivo troppo tardi. Ugualmente questa contiguità professionale e l’identità di origine hanno una ragione precisa e riguarda la ragione che mi sono dato per affrontare la scrittura senza dovermene vergognare. Intervistando Maurizio Maggiani, qualche anno fa, fui colpito dal fatto che lui intendeva la letteratura come ricerca antropologica, etnografica. La buona letteratura è antropologia, mi disse. Ecco, non voglio qui seguire la strada ad esempio di un Matteo Meschiari che in Artico Nero prende alla lettera questa istanza e costruisce una ricerca etnografica fondata sulla finzione. Però l’intuizione la condivido. La letteratura che amo è quella letteratura che rivitalizza e descrive una forma di vita, come direbbe Wittgenstein, o meglio la mette in scena: amo i romanzi che mostrano i pensieri, le relazioni e i comportamenti di comunità che hanno un simile sistema di valori magari decentrato rispetto a quello che siamo soliti frequentare nella nostra bolla. Ne L’ora muta ho voluto raccontare un mondo che conosco direttamente e che non ha molto spazio nella nostra narrativa: una classe di persone con origini contadine che sono riuscite ad emergere attraverso il lavoro con il boom economico, ma che rimangono sempre ai margini delle scelte. Le mosche del capitale, le chiamava Volponi. Impiegati, quadri e dirigenti di azienda che non godono delle simpatie del pubblico o dei sindacati, ma che sono i primi a essere fatti fuori senza tanti scrupoli quando le cose vanno male. Servono, perché sono in gamba e intelligenti, ma è importante che non alzino troppo la testa, altrimenti ci vuole un niente per rigettarli nella massa di salariati a cui appartengono. Ecco vorrei dare voce a tutte quelle persone che lavorano per vivere, vessati e strizzati dalle richieste della produzione, condizionati o costretti nelle proprie scelte di vita, ma che sono guardati con sospetto da chi decide cosa deve raccontare chi lavora con l’immaginario. Una classe che non fa audience, mal sopportata da chi della ricchezza fa quel che vuole. Piena di pretese, per niente simpatica come invece la classe disagiata degli intellettuali (scrittori, giornalisti, editor, artisti in genere, critici o cultori della materia letteraria) che seppur con un patrimonio famigliare alle spalle, si lagna a gran voce perché non pagata abbastanza per leggere e scrivere quel che le pare. In fin dei conti, per divertirsi.

 

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Per la prima foto, copyright: Pietra Schwarzler su Unsplash.

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