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Piero Chiara e il cinema – 3. “Il piatto piange”

Piero Chiara e il cinema – 3. “Il piatto piange”Dopo La stanza del vescovo e Il cappotto di astrakan, sul tavolo degli imputati in celluloide è la volta de Il piatto piange, primo e indimenticabile romanzo di Piero Chiara da cui Paolo Nuzzi trasse un film, nel 1974, che oggi risulta irreperibile. A quasi cinquant’anni dalla sua uscita, nel 1962, Il piatto piange resta la carta d’identità più fedele del genio letterario di Chiara. Nonostante fosse il suo romanzo d’esordio, in questo affresco dolceamaro di un gruppo di perdigiorno sul Lago Maggiore durante il Ventennio, Chiara fissa da subito le sue tematiche più care. Il suo sguardo è già quello divertito del cronista di provincia ma c’è già anche un narrare neorealista carico di amarezza per quel viversi addosso di una generazione ironica ma disillusa, irriverente ma immobile, che finirà smarrita nella Resistenza e uccisa senza sapere perché ha vissuto. A scandire i giorni di questi giovani paesani dai disparati nomignoli sono le carte da gioco: dal poker allo chemin de fer, passando per il baccarat e arrivando perfino al solitario delle giornate più spente. Si consumano d’ozio nelle bische del Metropole, con il permaloso oste Sberzi, “di natura perdente”, o in quelle casalinghe organizzate dal Rimediotti, “un vecchio baro di quasi ottant’anni”. Condiscono il gioco d’azzardo con le bravate e gli intrighi amorosi di un sonnacchiosa vita di paese degli anni Trenta, dove i pettegolezzi regnano sovrani. Le vicende dei singoli si incollano con la voce di un “io narrante” e l’innata polifonia del paese. Siamo naturalmente a Luino in cui, come l’autore precisa in nota, trovano posto “tutti i luoghi immaginari dove si svolge la favola della vita”. Una dimensione che Chiara descrive come “il velo oltre il quale potrebbe aprirsi la vera vita”. É proprio questa coltre irreale e senza tempo che Chiara cala sulla sua Luino a fornire la maggiore ispirazione alla regia di Nuzzi, figlio della scuola “onirico-satirica” per eccellenza. Il regista vanta, infatti, nobili natali felliniani: assistente alla scenografia ne La strada (1954), diventa primo assistente alla regia ne La dolce vita (1960). Paolo Nuzzi si era già misurato con Chiara qualche anno prima, nella co-regia della mini-serie televisiva I giovedì della signora Giulia, tratta dall'omonimo giallo di Chiara. Per esigenze tecniche Nuzzi gira Il piatto piange sul Lago d'Orta, a Orta San Giulio, in Piemonte, lo stesso set di un’altra riduzione televisiva chiariana, Il balordo. Da un romanzo corale comeIl piatto piange, Nuzzi sceglie di concentrarsi su un’unica figura, Mario Tonini detto il “Càmola”, diluendo in lui sfumature che appartenevano ad altri (nel film il Càmola crede di avere anche la malattia venerea che fu del giovane casanova Monaco). Tuttavia, il Càmola risulta un’ottima scelta di protagonista perché in lui Chiara trova “la memoria vivente d’ogni parola, d’ogni fatto che avesse trovato eco in quella dimenticata repubblica del gioco”. Equamente centrata la scelta di dare al Càmola il volto di uno straordinario Aldo Maccione, diamante torinese della commedia all'italiana. Divo del gruppo musicale demenziale I Brutos, in voga tra gli anni Cinquanta-Sessanta, Maccione entra con grande mestiere nel ruolo del giovane "uomo di lago". La mano felliniana ritorna anche nella scelta del cast. Oltre a Maria Antonietta Beluzzi, la mitica tabaccaia di Amarcord, che qui veste i panni di Mamarosa, la giunonica tenutaria del Casino, altri due ruoli minori sono andati ad attori che recitarono per Fellini. Da segnalare anche la partecipazione di Macario, nel ruolo malinconico del fante Brovelli, lo scemo del villaggio “impazzito nelle battaglie del Carso”.
La pellicola di Nuzzi rende giustizia soprattutto alla figura di Mamarosa, una “milanesona” di 135 kg, “generosa, buona e materna” la quale, con il suo Casino, esercita in paese la stessa autorità del Municipio e del prevosto. La Beluzzi non avrebbe potuto incarnare meglio questa “donna-cannone” con “la voce rauca da ergastolano”, che si prendeva cura delle sue ragazze e dei loro clienti con la benevolenza di una madre. La speciale intimità che la Mamarosa aveva con i clienti è ben approfondita nel film da una novella scena in cui il Càmola, dopo una serata di “chiacchere e flanella”, va a dare la buonanotte a Mamarosa già sotto le coperte. In camicia da notte e con l’abat-jour accesa, lei dispensa consigli e affetto dal letto. Nuzzi incastra bene anche l’insuperabile osservazione del prevosto (un ottimo Bernard Blier) il quale, giunto a dare l’estrema unzione a Mamarosa fra le mura del bordello, non manca di notare una similitudine tariffaria con i prezzi delle messe funebri: “Tre voci, tre prezzi: semplice, doppia, mezz’ora. Era uguale alla sua tariffa: semplice, solenne, cantata”. Non manca neppure la “ciuladura” dell’Avv. Parietti, il divano “pieno di croste e patacche” legato a uno degli episodi più divertenti del libro, con protagonisti il Càmola e Ines (Agostina Belli), la donna più desiderata di Luino.  Inventato di sana pianta, invece, il leitmotiv della “pissa”, in cui il vecchio Rimediotti si vanta di sapere riconoscere il grado di “disponibilità” di una donna dal tintinnio che produce urinando. In questo cosiddetto “canto della Bernarda”, oltre a qualche battuta volgare e a esplicite scene di sesso, prende vita la solita virata sconcia alla quale non sembrano scampare le riduzioni cinematografiche dei romanzi di Chiara. Anche qui, Chiara collaborò alla sceneggiatura, ma questo sembra essere il dazio da pagare alla commedia italiana “scollacciata” degli anni Settanta.  Un banalizzare continuo che finisce per rendere anche il locale capo squadrista, Spreafico (curiosamente siciliano nel film), una mera caricatura del fascistello di provincia a capo della “squadra anti-culo”, senza far trasparire le note più dolenti che risuonano fra le righe dell’antifascista Chiara. Le ronde punitive bersagliano il Migliavacca ― che da tappezziere diventa sarto, per prestarsi ad altre battute ― ma non si occupano affatto del “consesso di signori che governavano il paese”, identificati da Chiara come “i massoni”. Sospeso fra il neorealismo delle pagine di Chiara, lo sguardo onirico di stampo felliniano e il tributo alla commedia “scollacciata”, viene fuori un film godibile a cui lo stesso Chiara pare dare un “sigillo di garanzia” con un breve cameo seduto al tavolino di un caffè sulla piazza di Luino.

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