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“Perché non sanno”, intervista a Dario Buzzolan

“Perché non sanno”, intervista a Dario BuzzolanPerché non sanno (Mondadori, 2022) è l’ultimo romanzo di Dario Buzzolan, autore televisivo e critico cinematografico oltre che scrittore, che ci racconta come sempre una storia molto attuale, in cui trova largo spazio una drammatica ricostruzione della grande crisi economica scoppiata nel 2008.

Protagonista è Cecilia, una trentenne che gestisce insieme a un’amica un’azienda vinicola e ha da poco trovato un suo equilibrio accanto a un compagno, con cui potrebbe costruire un rapporto definitivo. La sua vita passata, però, è costellata di tragedie: rimasta orfana di entrambi i genitori da bambina, è cresciuta sotto la guida di Gregorio, l’unico fratello molto più grande di lei che però, a un certo punto, è emigrato a Londra per lavorare nel mondo della finanza. Nonostante il grande affetto che li legava, le loro vite si sono allontanate sempre di più, fino al giorno in cui Gregorio è scomparso in un incidente aereo, proprio mentre il mondo della finanza veniva sconvolto dai fallimenti bancariche hanno influenzato negativamente l’economia europea negli anni successivi.

Un giorno Cecilia trova nella posta una mail inviatale da un indirizzo fantasma, contenente la foto di un adolescente che, forse, potrebbe essere suo nipote Thomas, il figlio di Gregorio che lei non ha mai visto se non in qualche foto da neonato e di cui ha perso da anni le tracce. In realtà non ha nessuna prova di questo sospetto, ma il pensiero di poter ritrovare l’unico altro discendente della sua famiglia diventa per Cecilia un’ossessione così forte da farle iniziare una ricerca faticosa e a lungo inconcludente, portandola ad allontanarsi dal lavoro e dagli affetti presenti nella speranza di ritrovare un legame con il passato, fino a un drammatico confronto con la verità sullo sfondo della Grecia, il paese che più di tutti ha vissuto e pagato il dramma di quel disastro economico e finanziario.

Ed ecco come Dario Buzzolan ci ha parlato del suo romanzo in questa intervista.

 

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Al centro del suo romanzo svetta il racconto della crisi economica del 2008, vista soprattutto dal punto di vista della Grecia, il paese che ne ha pagato il prezzo più alto. Perché ha scelto di raccontare proprio quel periodo?

Perché la crisi economica (anzi le crisi economiche, considerato che negli ultimi 20 anni sono state in realtà ben più d’una) ha il profilo ideale per diventare a tutti gli effetti “personaggio” nelle cui spoglie si incarna la Storia che irrompe nelle vite degli individui, cambiandole per sempre. Nulla più delle crisi ha inciso sulle nostre esistenze – come già era accaduto nel 1929 e in tutti i molti, troppi cloni di quell’evento – separando persone, devastando individui, famiglie, imprese, intere generazioni. Un motore politico, esistenziale e narrativo che non può essere ignorato da nessuno scrittore che ambisca al compito titanico di misurarsi con la contemporaneità.

“Perché non sanno”, intervista a Dario Buzzolan

L’impressione odierna, guardando dall’esterno il mondo della finanza, è che nonostante il crollo di Lehman Brothers e il disastro della Grecia siano un esempio bruciante, la finanza continui a seguire leggi proprie, spesso discutibili e in parte dissociate dalle realtà economiche. È ancora così?

Dopo il disastro del 2008 (le cui conseguenze bruciano ancora oggi) nessuno ha fatto alcunché per cambiare davvero le regole del gioco. Anche e fondamentalmente perché le conseguenze di quella crisi sono ricadute su coloro che non decidono e non hanno alcuna possibilità di difendersi, come la Cecilia del romanzo. Perché dovresti smettere di sbagliare, se tanto altri pagano per te?

 

Un altro tema affascinante di questo romanzo è quello della possibilità di fuggire da un’esistenza che non ci va più bene per costruirne una completamente diversa, cosa che fanno, a vari livelli, quasi tutti i personaggi. Ma nella realtà quanto è possibile farlo veramente?

È possibile. Ma non parlerei di “fuggire”. Preferisco dirla così: una vita consapevole è da preferirsi a una vita felice. Una volta raggiunta la certezza su quello che non va nella propria esistenza, basta ripetersi ogni giorno, ogni ora, ogni minuto che non cambiarlo è solo vigliaccheria. A quel punto la trasformazione è già avvenuta. Il resto viene da sé.

“Perché non sanno”, intervista a Dario Buzzolan

Cecilia ha visto disgregarsi in poco tempo la sua famiglia d’origine e cerca disperatamente di ricostruirsene una. Abbiamo tutti bisogno di una qualche forma di famiglia, anche lontana dai modelli tradizionali, per stare un po’ meglio nel mondo e con noi stessi?

Famiglia è qualunque rapporto umano capace di farti respirare tranquillo, in profondità. Vengo da una famiglia straordinaria e quella che ho costruito con la mia compagna, mio figlio, cani, gatta è straordinariamente felice. Questo non mi impedisce di (anzi, forse mi aiuta a) accettare la semplice verità per cui non tutte le famiglie sono felici. Ma è come il cibo: che qualcuno possa darci da mangiare delle schifezze non mette in discussione di un millimetro il nostro bisogno di nutrirci, il nostro amore per la buona tavola. Di famiglia abbiamo bisogno come dell’aria che respiriamo, al di là di qualunque forma, definizione, cliché.

 

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Come molti romanzi usciti negli ultimi anni, Perché non sanno non racconta una storia lineare, ma compie molti viaggi nel tempo per ricostruire le vicende dei vari personaggi. Come si muove uno scrittore, facendo quest’uso intenso dei flashback, per non perdere il filo? Ha usato un metodo particolare?

Viviamo sempre in una mescolanza di passato, presente (che notoriamente non esiste) e futuro: i nostri ricordi che ci assillano, accarezzano, guidano, i nostri progetti, le nostre paure, le nostre aspettative. Da sempre la letteratura lavora con il tempo e sul tempo, trasformandolo, invertendone il corso, tentando (anche disperatamente) di controllarlo ed esorcizzarlo. Non ho usato nessun metodo, mi sono limitato ad abbandonarmi al flusso sovratemporale che tutti siamo, sempre.

 

Il fatto di scrivere testi per la televisione influisce in qualche modo sulla sua scrittura narrativa?

No. E neppure il contrario. Scrittura tv e scrittura “vera” sono come il calcio e la pallamano: quello che è regola in uno è grave fallo nell’altra.


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Per la prima foto, copyright: Artem Kovalev su Unsplash.

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